Le parate dell’antimafia

Ce ne eravamo accorti da tempo che c’era, e c’è, un’antimafia di cartone col giubbotto anti-proiettile – così come l’ha definita Claudio Fava – con le scorte e le sirene spiegate, con le passerelle a beneficio dei tanti allocchi, giornalisti compresi, che per troppo tempo hanno osannato le virtù di tanti “imprenditori coraggiosi”, presunti collaboratori di giustizia, rappresentanti di associazioni, ma anche di magistrati, che della bandiera dell’antimafia ne hanno fatto stracci al vento.

Per anni c’è stato chi si è ingiustamente arricchito, depauperando le già povere risorse economiche del nostro Paese, in nome di un’antimafia di facciata che solo tale era.

Dal cosiddetto caso Montante al caso Saguto, con la gestione dei beni confiscati a mafiosi che talvolta tali non erano, le recenti cronache ci hanno mostrato un diverso volto di coloro i quali rappresentavano la legalità e il contrasto alle organizzazioni criminali.

Un’antimafia che troppo spesso anche arrogante e minacciosa.

Se scrivere di mafia può avere “effetti collaterali” di un certo tipo, scrivere di antimafiosi con l’etichetta stampata da qualche incapace funzionario delle forze dell’ordine – o da magistrati non molto più capaci – non è esente da rischi.

Guai a toccare un eroe, c’è il pericolo di tirarsi addosso le ire funeste dei tanti accoliti pronti a lanciarsi al massacro di chi ne ha avuto l’ardire.

Senza considerare la reazione dell’interessato, che quantomeno minaccia di adire le vie legali a salvaguardia della presunta reputazione violata da chi scrive “stupidaggini o diffamazioni”, senza neppure aver controllato le dichiarazioni dei redditi di chi può essere annoverato tra i primi contribuenti della più povera provincia d’Italia (come se dovessimo rappresentare il fisco), nonché oggetto di sentenze passate in giudicato che hanno sancito tombalmente la sua condizione di imprenditore vittima della mafia e disposto a rischiare in proprio, anche per la propria famiglia, l’incolumità personale.

A pensarla diversamente – almeno in questo caso –  il tribunale di Agrigento che nei giorni scorsi ha disposto la confisca del patrimonio dell’imprenditore di Porto Empedocle Giuseppe Burgio, il “re” della distribuzione alimentare nell’Agrigentino. Una confisca che fa seguito alla condanna a 8 anni dell’imprenditore (nel 2018 arrestato per bancarotta fraudolenta, intestazione fittizia di beni e riciclaggio) che i giudici ritengono (sancendolo “tombalmente”) avesse consolidati rapporti con i vertici della mafia agrigentina.

Venerdì prossimo, sarà il gup Fulvia Veneziano a comunicare la decisione se accogliere o meno la richiesta del pubblico ministero in merito al rinvio a giudizio di 19 diciannove professionisti (oltre l’imprenditore accusato di avere sottratto all’erario circa mezzo milione di euro e di aver fatto sparire milioni di euro dalle aziende che avrebbe “svuotato”) che avrebbero agevolato il Burgio in un crack da 50 milioni di euro.

Burgio 10 anni fa, protagonista indiscusso di quell’antimafia di cartone e giubbotto antiproiettile, replicò a un articolo comparso sulle pagine di questo giornale concludendo così la sua lunga lettera:

La verita’ e’ che le sue menzogne non meriterebbero risposta se non per far capire a lei ed ai suoi padroni che io sono e continuerò ad essere una persona libera che difendera’ le sue posizioni, come ho sempre fatto, nelle sedi preposte e non nei i cortili giornalistici che lei frequenta,  spero abbia la dignità’, anche se a proposito nutro forti dubbi, di pubblicare integralmente la mia nota”.

Oggi come allora, nel ricordare al sig. Burgio che chi scrive non ha padroni e non frequenta “cortili” di alcun tipo, riguardo i suoi forti dubbi in merito alla mia dignità ancora una volta preferisco non mettermi sullo stesso piano, cosa che certamente non potranno fare gli “eroi” che per anni hanno contribuito a creare quest’antimafia da parata a discapito di quella vera, esponendo a rischi – quantomeno di ritorsioni legali – quanti avevano la capacità e il coraggio di guardare oltre le apparenze.

Gian J. Morici

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Ci scrive il Sig. Giuseppe Burgio

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