“Lobby e Logge”, il nuovo libro di Palamara. Una “guerra di cricche”

In un Paese normale, anche questo secondo libro di Palamara scatenerebbe uno tsunami tale da scardinarne il sistema giudiziario fin dalle sue fondamenta. Ma l’Italia, è ancora un Paese normale?

Ciò di cui narra Luca Palamara – intervistato da Alessandro Sallusti – nel nuovo libro “Lobby e Logge” edito da Rizzoli, offre al lettore uno spaccato a dir poco diabolico di quella che, a dire dell’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, è la gestione del sistema giudiziario italiano.

Dalle vicende della presunta “Loggia Ungheria”, che vedono coinvolti a vario titolo magistrati, politici, faccendieri e giornalisti (la cui storia era stata tenuta nei cassetti della magistratura milanese, del Csm e del Quirinale), all’uso di trojan e registrazioni per gestire un potere che finisce con il minare le basi della democrazia, passando per la nomina del procuratore di Roma che vide “silurato” Marcello Viola, candidato e già procuratore in pectore, in una “guerra di cricche” tra guardie e ladri, nella quale però non sempre le guardie vestono la divisa e i ladri il passamontagna.

Figura chiave di molte delle vicende narrate nel libro, l’ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, deus ex machina di nomine assai discusse o discutibili, non ultimo, artefice della nomina del suo successore.

Non è un mistero che proprio il potente magistrato, oggi presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, avesse sponsorizzato la candidatura dell’allora procuratore di Palermo – e attuale procuratore di Roma – Francesco Lo Voi, o in alternativa quella del  suo braccio destro Michele Prestipino, quale suo successore.

“Sta di fatto – dice Palamara – che è una nomina in cui io, ancora a capo del Sistema, non seguo per la prima volta i desiderata di Pignatone” puntando sul procuratore generale di Firenze Marcello Viola, il cui nome verrà bruciato durante la famosa cena dell’Hotel Champagne dell’8 maggio 2019.

L’incolpevole e inconsapevole Viola, finisce così nel tritacarne di un gioco di potere che non prevede ammutinamenti da parte di nessuno, neppure da parte di Palamara, che verrà anche lui massacrato da un ingranaggio giudiziario che sembra azionato ad orologeria per impedire che si possano ostacolare i desiderata di uomini potentissimi, la cui forza va ben oltre quella delle correnti interne alla magistratura.

Una storia di logge e lobby che decidono se avviare o affossare indagini e processi e che, come scrive Sallusti, “usano la magistratura e l’informazione per regolare conti, consumare vendette, puntare su obiettivi altrimenti irraggiungibili, fare affari e stabilire nomine propedeutiche ad altre e ancora maggiori utilità. Per cambiare, di fatto, il corso naturale e democratico delle cose”.

“Quando il gioco si fa duro – afferma Palamara – iniziano a giocare i giornali. Per gestire il potere  ci vogliono tre elementi: una procura, un uomo della polizia giudiziaria o dei servizi segreti e un giornalista”.

E nel suo libro, di elementi appartenenti alle tre categorie ce ne sono tanti.

Una guerra, quella interna alla magistratura, che Palamara fa risalire alla “Palermo del 1991, Falcone e Borsellino viventi – ancora per poco perché salteranno entrambi in aria con le loro scorte l’anno successivo. E a una inchiesta mai fatta davvero e per certi versi ancora aperta trent’anni dopo […] È lì che si è rotto qualcosa, e nessuno è stato capace o ha voluto rimettere insieme i cocci. Molti nomi dei protagonisti di quella stagione sono gli stessi delle vicende di oggi, e sono ancora gli uni contro gli altri armati”.

Un percorso a ritroso nel tempo, fino ad arrivare a quella che Palamara definisce la “mamma di tutte le inchieste e di tutti i misteri mai risolti”, quel famoso dossier mafia-appalti che Mario Mori e Giuseppe De Donno portano all’attenzione della procura di Palermo in una relazione in cui sostengono l’esistenza di un intreccio tra mafia e politica nella gestione degli appalti pubblici.

Un’ipotesi investigativa nella quale Falcone e Borsellino credono, fin quando il “20 luglio 1992, il giorno successivo all’attentato di via D’Amelio che uccise Borsellino, la procura di Palermo chiede e ottiene l’archiviazione dell’inchiesta, iniziativa che aveva – secondo alcune testimonianze – tenuta nascosta a Borsellino stesso. Archiviazione per tutti, salvo che per cinque persone di secondo livello per le quali vengono chiesti gli arresti. A firmare la richiesta sono due pm, Scarpinato e Lo Forte. Pignatone documenterà che al momento dell’archiviazione non era più il titolare di quel fascicolo”.

“Dove sta la cosa particolarmente strana?” chiede Sallusti a Palamara.

“Che la procura, per via di quei cinque arresti, allega al fascicolo, rendendola così pubblica, tutta l’informativa dei Ros. Addio segretezza delle indagini, compromessa forse per sempre la lotta alla mafia degli appalti. Ma questo è il lato giudiziario della vicenda, quello devastante che ci portiamo dietro ancora oggi è un altro”.

“Quale?”

