Marò – Pena di morte? Una vergogna tutta italiana

maròLa notizia echeggia sulle prime pagine dei giornali dell’India. La Corte Suprema indiana ha chiesto al Governo di trovare una soluzione entro due settimane allo stallo che sta ritardando il processo ai nostri due marò, dopo che la polizia speciale (Nia), che si era già rivolta ad un tribunale diverso da quello individuato come competente lo scorso anno, ha chiesto l’applicazione della ‘Sua Act’ , la famigerata legge antiterrorismo che contempla la pena di morte.

Come ammette il rappresentante legale del governo indiano Goolam E. Vahanvati, “esiste un conflitto di opinione all’interno dell’amministrazione” in merito alla possibilità di applicare la ‘Sua Act’, ed intanto i nostri due connazionali restano in attesa di conoscere quale sarà il futuro di chi, per aver servito il proprio Paese, corre oggi il rischio di dover rispondere con la propria vita dell’altrui incapacità o, ancor peggio, dell’altrui malafede. Non dobbiamo infatti dimenticare i tanti aspetti poco chiari che hanno caratterizzato questa vicenda. E non possiamo dimenticare la facilità con la quale chi ci ha governato e doveva farsi garante della Costituzione, ha consegnato due italiani nelle mani di un paese che per ragioni anche politiche potrebbe decidere di mettere a morte i nostri due soldati, in palese violazione della stessa e, probabilmente, si è reso responsabile anche di altri reati.

Dopo i tanti dubbi in merito agli interessi di carattere commerciale che avrebbero spinto il governo italiano alla “cautela” adottata, che avevamo già palesato prima che il nesso con la vicenda dello scandalo Finmeccanica fosse portato a conoscenza dell’opinione pubblica, un secondo sospetto, ma non meno inquietante, scaturiva dalle dichiarazioni in merito ad un possibile scambio dei due militari italiani con i 109 cittadini indiani detenuti in Italia. Fonte delle dichiarazioni, un alto funzionario del Ministero dell’Interno indiano, secondo il quale in base all’accordo siglato tra l’India e l’Italia, dopo che la Corte Suprema indiana avrebbe escluso per i due imputati la pena di morte,  i due paesi avrebbero potuto effettuare uno scambio di prigionieri.

Il problema dei marò è inoltre legato anche alla situazione politica indiana, che ha visto la  Presidente del Partito del Congresso Indiano al governo, Antonia Edvige Albina Maino, detta Sonia, vedova Gandhi, fronteggiare le accuse del partito nazionalista che ritiene deboli le posizioni espresse dal governo, riconducendone la responsabilità alla Gandhi che è nata e cresciuta in Italia.

Da un lato le commesse militari, le tangenti, gli interessi politici dei partiti di opposizione e di governo indiani, dall’altra, la vita di due uomini. Due cittadini italiani. Non ci vuole molto a comprendere come l’ago della bilancia si sia spostato in favore degli interessi.

A conferma di quelli che inizialmente erano soltanto sospetti, le recenti dichiarazioni dell’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi, secondo il quale “Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non dovevano essere rimandati in India. Se questo è stato fatto è anche per le “fortissime pressioni di gruppi economici”, ed ha aggiunto di temere per la loro vita.

Parole gravissime quelle dell’ex ministro, che in qualsiasi altra nazione avrebbero portato inevitabilmente all’apertura di un’inchiesta. Ma come si fa a mettere sotto inchiesta i vertici delle istituzioni? Con quale accusa? E principalmente, chi avrebbe il coraggio di muovere accuse tanto gravi a chi rappresenta l’Italia?

