CDA spa – Il dramma di 70 famiglie in mezzo ad una strada. Ma non solo…

Agrigento – Erano circa quaranta i lavoratori presenti stamattina al terzo piano del Tribunale di Agrigento, alla sezione fallimentare. Volti tesi, con dipinta su la disperazione di chi sa che non ha più un lavoro, di chi teme di non potere portare avanti la propria famiglia, di chi prova stupore ma anche rabbia, perché non si spiega come un’azienda nella quale ha lavorato per decine di anni e che fatturava circa cento milioni di euro, possa nel giro di qualche anno chiudere battenti e lasciare in mezzo la strada tanti lavoratori. Tante famiglie, tante bocche da sfamare.

Se ai settanta lavoratori del CDA spa, si aggiungono quelli dei punti vendita comunque riconducibili agli stessi personaggi che fanno capo all’azienda Centro Distribuzione Alimentare spa, il numero sale ancora. Con la paventata chiusura dei supermercati di Cammarata, Porto Empedocle e Agrigento, a marchio Despar e Interspar, si aggiungerebbero altre novanta unità lavorative licenziate, ai settanta dipendenti del CDA spa che hanno perso il lavoro, e agli altri venti della società Gestal che ha già chiuso i supermercati di Canicattì, Favara, Palma Montechiaro e Sciacca. Un vero dramma per una città come Agrigento da sempre affamata di lavoro, che basa la propria economia sul lavoro terziario.

I sindacati, avevano già denunciato la gravità della situazione, palesando serie preoccupazioni “per lo stato occupazionale dei lavoratori delle già citate società e per evitare che si possano verificare vergognose speculazioni su operazioni che coinvolgono ancora una volta famiglie agrigentine, causando una condizione di precarietà non più sostenibile”.

L’azienda CDA spa, nasce nel 1987, e nell’arco di pochi anni, si trasforma in una delle più importanti aziende presenti nel nostro territorio. Gli affari prosperano e l’azienda cresce a vista d’occhio. Circa 98 milioni di euro di fatturato, quando intorno al 2007, a capo della stessa, s’insedia Giuseppe Burgio. Un imprenditore siciliano rientrato nella categoria dei cosiddetti “imprenditori coraggiosi”, per aver denunciato le richieste di pizzo da parte della mafia.

Era l’estate del 2010, quando Giuseppe Burgio veniva fotografato a Pisa in compagnia  di costruttori navali e sindaco, all’inaugurazione di uno yacht da dieci milioni di euro, al quale viene dato il nome della compagna dell’imprenditore (Mariellina). Ed è Burgio, che viene presentato dai responsabili del cantiere come il proprietario dello yacht e che conferma ai cronisti che la barca è sua.

La notizia pubblicata da “Il Tirreno” (clicca qui) arriva ad Agrigento, destando sconcerto ed alimentando il malessere che serpeggia tra i suoi dipendenti, che da circa due anni vengono pagati ogni tre mesi ed affrontano quindi notevoli difficoltà economiche. Pronta la smentita dell’imprenditore sulla stampa locale, ma non su “Il Tirreno”, che per primo aveva pubblicato la notizia.

Solo successivamente, al Tirreno arriverà la smentita da parte dei costruttori: “L’armatore non è Burgio. È un altro. Lui era lì, quel giorno, solo come ospite dei produttori. I cronisti? Hanno capito male, tutti quelli che c’erano. «La direzione del cantiere – scrive l’ufficio stampa Leopard Yachts – ci tiene a precisare che la presenza del dottor Burgio in occasione del varo non è nella maniera più assoluta da collegarsi alla proprietà dello yacht ma, molto più semplicemente, alla lunga relazione personale e professionale che lo lega alla famiglia Picchiotti, proprietaria del cantiere”.

Il 15 giugno 2011, lo yacht Leopard 34 Mariellina, con a poppa  una bandiera simile a quella inglese, approda a Lipari (clicca qui e leggi l’articolo). La figura femminile immortalata dal fotografo, sembra somigliare alla stessa donna che è in compagnia di Burgio l’anno prima, quando l’imbarcazione viene tenuta a battesimo, e quando lo stesso Burgio smentirà il fatto d’esser lui il proprietario dello yacht. Appoggiato in questo anche dalla  famiglia dei costruttori navali Picchiotti. Una somiglianza? Una coincidenza? Sicuramente sarà così.

