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SBARACCARE PARENTOPOLI

creato da Gian Joseph Morici - Ultima modifica 22/10/2008 18:50

Una volta, la pratica più frequente di favoritismo si chiamava nepotismo, perché nato alla corte papalina, intorno al ‘600, a privilegio soprattutto dei nipoti dei pontefici visto che non avevano mogli e figli. Fra i tanti beneficati, uno era il “cardenal nepote” messo a capo della segreteria del pontefice.

Oggi tale pratica, nel frattempo laicizzatasi, si chiama “parentopoli” quasi a sottolineare una sua degradante estensione, diffusa in politica e non solo, giacché non si limita a favorire i nipoti ma l’intero casato dei potenti di turno: mogli, figli, fratelli, cognati, cugini, ecc.

I recenti articoli di “Repubblica” hanno squarciato il velo della parentopoli siciliana, offrendo uno

scorcio eloquente di una realtà che sta crescendo, come un’escrescenza informe, sotto la  scorza di un potere arcaico e arrogante che, ormai, mira a piegare la legge ai suoi voleri.

D’altra parte, in questa stagione di crolli di muri ma anche di valori ed ideali, il confine fra moralità e immoralità diventa sempre più labile, sfumato. E se, formalmente, è la legge a segnare l’incerto confine, basta un maneggio alchemico della legge per far diventar legale anche l’immorale.  

Succede in Sicilia, ma anche in Italia, a tutti i livelli della politica e dell’amministrazione, delle università, dei media e delle professioni.

Insomma, un vero boom tanto che si comincia ad esportare tale pratica anche in Europa, nelle segreterie di parlamentari e di commissari dell’U.E.

Una pratica riprovevole, dunque, invalsa anche nella compilazione delle testate di lista per la “nomina” a deputato e senatore. Nell’ultima tornata elettorale c’è stata un’infornata di mogli, figli, fratelli, avvocati e medici personali, portaborse, dipendenti inguaiati, ecc. Tutti promossi al rango di legislatori e taluni fin’anco di ministri e sottosegretari.

Eppure quasi nessuno ne parla e ne scrive. In Sicilia si sono registrate solo poche e inviperite reazioni di taluni responsabili i quali, non potendo negare l’evidenza, si sono trincerati nella proterva rivendicazione della legalità di tali assunzioni, indignandosi, cioè, non per le scandalose chiamate dirette, ma per gli articoli che le hanno denunciate.

Il vero dramma è che quelle assunzioni sono immorali, ma legali.

Perciò, il problema è come uscirne, come mettere mano a serie riforme per cancellare questa sconcezza legalizzata. Cominciando ad abolire, a riformare le leggi che la consentono.

Fra queste la n. 10 del 2000 e altre simili che, sotto le mentite spoglie della separazione dei ruoli tra politica e amministrazione, servono, in realtà, a legittimare vecchie e nuove pratiche spartitorie e consociative.

Provvedimenti del genere ne sono stati varati più d’uno, secondo logiche tutt’ora incomprensibili che hanno dato vita a quella strana stagione “riformatrice”, che ha spianato la strada ai clamorosi successi elettorali del centro-destra e a governi che hanno portato la Regione sull’orlo dell’attuale baratro finanziario e amministrativo.

Si giunse perfino a legittimare (al comma 6 dell’art. 4 della sopra citata legge) la possibilità per il  presidente della regione e per gli assessori di avvalersi di personale ed uffici posti alle proprie ed esclusive dipendenze per “la collaborazione all’attività politica”.

Come se negli assessorati e negli uffici pubblici si potesse fare attività politica.

Sappiamo che se ne fa tanta, ma abusivamente. E la legge non può avallare un abuso.

Tale norma, infatti, contrasta col  principio costituzionale che separa l’attività di governo, esercitata in nome e per conto dell’interesse pubblico, da quella politica svolta per conto di un partito che la Costituzione qualifica come soggetto privato.

La cosa si aggrava quando per svolgere tali attività si assumono, senza concorso e con lauti compensi, parenti intimi.

Ma è tempo d’andare oltre la denuncia e cominciare ad abolire le norme che consentono “parentopoli” e “consulentopoli” e quant’altro, alla regione, ma anche nelle Asl, negli ospedali, nelle province, nei comuni e nella miriade di enti e di società derivate.

Tenendo presente che la faccenda non è solo morale, ma ha una pesante incidenza finanziaria sui bilanci del governo e degli enti locali.

Soprattutto, in tempi di vacche magre come quelli che viviamo, buona regola sarebbe quella di evitare le chiamate di personale esterno all’amministrazione. In ogni caso, in assenza di concorso pubblico o di una selezione equipollente, devono essere interdette le assunzioni di parenti degli esponenti politici e di governo fino ad un certo grado. 

E visto che siamo in argomento, sarebbe il caso di reintrodurre adeguati controlli, anche preventivi, sulla spesa della pubblica amministrazione e di ricostruire il sistema delle ineleggibilità e incompatibilità, praticamente demolito con le ultime leggi elettorali, per evitare che si possa essere eletti (o nominati dall’alto) a qualsiasi carica pubblica in barba a conflitti d’interessi e ad un certo stile che dovrebbe sempre distinguere un uomo politico da un capo clan (in senso etnologico s’intende).  Invece vediamo nomine sopra nomine fra loro oggettivamente incompatibili.

Molti si chiedono: cosa ci fanno nei vari Parlamenti tutti questi sindaci e presidenti di provincia?

Possono conciliare l’incarico di sindaco di una grande città col mandato parlamentare?

Come si è visto coi sindaci di Catania e di Palermo parrebbe proprio di no.

Insomma non ci sono alibi. Per nessuno. Se c’è la volontà politica si può cambiare, abolire anche parentopoli.

 

              Agostino Spataro      

 


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