I professionisti dell’antimafia e l’attualità di Sciascia
Un solo errore commise Leonardo Sciascia nel suo “I professionisti dell’antimafia”, pubblicato il 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera, quello di aver confuso uomini che la mafia la combattevano veramente, con la figura del “professionista” che dell’antimafia ha fatto il suo vincente cavallo di battaglia. Ad onor del vero, và detto che il contesto e il momento storico avrebbero indotto chiunque ad inserire tra i professionisti dell’antimafia, uomini che invece a pieno titolo meritano di essere considerati eroi.
Eroi che hanno sacrificato – forse inutilmente - la loro vita, affinchè questo paese potesse tornare a vivere nella legalità.
Al di là di questa considerazione, e delle conclusioni che sono figlie del tempo, è doveroso ricordare come lo scrittore avesse tracciato con grande precisione e lungimiranza il profilo di nuovi “eroi” che sono figli di un sistema marcio che confonde il rame con l’oro e grazie al quale l’ultimo degli uomini, se non i quaraquaquà come amava definirli Sciascia, può cingersi la fronte di allori.
Sciascia nel suo preambolo descrive la figura di questi nuovi eroi, laddove delinea il profilo “di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono "eroi della sesta".
Allo scrittore, non sfuggì la possibilità che gli “eroi della sesta giornata”, in realtà non fossero semplicemente dei codardi che alla battaglia non avevano preso parte, ma che potessero anche essere dei farabutti che fino al giorno prima stavano dietro le barricate nemiche e che soltanto dopo aver visto la disfatta, avevano deciso di fare il “salto di qualità” passando, come spesso accade in questa nostra italietta, dalla parte di chi in quel momento è il più forte.
Inutile dire, che a ricostruire una perduta verginità, ben si presta il racconto di eroismi del sesto giorno.
Nasce così, a volte, la figura dell’eroe o, se preferite, del “coraggioso” al quale tutti son pronti a tributare onori che gli rendano imperitura fama.
La consapevolezza che tra le fila dei “collaboratori” dell’antimafia potessero trovar posto farabutti di ogni genere, Sciascia la manifesta quando narra come “nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto”.
Oggi più che mai, quanto scritto da Sciascia a proposito di come l'antimafia possa rappresentare uno strumento di potere, torna ad essere di grande attualità.
La figura dei campieri di Mori, è oggi sostituita da personaggi che, dopo aver fatto affari con la mafia, messi alle strette perché a rischio di arresto o per timore di dover pagare uno sgarro, assurgono al ruolo di ex vittime che con grande coraggio si ribellano all’aguzzino e si trasformano nell’emblema della lotta alla mafia.
Non di rado accade che soggetti del genere, continuino a mantenere rapporti e fare affari con “cosa nostra”.
E anche allorquando vicende del genere trovano risalto sulla stampa, la loro nuova veste di cavalieri senza macchia né paura, sembra uscirne immacolata.
Una spiegazione a tutto questo, possiamo trovarla nel fatto che difficilmente dopo aver creato “l’eroe”, coloro stessi che lo hanno creato potranno distruggerne l’immagine senza distruggere quella propria.
Questo è il grande limite di chi, nella lotta alla mafia, pur di utilizzare uno strumento utile, e forse a volte indispensabile, finisce con il generare il mostro.
Un’analogia la si potrebbe trovare con quelli che vengono comunemente definiti “pentiti di mafia”, se non fosse per il fatto che questi per entrare nel programma di protezione devono necessariamente, oltre a denunciare i delitti commessi tanto da loro quanto da altri, consegnare allo Stato i beni e gli averi illecitamente ottenuti grazie all’attività criminosa.
I professionisti dell’antimafia invece, dopo essersi arricchiti grazie alle connivenze con quanto di meglio offre il panorama criminale, potranno continuare a godere dei loro beni e della recuperata rispettabilità.
Nessuno infatti andrà mai a controllare l’origine delle loro ricchezze, limitandosi semplicemente ad accettarne la collaborazione, quando non addirittura a tesserne le lodi per il coraggio mostrato nel tagliare il legame con il sistema mafioso.
Una bella differenza rispetto chi, per non sottostare alla mafia, ha messo in gioco la sua stessa vita.
Tra questi, mi torna in mente Gaetano Giordano, un amico di famiglia che possedeva una profumeria a Gela.
Era il 10 Novembre 1992, quando a Gela, città martoriata dalla guerra di mafia che in pochi anni aveva ucciso decine e decine di persone, con 5 colpi di pistola alla schiena, veniva ucciso Gaetano.
Quale colpa aveva per meritare una fine del genere? Gaetano si era rifiutato di pagare il pizzo.
Gaetano, sapeva il rischio che correva, ne era quasi certo, ma aveva rifiutato la scorta, convinto com’era, che non sarebbe servita a nulla e aveva insistito nella sua azione di denuncia, tentando di coinvolgere anche gli altri commercianti gelesi.
Oggi leggiamo di vittime, che denunciano i loro estorsori, che raccontano di ricatti, minacce, avvertimenti.
Ma anche pentiti, che parlano di “messa a posto” di imprese, di appalti pilotati, di omicidi. Vediamo questi uomini, tanto gli uni quanto gli altri, protetti, blindati.
Trasformati spesso i primi, in “eroi dell’antimafia”, salvo poi leggere di “eroi” che taglieggiavano le aziende, o di “eroi” che, seppur sotto tutela, non esitavano a chiedere “favori” a “Cosa Nostra”. Come non rimanere sconcertati dinanzi tutto questo?
