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Un paisi di pupi (e di pupari). Si commemora oggi, una sconfitta dello Stato e delle persone oneste.

creato da Gian Joseph Morici - Ultima modifica 21/09/2008 15:45

Il 21 settembre 1990, il giudice Rosario Livatino, percorre con la sua auto, una Ford Fiesta, lo scorrimento veloce che da Canicattì, porta ad Agrigento.

Un paisi di pupi (e di pupari).  Si commemora oggi, una sconfitta dello Stato e delle persone oneste.

Il giudice Livatino

Il giovane Rosario Livatino, si sta recando ad Agrigento, dove è giudice a latere del Tribunale e della sezione misure di prevenzione.

Ma quel giorno, qualcuno ha deciso che non arriverà al lavoro.

All’altezza del viadotto Gasena, lungo la SS 640, Livatino cade in un agguato tesogli da un gruppo di killer a servizio della mafia.

Sarà poi grazie al supertestimone Pietro Ivano Nava, che i componenti del commando, saranno  condannati all’ergastolo, ma con pene ridotte per coloro che avevano deciso di collaborare con la giustizia.

Rosario Livatino, era nato a Canicattì, in Sicilia, il 3 ottobre 1952 e aveva conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Palermo nel 1975 col massimo dei voti e la lode.

Entrato nel mondo del lavoro vincendo il concorso per vicedirettore in prova presso la sede dell'Ufficio del Registro di Agrigento dove resta dal 1° dicembre 1977 al 17 luglio 1978, aveva poi superato con successo il concorso in magistratura.

Prima uditore giudiziario a Caltanissetta, successivamente, dal 29 settembre 1979 al 20 agosto 1989, ricopre l’incarico di sostituto procuratore della Repubblica al Tribunale di Agrigento.

Non è neppure il caso, di scrivere dell’uomo Livatino, della sua breve storia di magistrato o della sua fede, molto si è già scritto a tal proposito e ancora tanto si continuerà a scrivere.

Della sua attività di magistrato, vogliamo solo ricordare le indagini antimafia, che lo porteranno a scoprire i rapporti tra Mafia e Massoneria e l’indagine che nel ’90 porterà alla cosiddetta "Tangentopoli siciliana".

Sarà proprio a seguito di questi fatti, che Cossiga lo indicherà come “il giudice ragazzino” e non certo per fargli un complimento.

Non bisogna infatti dimenticare, che fu quella la prima volta che un ministro venne interrogato nel corso di un’indagine.

Oggi, a distanza di 18 anni dalla sua uccisione, assistiamo ad eventi commemorativi, promesse e buoni propositi nella lotta alla mafia e alle tante passerelle, politiche e non, che vengono di volta in volta organizzate per ricordare il sacrificio di fedeli servitori dello Stato, salvo poi lasciare immutate le cose e dimenticare le tante belle parole spese dinanzi le telecamere.

Se solo avessimo il coraggio di ammettere la verità, potremmo indicare una data di commemorazione per tutti quelli che sono caduti sotto i vili colpi della mafia e con il silenzio di chi lo Stato lo rappresenta, titolando la giornata del ricordo, come “Giornata commemorativa della sconfitta dello Stato e della gente perbene”.


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