Come morì il Maresciallo Antonino Lombardo? Chiesta la riapertura delle indagini

4 marzo 1995 – Nell’auto parcheggiata nel cortile del Comando Legione carabinieri Sicilia di Palermo, il Maresciallo Antonino Lombardo decide di mettere fine alla propria vita sparandosi con l’arma d’ordinanza.

Un caso di suicidio presto risolto.

Uno strano suicidio. Troppi dubbi, troppe lacune nelle indagini, che non hanno mai convinto i famigliari di quel Maresciallo dei Ros che secondo chi lo conosceva non avrebbe mai compiuto un simile gesto.

Per anni ci si è interrogati sul perché di un suicidio, sul possibile movente.

Perché? Troppi perché. Cause e moventi che abbiamo cercato spostando l’attenzione dalle anomalie della posizione del corpo ritrovato nell’auto, da quella pistola ancora stretta in mano, dall’ogiva rinvenuta (forse) dietro l’auto, da quella lettera d’addio che Lombardo avrebbe scritto e che venne ritrovata sul sedile accanto al suo corpo.

Una lettera, l’ultima lettera di Lombardo, che forse ha allontanato gli inquirenti dalla verità, dal primo tassello della ricerca della verità.

Non perché è accaduto, ma cosa è accaduto.

È proprio dal “cosa” che nasce la richiesta di riapertura delle indagini da parte di Rossella Lombardo – figlia del Maresciallo – assistita dal legale di fiducia, Avv. Alessandra Maria Delrio, del Foro di Sassari, a partire dai rilievi fotografici eseguiti all’interno della Caserma Bonsignore, dalla mancata autopsia, dalle mancate risposte scientifiche in merito ad accertamenti effettuati di tipo balistico che avrebbero potuto escludere – o documentare con certezza – la causa suicidiaria della morte di Lombardo.

Cosa accadde quel lontano 4 marzo 1995?

Rieti La lettera rinvenuta sul sedile accanto al corpo di Lombardo

“Mi sono ucciso – si legge nella lettera lasciata da Lombardo – per non dare la soddisfazione a chi di competenza di farmi ammazzare e farmi passare per venduto e principalmente per non mettere in pericolo la vita di mia moglie e i miei figli che sono tutta la mia vita”.

Un suicidio, dunque. Un suicidio forse troppo presto archiviato come tale.

Un suicidio spiegato senza adeguati riscontri scientifici, avvalorato da quella lettera d’addio scritta da Lombardo.

Una lettera sulla quale si sono addensati molti dubbi.

Fu veramente Lombardo a scriverla? E se così fosse, quando l’avrebbe scritta?

È a partire da queste domande che si sono posti i famigliari del maresciallo – tra cui la figlia Rossella – che si arriva a una prima risposta che potrebbe dar luogo alla riapertura di un’indagine: la lettera non sarebbe stata scritta dall’allora “suicida” maresciallo dei Ros!

La lettera, secondo la Dottoressa Valentina Pierro, criminologa e grafologa forense alla quale si è rivolta la figlia del militare “suicida”, assistita dall’Avv. Delrio, rappresenterebbe “un esempio di ipotesi di scrittura artificiale. Si tratta di un processo di autocontrollo, più o meno volontario, che determina un bisogno di acquisire e costruire una grafia”.

È questo l’esito della consulenza tecnica della Dottoressa Valentina Pierro, a seguito dell’analisi comparativa tra la lettera rinvenuta nell’auto accanto al corpo del Maresciallo Lombardo, e altri documenti originali forniti dai famigliari.

Una lettera falsa?

Dal confronto dei diversi scritti, emergono differenze tali da aver indotto la grafologa forense a ritenere che la lettera rinvenuta accanto al corpo di Lombardo non sia stata scritta da lui.

Chi scrisse  la lettera d’addio del militare “suicida”, consegnata ai famigliari come autentica?

doloroso L’auto dove venne rinvenuto il corpo

Chi “avrebbe simulato le ragioni dell’addio – si chiedono la figlia di Lombardo e il suo difensore – avrebbe potuto, allo stesso modo, inscenare il suicidio? La fede attribuita in atti all’autenticità di quelle righe, pur senza riscontro e la carenza di accertamenti tecnici adeguati, ci fa propendere per una soluzione affermativa che può essere fugata solo da attente perizie tecniche.”

A completare un quadro nebuloso di indagini approssimative, incongruenze, dubbi e misteri, le dichiarazioni di soggetti che indicati come testimoni – secondo la ricostruzione fornita dalla Procura – in realtà quella sera non si trovavano neppure nella caserma dove avvenne il presunto suicidio del Maresciallo Lombardo.

È questo il caso di un carabiniere, la cui presenza in caserma veniva data per accertata, che dopo avere ascoltato il video di Fabio Lombardo – anche lui figlio del Maresciallo – in diretta Facebook, evidentemente stupito dal fatto che gli fossero state attribuite tanto la presenza che successive dichiarazioni, gli ha inviato un messaggio con il quale si è dichiarato pronto a farsi sentire, assicurandogli che quel 4 marzo del 1995 aveva lasciato la caserma nel primo pomeriggio, per farvi ritorno soltanto dopo la scoperta del presunto suicidio, quando nel cortile vide tante altre persone, e che mai aveva dichiarato di aver visto uscire e poi rientrare il Maresciallo Lombardo, poiché lui a quell’ora non si trovava neppure lì.

Un errore nell’indicare il nome del presunto testimone al quale attribuire dichiarazioni da lui mai rilasciate?

Chi era in servizio la sera in cui morì Lombardo?

Con chi il Maresciallo aveva avuto contatti telefonici nelle ore – o anche il giorno prima – antecedenti la sua morte?

Troppe anomalie, dalla lettera ai rilievi effettuati nell’immediatezza dei fatti, dalle carenze di esami tecnico-scientifici ai mancati accertamenti balistici e autoptici, dalle indicazioni in merito alla presenza di testimoni – di fatto assenti – agli scritti la cui origine deve essere doverosamente accertata,  che hanno indotto Rossella Lombardo e l’Avv. Delrio a chiedere la riapertura delle indagini, evidenziando come la ricostruzione fornita a suo tempo dagli atti d’indagine risulti infondata, chiedendo che alla luce dei recenti elementi acquisiti vengano svolte nuove indagini e individuate eventuali responsabilità.

Quello del Maresciallo Antonio Lombardo fu realmente un suicidio?

Ventisei anni sono tanti, ma non così tanti da non potere dare risposte a chi ha troppo sofferto per la perdita di un proprio caro, e per squarciare un muro di silenzio che potrebbe aver coperto un’attività depistatoria delle indagini o una mano assassina.

Spetterà adesso alla Procura della Repubblica di Palermo – dove è stata presentata l’istanza per la riapertura delle indagini – il primo passo volto ad accertare “cosa” – prima ancora che “perché” – accadde la sera  del 4 marzo 1995 nel cortile del Comando Legione Carabinieri Sicilia di Palermo.

Gian J. Morici

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