Se fosse provato che Girone e Latorre sono stati consegnati all’India in nome di interessi commerciali, l’accusa sarebbe gravissima. Ma è forse meno grave il fatto che la “consegna” sia avvenuta contravvenendo a quanto previsto dalla nostra Costituzione? Quale reato potrebbe raffigurarsi dietro la palese violazione della Costituzione, specie se tale violazione portasse all’uccisione di due soldati italiani ceduti ad un Paese terzo? Un Paese che, è doveroso ricordare, adotta due pesi e due misure nel voler processare i nostri due marò per fatti avvenuti, se mai fossero responsabili, in acque internazionali e nell’adempimento delle proprie funzione, mentre di contro per la vergognosa vicenda che ha visto 12 ufficiali e 34 soldati del contingente di Caschi Blu indiani in Congo, accusati di abusi sessuali ai danni di donne congolesi ha preteso ed ottenuto che i propri militari venissero posti sotto processo in India, e non in Congo.

La storia

imageIl  15 febbraio 2012, la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono sei marò del Reggimento San Marco con il compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati. Secondo l’accusa, nel corso di un presunto attacco pirata, i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, sparano contro la St. Antony, uccidendo due membri dell’equipaggio. Quel giorno, la petroliera italiana Enrica Lexie comunicava che il Nucleo di Protezione Militare imbarcato a bordo per contrastare la pirateria marittima aveva sventato un attacco di pirati.

Poco dopo l’Armatore informava la Difesa che lo Stato indiano del Kerala aveva chiesto al Comandante della nave di rientrare in acque territoriali indiane ed attraccare al porto di Koci per riconoscere supposti pirati che erano stati arrestati. La Difesa, come successivamente riferito in Parlamento dall’allora Ministro Gianpaolo Di Paola (Ammiraglio che era stato ai vertici delle Forze Armate come Capo di SM della Difesa) quella notte ha dato l’OK perché la richiesta proveniva da uno Stato amico. Perchè mai lo Stato indiano del Kerala chiedeva al Comandante della Lexie della di attraccare al porto di Koci per riconoscere presunti pirati che erano stati arrestati, se di pirati successivamente le autorità indiane non parleranno più? Può essere amico uno Stato che ricorre all’inganno per catturare una nave e il suo equipaggio?

Nessuno inoltre ci dice da chi sia venuto il placet, se dal Comando Operativo Interforze (COI) o dal Comando Della Squadra Navale (CINCINAV) dal quale dipendevano sulla linea gerarchico funzionale i Fucilieri del San Marco imbarcati, al cui Comando all’epoca dei fatti era l’attuale Capo di SM della Difesa sostituito, Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. Sarà sostituito nell’incarico il 25 febbraio dall’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi oggi Capo di SM della Marina.

La Lexie attracca, in banchina l’Addetto Militare italiano il Contrammiraglio Franco Favre che.consegna i due militari alla Polizia indiana e di lì a poco le armi di tutti i Fucilieri di Marina imbarcati per essere sottoposte senza controllo di esperti italiani ad una pseudo perizia balistica da parte della polizia del Kerala.

Chi e perché ha autorizzato il Contrammiraglio ed insieme a lui il Console a Mumbai Cutillo ad estradare di fatto due cittadini italiani in uno Stato dove é prevista la pena di morte per i reati loro ascritti? E ancora, perché sono state consegnate le armi ad uno Stato terzo nonostante precisa normativa italiana che regola la gestione e la cessione dell’equipaggiamento ed armamento di militari ad una Nazione diversa da quella di appartenenza?

Per quanto attiene alle armi, é necessario puntualizzare che la normativa di legge prevede che le armi e l’equipaggiamento in dotazione ai militari sono di proprietà dello Stato, per cui non possono essere oggetto di sequestro nemmeno cautelare da parte di uno Stato Estero.

Violazioni, incongruenze e risarcimento del danno

I militari godono di immunità funzionale, diritto previsto dal Diritto pattizio e quindi regole da non sottoscrivere di volta in volta fra gli Stati. Una garanzia consolidata che risale ai fatti di MacLoad del 1840 e mai messo in discussione da nessun Paese. Diritto peraltro garantito più volte dall’India ai propri soldati, impiegati all’estero in Contingenti Militari Multinazionali ed imputati anche di reati comuni.