Stamane, dinanzi l’aula della sezione fallimentare del Tribunale, i suoi, ormai ex, dipendenti, stringevano i pugni e si mordevano le labbra per non parlare. Le recenti proteste per quanto sta loro accadendo hanno sempre trovato la pronta replica dell’imprenditore, che ha contestato le accuse mosse dai lavoratori e dai sindacati (Filcams-CGIL, Fisascat-CISL e UIL Tucs). Repliche che hanno trovato ampio spazio sui media, a differenza di quelle dei lavoratori, le cui dichiarazioni – a loro dire- vengono censurate o comunque hanno spazi marginali.

Conoscendo la stampa agrigentina e gli interessi che parte della  stessa ha condiviso con Burgio, questo non può meravigliare  affatto. Meraviglia invece, che durante gli incontri tenuti in Prefettura, non siano stati presenti i lavoratori. Un’anomalia, considerato come già in passato l’imprenditore abbia avuto modo di conferire con il Prefetto e con i sindacati.

Oggi dinanzi l’aula, erano i lavoratori che parlavano tra loro, raccontando di come da quando presidente del CDA era stato nominato Burgio, erano iniziati i ritardi nei pagamenti degli stipendi. Nonostante gli accordi successivamente sottoscritti alla presenza dei sindacati, secondo quanto riferito dai dipendenti, ancora oggi gli stessi dovrebbero percepire gli stipendi di febbraio e marzo. Ma non soltanto di stipendi si parla lungo i corridoi del tribunale agrigentino, dove si sentono voci smorzate sibilare di contributi e trattenute dei quinti dello stipendio, che , vista la reticenza a parlarne, meriterebbero forse qualche approfondimento.

Un’altra stranezza, è quella delle nuove assunzioni effettuate poco  prima che si rendesse nota la volontà di mettere in liquidazione l’azienda. Da quando in qua, un’azienda prossima ad annunciare la chiusura dei battenti, assume personale, quando ha già difficoltà a pagare quello già inquadrato? A distanza di oltre un anno dallo sciopero indetto dai lavoratori – e da quando Burgio, come sostenuto dai lavoratori stessi,  s’impegnò a pagare di tasca propria stipendi e tredicesime, annunciando la chiusura della ditta – , di mettere la stessa in liquidazione non se ne parla neppure. Così come non è ancora chiara la sorte del credito di queste settanta unità lavorative – attualmente in mobilità – né quella del personale dei centri vendita, di cui almeno uno pare sia stato chiuso senza che si sia neppure provveduto a licenziare i dipendenti ne a metterli in mobilità.

Se così fosse, ci sarebbe da chiedersi cosa sta realmente accadendo e come mai si mantiene tanto silenzio su una vicenda che ovunque – tranne nella omertosa Agrigento – avrebbe fatto tanto scalpore da far tremare i muri.

Stamattina in Tribunale non c’erano soltanto i lavoratori. A depositare istanze di fallimento (pare siano otto), i difensori di ditte creditrici, alle quali – stando quanto dichiarato da avvocati in attesa di mandato – ben presto se ne dovrebbero aggiungere altre. I legali di Burgio hanno tentato un rinvio proponendo il pagamento di un acconto sulle somme che l’imprenditore dovrebbe. Una proposta che se da un lato ha incontrato il favore di aziende creditrici, dall’altro, con i lavoratori, è andata a vuoto. A denti stetti e con i pugni serrati, certamente con il tarlo in testa di come sfamare i propri figli e con la preoccupazione per il futuro, i lavoratori sono stati irremovibili: “Nessun acconto. Si va avanti con la procedura…”.

La prossima udienza il 7 novembre, quando, se i lavoratori non avranno ottenuto risposte economiche soddisfacenti, si procederà in direzione della dichiarazione di fallimento dell’azienda. A fare da corollario a tanta disperazione – quella dei lavoratori e delle famiglie degli stessi e non altre -, il fragoroso silenzio di una stampa assopita e forse prona dinanzi ad interessi che andrebbero meglio analizzati.

Forse, se per un attimo ci calassimo nei panni di chi deve guardare i propri figli negli occhi, con dentro la consapevolezza di non poter garantire loro un piatto di minestra l’indomani, anche questa vicenda e il dramma di queste famiglie, finirebbe sotto i riflettori di un’informazione che vuol restare tale. Noi dal canto nostro, in attesa dell’udienza del 7 novembre, daremo tutto lo spazio che questa storia merita, dando voce a chi ben poca finora ne ha avuta: i lavoratori!

Gian J. Morici

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