Il business della pelle

imgUn vero affare per chi lucra sui prestiti fatti all’estero per l’export, un affare per chi trasporta le “pelli”, un vero affare per chi si occupa dello “stoccaggio della merce” in Italia.

Pelle nera, bianca o in varie tinte e sfumature. Ma sempre preziosa, Nera, purché non porti il marchio CE e se di tanto in tanto si perde qualche carico a causa degli incidenti che accadono durante il trasporto, pazienza, fa parte dei rischi gestionali.

Il primo business, è di coloro i quali prestano il denaro per la spedizione delle merci. Un prestito che prevede la restituzione della somma anticipata una volta che le pelli arrivano a destinazione. Un prestito fatto alle famiglie di tanti paesi africani che pagano così il viaggio dei propri cari verso l’Europa. Migranti, clandestini, che una volta arrivati da noi spesso tentano la fuga verso le città del nord Italia, dove devono consegnarsi a chi ha finanziato la traversata prestando i soldi ai loro familiari.

Un’organizzazione che sa bene come farsi restituire i soldi. Prostituzione e spaccio di droga, sono le attività alle quali vengono spesso avviati i nuovi schiavi del crimine. E chi non paga mette a rischio la propria famiglia. Chi invece parte con mezzi economici propri, va ad alimentare il business degli scafisti e, una volta giunto a destinazione, quello di chi vive ospitandoli ossia talvolta altri connazionali e più spesso centri di accoglienza e strutture similari.

Ma quanto costa l’ospitalità e cosa offre? Se l’ospitalità è quella offerta ad un migrante clandestino sfuggito ai Cie, chi lo accoglie chiede somme che vanno dai 500 ai 1.000 euro per qualche giorno di “ospitalità”, pochi indumenti ed un biglietto ferroviario che, anziché a Milano, la destinazione più scelta, lo porta sino a Palermo a sua insaputa. Da lì in poi il povero migrante dovrà arrangiarsi. Viceversa, come riportato dal quotidiano “la Repubblica”, i “professionisti dell’accoglienza” percepiranno dai 45 euro al giorno, vale a dire la spesa media per ogni immigrato, fino ai 70 euro previsti per ogni minore. Un volume d’affari che, nel solo 2013, è costato alle casse  dello Stato ben 1.800.000 euro al giorno.

E se la tratta di esseri umani, secondo i rapporti dell’Onu rappresenta il secondo business dopo il narcotraffico, la gestione legale, o quasi, delle “merci” arrivate a destinazione, è un affare a molti zeri ed in continua crescita.

Un affare che, come nel caso di Lampedusa, ha portato l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) a chiedere al governo italiano soluzioni urgenti per migliorare gli standard di accoglienza a quanti fuggiti dall’inferno di guerre e persecuzioni si ritrovano a vivere in condizioni assai discutibili nel paese dove avevano cercato rifugio.

Si è sempre preferito ignorare le condizioni di vita dei migranti in queste strutture di accoglienza nonostante da tempo fossero a conoscenza di tanti. Un caso per tutti: il circostanziato esposto presentato anni fa ad Agrigento, nel quale venivano denunciate numerose “anomalie” nella gestione di una struttura destinata ad accogliere minori. Ospiti costretti a dormire con giacconi e berretti di lana perché durante l’inverno non venivano accessi i riscaldamenti, condizioni igienico-sanitarie assai precarie e tanto altro ancora. Fatti che risultano ingiustificabili visti i costi affrontati per mantenere  strutture simili.

Mentre nella logica di una guerra tra i poveri che vede i migranti nemici di quanti pensano essi siano la  causa di una concorrenza occupazionale sleale, nessuno guarda il vero problema: ossia uno Stato che anziché cercare la soluzione alle problematiche derivanti dai flussi migratori, chiedendo all’Europa un’assunzione di responsabilità nell’accoglienza da parte di tutti gli Stati membri adottando criteri proporzionali, ha curato soltanto l’aspetto dell’intervento economico per fini diversi dall’interesse della nazione e  dalla vera solidarietà che non è certo quell’ipocrisia alla quale ci hanno abituati e che fa  comodo soltanto a chi di questa presunta solidarietà ha fatto la propria professione.

Una “professione” che va a danno dei migranti che si trovano in strutture di accoglienza trasformate in campi di prigionia, ma anche a danno degli operatori che, spesso inquadrati come tirocinanti e volontari che prestano la propria opera sottopagati, sfruttati e trattati quasi alla stregua degli stessi ospiti.

Quante sono le strutture che accolgono gli immigrati? Chi verifica le condizioni di vita degli stessi all’interno di questi centri? Chi controlla lo stato dei locali, le condizioni igienico-sanitarie, il vitto, il funzionamento di riscaldamenti e tutto quello che dallo Stato viene pagato? Chi verifica la presenza degli operatori e le effettive ore di lavoro?

Dietro la gestione di queste strutture, spesso si celano mille interessi. Dal politico pronto ad agevolare iter burocratici e finanziamenti in cambio di assunzioni clientelari o peggio, ai vertici di cooperative, associazioni ecc, che gestiscono con denaro pubblico quella che altro non è che un’azienda privata sulla quale speculare risparmiando su stipendi, vitto, energia elettrica, gas e quanto altro.

L’esposto presentato anni fa ad Agrigento, nel quale venivano denunciate numerose anomalie, nonostante le stesse fossero comprovate da molte fotografie, venne regolarmente archiviato.

Nessuno querelò mai per diffamazione l’autore dell’esposto, nonostante che quanto denunciato venne riportato da un giornale, né tantomeno fu deferito alle autorità per calunnia, nonostante oltre ad aver presentato l’esposto l’autore si oppose persino alla sua archiviazione.

Gli affari sono affari.

Gian J. Morici

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