Come riportato dagli organi di stampa il primo interrogatorio di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone fu fatto dalla Polizia del Kerala avvalendosi della traduzione simultanea di un Vescovo cattolico indiano, vicino alle famiglie dei due poveri pescatori uccisi. Non fu garantito, invece, dalle Autoritá diplomatiche presenti un interprete “giurato” accreditato presso l’Ambasciata italiana a Delhi, prassi corrente e consolidata in tutto il mondo.

Non ci vuol molto a comprendere come siano venute meno le garanzie e i diritti della difesa.

imageA questi fatti, già poco chiari, si aggiunge il pagamento di supposti danni alle famiglie dei pescatori ed al proprietario del peschereccio che a detta degli indiani era stato coinvolto negli eventi. Ovvio che, nell’immaginario collettivo, e in particolare nell’opinione pubblica indiana, senza voler parlare delle forze di opposizione al governo in carica che hanno cavalcato questa teoria, il risarcimento del danno abbia assunto quasi i termini di un’ammissione di colpa. A tutto questo va ad aggiungersi il dubbio sulla provenienza dei fondi utilizzati per compensare la controparte dei danni subiti. Congruo risarcimento danni in termini economici, risorse sicuramente non imputabili a Capitolo di spesa dello Stato. Forse fondi riservati che per esser spesi nella misura in cui è stato fatto avranno necessitato una precisa autorizzazione del Presidente del Consiglio.

I marò tornano in Italia

I due militari hanno trascorso il Natale 2012 in Italia, una piccola vittoria dell’allora Ministro degli Esteri Terzi, immediatamente vanificata dopo due settimane da una seconda estradizione concessa dall’Esecutivo in carica.

A febbraio, un altro successo diplomatico ha portato i due militari a rientrare in Italia per adempiere ai loro obblighi diplomatici, questa volta per quattro settimane. Una palese accondiscendenza dell’India che forse sperava in un atto di orgoglio italiano che portasse al non rientro dei Fucilieri di Marina alla scadenza del permesso elettorale. Delhi, infatti, aveva concesso qualcosa che rappresentava una palese forzatura della situazione in quanto Massimiliano e Salvatore avrebbero sicuramente potuto votare in India presso la nostra Sede diplomatica.

In questa ottica il 5 marzo 2013, a firma del Generale Fernando Termentini e di un avvocato di Trani, hanno depositato un esposto presso la Procura di Roma, all’attenzione del Sostituto Procuratore Aggiunto dott. Giancarlo Capaldo ed al PM Elisabetta Cennicola che per quanto noto era la titolare delle indagini aperte in Italia nei confronti dei due marò, inscritti nel registro degli indagati per “omicidio volontario” . Un’istanza con la quale si chiedeva, stante l’importanza del delitto in ipotesi, di adottare provvedimenti contro l’espatrio per evitare che i due militari in procinto di rientrare in India potessero sottrarsi alla legge italiana. Un’azione di natura giudiziaria che avrebbe permesso all’Esecutivo di rappresentare alla controparte indiana di essere nell’impossibilitá di rispettare gli impegni nel rispetto della decisione del potere giudiziario.

Improvvisamente l’allora Sottosegretario agli Esteri, dott. Staffan de Mistura l’11 marzo 2013 annunciò al mondo che i due del San Marco non sarebbero rientrati in India e che l’ Italia avrebbe avviato un arbitrato internazionale che si pronunciasse sugli eventi ed in particolare su come Delhi si era appropriata di diritti che non le competevano anche in considerazione che il 17 gennaio l’Alta Corte indiana aveva ammesso che i fatti erano avvenuti in acque internazionali seppure nella fascia contigua.