C’è una gran bella differenza tra colui che paga o ha pagato il pizzo, per la paura di fare la fine di Giordano, e coloro che invece hanno tratto benefici, vinto gare di appalto, ottenuto concessioni in maniera illegale o comunque poco trasparente e che in ultimo, forse, prendono le distanza da un sistema che li ha favoriti, denunciando la bassa manovalanza della mafia ed assurgendo al ruolo di eroi, di paladini, di simboli da proporre ed imitare.
Quando ripenso a Gaetano, così diverso da tanti, forse troppi, eroi, non posso fare a meno di pormi inquietanti interrogativi: ma chi ha tratto benefici, magari a discapito di altre aziende, è vittima o carnefice?
Basterebbe ben poco, per provare a capire fino a che punto si sia trattato di sottomissione e non di affari in comune. Sarebbe sufficiente verificare le possibilità economiche di un soggetto o di un’azienda, prima e dopo aver avuto determinati rapporti, per sincerarsi della qualità del rapporto stesso.
Lo stesso Sciascia, nel suo “II giorno della civetta”, ci narra di come il capitano dei carabinieri sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi e vagheggiò un eccezionale potere che avrebbe consentito di estirpare il male per sempre.
Ma venutegli in mente le repressioni di Mori, il fascismo e ritrovata la misura delle proprie idee, si rese conto che anche da noi, come in America, “bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale.
Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti.
E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso”.
Quanta verità nel racconto di Sciascia…
Ci vuole poi così tanto a stabilire l’origine delle ricchezze?
È così difficile distinguere le vittime dai carnefici?
O la “patente” và data a chiunque, in cambio di una delazione più o meno veritiera, ne faccia richiesta?
E qui, entro nel merito, prendendo spunto da una vicenda che mi riguarda in prima persona.
Quando negli anni ’90, la mia famiglia subì una truffa che ci portò al tracollo finanziario (5 miliardi di vecchie lire), mio padre mi disse che la dote più grande che un uomo può desiderare di avere è quella dell’onestà.
Parole che ora mi tornano come un pugno nello stomaco ogni qualvolta vedo uno dei tirapiedi di colui il quale architettò la truffa in danno dei miei genitori, che, assurto agli onori della cronaca come “imprenditore coraggioso”, divenuto un uomo ricco e avendo denunciato un’estorsione, gode della scorta e viaggia su auto blindate.
È questa la giustizia?
Nessuno si è chiesto come un nullatenente sia improvvisamente arricchito?
Eppure, nonostante il fatto che anche sotto protezione avesse cercato contatti con noti esponenti di “cosa nostra, sono certo che in un aula di tribunale la sua parola avrebbe un peso diverso rispetto la mia.
Lui è un “professionista dell’antimafia”, io no.
Una cosa l’ho capita: se hai qualcosa da barattare, diventi un “eroe”.
Per fare il “professionista dell’antimafia”, devi prima fare parte o essere complice di “cosa nostra”.
Che tu sia “pentito” o “eroe” poco importa, ti rimane sempre la possibilità di facili arricchimenti, per poi prendere le distanze da un sistema con il quale hai per lungo tempo convissuto, in danno di altri imprenditori e di tutta la collettività.
Caro Gaetano, com’era diverso il tuo modo di fare antimafia…
Pentiti?
Il dubbio mi nasce allorquando chi sostiene di essere passato dalla parte dello Stato, continua a mantenere rapporti con la mafia.
Mi chiedo inoltre, per quale ragione ai pentiti di mafia vengono tolti i beni frutto di attività illecite, mentre ai "professionisti dell'antimafia" si consente di mantenere quanto hanno illecitamente conseguito.
Perchè non provare a chiedere ai tanti imprenditori onesti che non si sono mai arricchiti pur di non avere rapporti con i mafiosi, cosa ne pensano di questo "premio" che lo Stato concede a chi non si è fatto scrupoli in passato?
Perchè non chiedere loro quale opinione hanno di certi eroi?
Perchè non chiedere alle vittime di tanto eroismo?
I pentiti sono e devono restare uno strumento. Non trasformiamo tutti in eroi.
A proposito di pentiti
Pentiti!!!!!!!.................No grazie.........41 BIS
Se invece, delinquenti, mafiosi, assassini, vengono catturati dalle forze dell’ordine e le leggi dello Stato Italiano li condannano a pene dure …………. e solo a questo punto collaborano, per me non potrà essere un pentito vero che intende collaborare con la giustizia, …… questi delinquenti, mafiosi, assassini, si convertono solo per convenienza, per opportunità, dopo che gli hanno messo il sale nella coda.
Lo Stato, secondo me non dovrebbe contare su questi personaggi, perché accuseranno i nemici e favoriranno gli amici, diranno le verità con il contagocce, accuseranno questo politico e ne salveranno un altro, lo Stato non può fidarsi di questi individui, anche se si trovano dei riscontri positivi e concordanti, loro parleranno sempre per convenienza, ma non perché rinnegano il loro passato o si siano pentiti dei loro misfatti, ma perchè dopo che sono in trappola e senza via di scampo, diventano pure vigliacchi, rinnegando il loro mondo, per avere benefici e condoni.
Lo Stato dovrebbe essere forte e duro e non cedere al canto di queste malefiche sirene, e duro, come loro quando erano liberi e potenti delinquenti erano duri e spietati contro chi non si piegava ai loro voleri, al pizzo e all’illegalità.
Per loro dovrebbe esserci altro che condoni, ma solo il carcere duro e a vita natural durante.
Saluti Ma Va
Pure lei?