“Che la magistratura si spacca in una guerra per bande e la mafia ci sguazza dentro, una palude nella quale ci si buttano anche i servizi segreti, faccendieri, e come abbiamo già visto logge e lobby. C’è un pentito, tale Angelo Siino, definito l’economo del clan dei Corleonesi, che nel 1995 accusa i tre magistrati che archiviarono l’inchiesta sugli appalti di «essere inaffidabili» e lascia intendere che la mafia era stata informata per tempo delle indagini. La posizione dei tre pm sarà archiviata nel 1998 a Caltanissetta, nonostante nell’ordinanza si legga che in effetti «il dottor Pignatone aveva un personale interesse in quelle indagini in quanto il padre era all’epoca presidente dell’Espi, che aveva il controllo della Sirap, società coinvolta nelle indagini, mentre il fratello era avvocato dello Stato e consulente dell’assessorato ai lavori pubblici»”.

Troppe storie e troppi nomi di personaggi che non possono essere riportati in un solo articolo.

Piero Amara, Sebastiano Ardita, Raffaele Cantone, Carlo Maria Capristo, Giuseppe Cascini, Agostino Cordova, Piercamillo Davigo, Nino Di Matteo, David Ermini, Francesco Greco, Guido Lo Forte, Luca Lotti, Francesco Lo Voi, Giuseppe Pignatone, Silvana Saguto, Giovanni Salvi e Roberto Scarpinato, sono soltanto alcuni dei nomi di protagonisti che fanno parte del libro di Palamara che spesso affronta gli aspetti tutti siciliani di una terra che non è stata sconvolta soltanto dalle guerre di mafia, ma anche da questa – per dirla alla Palamara – “guerra di cricche”, che ci riporta alla Palermo di Falcone e Borsellino, a un’indagine da loro voluta e poi archiviata, fino ad arrivare alla più recente guerra per la poltrona di Roma, passando per la vicenda che ha visto Montante – figura emergente di un’antimafia farlocca e condannato in primo grado a 14 anni di reclusione per associazione mafiosa – punto di riferimento anche di magistrati in carriera, come nel caso di Scarpinato, che a lui si rivolgevano tanto per raccomandarsi al fine di fare pubblicare un articolo, quanto per quella che a Sallusti pare “una richiesta di raccomandazione a una persona esterna alla magistratura – che poi si scoprirà essere a capo di una lobby mafiosa – ritenuta in grado di interferire con le decisioni del Csm”.

“Soprattutto – afferma Palamara – fra gli appunti di Montante ce ne è uno datato 3 maggio 2012, con la dicitura: «Scarpinato mi consegna composizione del Csm con i suoi iscritti per nuovo incarico, procura generale Palermo più Dna». E c’è pure la stampa del documento con la composizione del Csm con appunti manoscritti, in cui per ciascun componente è indicata la corrente di appartenenza, e per quelli eletti dal Parlamento il partito di appartenenza”.

Un libro che ha suscitato anche la reazione dell’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, figlia maggiore del giudice Borsellino, che nel corso di un’intervista rilasciata all’Adnkronos, parlando “a nome della famiglia” in merito alla lettera-denuncia fatta dai tre figli di Borsellino, in occasione dei 25 anni dalla strage, al Consiglio superiore della magistratura, affinchè si facesse chiarezza anche all’interno della magistratura dopo la sentenza del “Borsellino quater”, ha dichiarato: “Se quanto dice Luca Palamara nel suo libro fosse vero, sarebbe il modo peggiore per ricordare i giudici Falcone e Borsellino nel trentesimo anniversario delle stragi”.

Palamara, infatti, ricostruendo la vicenda del depistaggio sulla strage di via D’Amelio, operato da Scarantino, nel ricordare come il tribunale di Messina ha archiviato l’inchiesta nei confronti dei magistrati, alla richiesta di come fosse andata al Csm ha risposto: “A noi la questione arriva nel 2017 dopo la sentenza del processo Borsellino quater, il processo che di fatto certifica l’imbroglio del caso Scarantino. È anche l’anno del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Borsellino e la figlia del giudice, Fiammetta, scrive una lettera nella quale ci chiede di fare chiarezza anche all’interno della magistratura. In altre parole ci chiede di prendere l’iniziativa […] Il messaggio era chiaro: a noi non ce ne frega niente che voi commemoriate mio padre, noi abbiamo bisogno di fatti e risposte. Acquisiamo gli atti del Borsellino quater e apriamo una discussione in prima commissione, quella che si occupa dei procedimenti disciplinari. Fu una discussione molto accesa, ma detto in onestà non ci fu mai l’intenzione di andare fino in fondo. Primo perché era passato troppo tempo per poter accertare una verità oggettiva, secondo perché sulla vicenda aleggiava il nome di Nino Di Matteo, in quel momento tra i più potenti e protetti magistrati italiani. Abbiamo fatto ammuina, come si dice a Napoli. Non abbiamo neppure convocato, almeno per dare un segnale alla famiglia Borsellino e al Paese, i magistrati che gestirono quel depistaggio. Tantomeno Di Matteo che, ascoltato come testimone al processo di Caltanissetta contro i tre poliziotti coinvolti, confermò che in un primo tempo aveva creduto alle dichiarazioni di Scarantino e che solo dopo gli vennero dei dubbi. Versione che non spiega come mai il processo non venne fermato”.

Un capitolo a parte è quello dedicato alle nomine “inopportune” di taluni magistrati in particolari procure.

Nomine che secondo Palamara trovano una spiegazione in giochi funzionali a evitare indagini scomode.

Giochi e nomine “inopportune” – seguendo la logica di Palamara, anche attuali – in merito alle quali torneremo con i prossimi articoli…

Gian J. Morici

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