L’Italia restituisce all’India i marò

Purtroppo, le decisioni vennero smentite dai fatti di lí a poco. Il 22 marzo i due militari furono fatti rientrare precipitosamente in India. Torniamo per un attimo alle recenti dichiarazioni dell’ex ministro Terzi in merito alle pressioni subite dal governo italiano. Quanto pesarono queste pressioni esercitate sul governo affinchè rivedesse la propria posizione e consegnasse due cittadini italiani ad un Paese dove oggi rischiano la pena di morte? Chi pressò in tal senso? Chi si prestò ad accogliere tale richiesta? Domande alle quali non possiamo rispondere ma che certamente meriterebbero di essere poste da soggetti istituzionalmente titolati a far luce sulla vicenda e a garantire il rispetto delle leggi in questo Paese.

Una terza estradizione decisa dall’Esecutivo presieduto dal Presidente del Consiglio Senatore Prof. Mario Monti e con la condivisione del Ministro della Difesa Gianpaolo Di Paola.

Non un ‘applicazione della legge anche esasperata per un vizio interpretativo della stessa, piuttosto una vera e propria forzatura di quanto il legislatore italiano ha stabilito in tema di estradizione, atto esecutivo che, peraltro, non puó essere deciso “motu proprio” dal Governo ma deve essere sancito dalla sentenza di un Tribunale.

Norme sull’estradizione

Un vero e proprio atto di estradizione attiva attuato su richiesta dell’India che affermava il diritto di indagare e giudicare due militari italiani per un reato che il Codice Penale indiano punisce con la pena capitale. Una decisione presa senza una decretazione di un Tribunale italiano e senza tenere in massimo conto quanto la Legge prevede.

Infatti, il codice penale italiano si occupa dell’estradizione all’art. 13 e stabilisce che la stessa è regolata dalla legge penale italiana, dalle convenzioni e dagli usi internazionali. Inoltre la Costituzione sancisce agli artt. 10 e 26 il divieto di estradizione anche per reati politici, esclusi i reati di genocidio o i crimini contro l’umanità. La Corte costituzionale ha, nel tempo sancito che si possa estradare per reati puniti con la pena di morte nel paese richiedente, divieto peraltro previsto dall’articolo 698 del Codice di Procedura Penale che vieta l’atto quando é ipotizzabile che la persona verrà sottoposta ad un procedimento penale che non assicuri i diritti fondamentali della difesa, con un processo basato su prove certe, condizioni palesemente oggettive nella vicenda dei due Marò.

Solo per citare le principali, perizie balistiche ed esami autoptici unilaterali senza la presenza di periti di parte, non prove certe che il peschereccio oggetto di fuoco dissuasivo da parte dei militari italiani fosse il S.Anthony dove erano imbarcati i due pescatori uccisi, discordanza di testimonianze, atto ingannevole punito penalmente dal Diritto Marittimo, posto in essere dalla Guardia Costiera del Kerale per indurre la Lexie a raggiungere Koci.

boatRiconsegna dei due cittadini italiani a Delhi sulla base di una motivazione esplicitata dal dott. De Mistura ed accettata come efficace dal Senatore Monti : l’India aveva dichiarato la non applicabilitá della pena di morte per l’ipotesi di reato addebitata ai due militari. Un atto sottoscritto dall’Addetto di Affari indiano presso l’Ambasciata di Roma, assolutamente irrilevante e privo di significato giuridico secondo quanto affermato da una sentenza della Corte Costituzionale ( la n. 223 del 27 giugno 1996) in cui la Suprema Corte ha ritenuto la semplice garanzia formale della non applicazione della pena di morte atto insufficiente alla concessione dell’estradizione. Suprema Corte che più nello specifico si è espressa attraverso la Sezione VI (Sentenza n. 45253 del 22 nov. 2005, Cc. Dep. Il 13 dic. 2005, Rv, 232633 ) e da ultimo con quanto sentenziato dalla Sez. VI il 10 ottobre 2008 n. 40283, dep. 28 ottobre 2008 affermando tra l’altro che “ai fini della pronuncia favorevole all’estradizione , è richiesta documentata sussistenza e la valutazione di gravi indizi ……” elementi che per quanto sopra specificato non sembrano assolutamente sussistere.

