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Che città strana, quella di Agrigento

creato da Gian Joseph Morici - Ultima modifica 01/06/2008 21:01

Quando fra cento anni, uno storico cercherà di ricostruire quello che ora sta avvenendo e prenderà in mano i documenti dei quali potrà disporre non potrà che pensare che questa, oggi, è la città dei veleni; io non credo che sia così, ma, tuttavia, questa è l’impressione che diamo.

Che città strana, quella di Agrigento

Peppone e Don Camillo

Giovanni Taglialavoro, e tutti qui sappiamo chi è e perciò non c’è bisogno di ricordare che film abbia mai fatto, ha intervistato l’on. Benedetto Adragna che, da questa legislatura da pochissimo iniziata è –è qui è d’obbligo dirlo perché lo è da poco e non tutti potrebbero saperlo- senatore     e senatore-questore; in questa veste, dunque, egli è autorevole rappresentante de suo partito che è il Pd.

Nell’intervista ha espresso le opinioni che ha espresso sulle prossime elezioni alla presidenza della Provincia di Agrigento e chi le vorrà leggere le troverà su Suddovest, all’indirizzo http://www.suddovest.it/cms/?q=node/180; con un commento all’intervista che troverete sempre su Suddovest, allo stesso indirizzo internet e di seguito all’intervista stessa, è intervenuto il candidato Arnone, candidato altro rispetto a quello che nell’intervista Adragna afferma di sostenere e che è Giandomenico Vivacqua.

Nessun altro è intervenuto sulla questione.

Avrei voluto farlo io, ma non l’ho fatto per non dare l’impressione di chi vuole rintuzzare sempre e comunque: basta leggere, ho pensato, intervista e commento all’intervista, eliminare qualche giudizio che dato come oggettivo è in realtà solo personale  per capire quello che c’è da capire senza necessità d’intervento estraneo: chiunque, ad Agrigento, sia dotato di minime intelligenza e attenzione e sappia non leggere il superfluo, perché capisca le posizioni di tutti i personaggi della vicenda: Vivacqua, Arnone, Adragna e Taglialavoro.

La questione perciò è finita lì, come meritava e senza alcun seguito. Almeno, questo io credevo.

Con vero stupore, invece, su http://www.agrigentoweb.it/ leggo che il n. 22 di Grandangolo non avrebbe  “””potuto occuparsi della vicenda Arnone-Taglialavoro-Adragna perché mentre si sviluppava l’ennesima polemica[...] il giornale era in stampa”””

Ma quale polemica? Basta un’intervista e una critica all’intervista perché vi sia polemica? Dove è stata mai la controversia accesa e prolungata che costituisce la polemica e senza la quale la polemica non c’è? Controversia? Fra chi? basta che ci sia Arnone per fare controversie e polemiche? Dove sono mai i botta-e-risposta che fanno la controversia? Taglialavoro ha domandato, Adragna ha risposto, Arnone ha criticato, Vivacqua ha taciuto, tutto è finito.

Enfasi? Sì: enfasi nel riferire, ma, mi sia consentito, enfasi eccessiva e gratuita; occasione piuttosto, la notizia, per tornare a dire dell’imprenditore Filippo Salamone, per poterlo ingiuriare gratuitamente profittando d’una sentenza che astrattamente lo consentirebbe, e per gettar discredito su chi sarebbe stato “mitico direttore”  della televisione che per metà si apparteneva all’imprenditore.

Lo sapevate? Giovannino Guareschi, il mitico –qui mitico ci sta, là per niente, ma  l’opinione è personale-  il mitico, dicevo, autore di Peppone e Don Camillo fu condannato per ben due volte per diffamazione; credo unico giornalista nella storia d’Italia, scontò effettivamente la pena soggiornando per più d’un anno nel carcere di Parma e facendo poi vigilare la sua libertà per altri sei mesi, dopo scarcerato.

È lecito dire di lui che era un diffamatore? Avrei mai potuto,  per esempio e senza essere io stesso  gratuitamente ingiurioso, e perciò maleducato usare diffamatore o uno dei sinonimi di diffamatore come denigratore,  detrattore o maldicente al  posto del “mitico” che usato prima? Avrei mai potuto dire, allora, che Guareschi, il maldicente autore di Don Camillo fu condannato per ben due volte eccetera? Ma no, che non avrei potuto dirlo senza essere ingiusto e quanto meno maleducato. E così non si può dire ladro a chi è stato condannato per la violazione del 624 Cp o truffatore a chi ha violato il 640. Banale, no?

E il resto allora è peggio, quanto a garbo e bon ton.

Intanto l’imprenditore era proprietario della metà della televisione ma non ne gestiva né l’intero, né la metà né altra quota, come sa bene chi da tale televisione fu retribuito e, per di più, nel periodo in cui l’imprenditore ne era proprietario.

Poi: l’affermazione della responsabilità penale per fatti connessi al 416 bis del codice  penale di quell’imprenditore è intervenuta ora, mentre allora, quando era comproprietario e non gestore nulla ne sapeva né chi scrive, né chi la televisione dirigeva, né chi dalla televisione era retribuito pur essendo, quest’ultimo, esperto assai di cose di mafia.

Infine: le qualità del proprietario della televisione, ovviamente, non possono influire in nessun modo su quelle di chi per quella televisione lavora. Possiamo attribuire ora a Carmelo Sardo, per esempio, la responsabilità d’avere distolto le risorse necessarie al raddoppio della 640 perché ciò ha fatto il proprietario della televisione per la quale egli lavora e amato presidente del nostro Consiglio? No. Allora: che importanza ha per il semplice retribuito e per il direttore che il proprietario della televisione abbia o non abbia  fatto questo o quello? Se neanche le colpe dei padri ricadono suoi figli, possono ma quelle dei televisionari ricadere sui loro dipendenti e sui loro retribuiti? O in fatto di mafia c’è una deroga alla regola generale?

E per finire davvero: indipendentemente da ogni cosa, e che piaccia o non piaccia, quella televisione, quando era diretta da Taglialavoro era un vero gioiello che trascendeva i limiti che la territorialità le imponeva e che ha prodotto giornalisti che sono approdati alle reti nazionali.

 

Vincenzo Campo


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