Norme giuridiche in prima approssimazione disattese, atto sottoposto alla valutazione della Procura della Repubblica di Roma, con un esposto inviato via fax il 13 ottobre 2013, all’attenzione dei due PM a cui era stato formalizzato il documento di marzo .

Si può quindi affermare che i protagonisti di una vicenda internazionale grottesca, riportata giá in apposite sessioni della Facoltá di diritto internazionale di molte Universitá italiane come un esempio assolutamente negativo nella gestione di una controversia internazionale, non sono solo Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Sono innegabili, infatti, i coinvolgimenti palesi, sicuri , diretti ed indiretti, forse anche con rilevanza penale, di chi era in quel momento delegato a garantire la sovranitá nazionale ed il rispetto della Costituzione. Altri potrebbero essere individuati considerando se si decidesse di applicare un pilastro fondante del nostro diritto sull’obbligatorietá dell’azione penale.

Il Ministro Bonino ha recentemente affermato che “l’innocenza dei due Marò non é stata accertata” calpestando anche quel poco che rimane dell’antica tradizione italiana sullo Stato di Diritto che deve garantire la certezza della prova di colpevolezza e non il contrario. La rappresentante della Farnesina si trincea dietro una riservatezza incomprensibile rotta a tratti da dichiarazioni sul suo impegno di occuparsi di altri 3200 italiani in difficoltá del mondo. Un richiamo inusuale per una garante ed un’esperta di diritto quale é la dottoressa Bonino che dimentica che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone non sono italiani incappati in reati comuni o di opinione e non sono ultrá tifosi di calcio, piuttosto sono due militari italiani a cui é dovuta, per diritto insito al loro status, l’immunitá funzionale quando impiegati in azioni per conto della Nazione di appartenenza in teatri operativi dislocati in Paesi terzi

La pena di morte

Una sola cosa è però certa, due cittadini italiani sono da 23 mesi in ostaggio di uno Stato terzo al

quale sono stati consegnati per tre volte per motivi tutti da accertare. Sicuramente non colpevoli per aver commesso reati comuni ma solo in quanto coinvolti in eventi loro attribuiti mentre assolvevano un compito specifico affidato loro dal Parlamento. Due cittadini che languiscono nella prigione dorata dell’Ambasciata di Delhi a cui lo Stato sta concedendo anche molto, quasi come atto dovuto, alibi di chi molto ha tolto a due soldati ed alle loro famiglie. Due italiani che, insieme le loro famiglie, vivono l’angoscia di dover affrontare un verdetto che potrebbe prevedere la pena capitale.

In Italia, la pena di morte è stata abolita a far data dal 1º gennaio 1948 per tutti i reati comuni e militari commessi in tempo di pace, fin quando nel 1994 venne definitivamente abolita anche dal Codice penale militare di guerra e,nel 2007, una legge Costituzionale modificò l’art. 27 della Costituzione introducendo il divieto assoluto di utilizzare la pena di morte nell’ordinamento penale italiano. Nel 2002, l’Italia ha ratificato il protocollo n. 13 alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, relativo all’abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza.

Vergogna italiana

Come spiegare ai familiari di Latorre e Girone che gli stessi rischiano oggi di morire per uno Stato che non solo aveva abolito la pena di morte dal proprio ordinamento giuridico, ma aveva anche aderito alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo proprio in materia di pena di morte?

Tutti coloro i quali avevano espresso certezze in merito alla non applicazione della pena capitale e che avevano espresso parole di elogio nei confronti dei due soldati, orgoglio di una Patria che alla luce di quanto accaduto forse non esiste più, avranno il coraggio di guardare negli occhi coloro ai quali hanno strappato via un proprio caro?

Fernando Termentini

Gian J. Morici

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