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Avevo uno zio prete

creato da Gian Joseph Morici - Ultima modifica 10/05/2008 14:09

di Vincenzo Campo:

Avevo uno zio prete

Prelati

Avevo uno zio prete; per la verità era zio di mio padre, lo zio Alberto, ma non cambia molto: quello che conta è che questo mio parente, ad un certo momento della sua vita, sentì d’avere la “vocazione”, d’essere chiamato dal Signore ad una missione particolare (perché in ciò consiste la vocazione) che era quella di curare le anime.

Andò in seminario, studiò greco e latino, le Sacre scritture, l’agiografia, la teologia, la cristologia, la filosofia morale, la storia della chiesa e quant’altro fu necessario; prese gli Ordini e divenne prete; a  quel punto, dopo che prete era diventato, si attrezzò anche dal punto di vista, diciamo così materiale: si fece praticare la tonsura, che a quei tempi si faceva ancora, vestì l’abito talare affinché tutti lo potessero riconoscere come pastore d’anime, si dotò di ostensori, pissidi, turiboli e poté finalmente coronare il suo sogno e fare il prete per tutta la sua vita, fino alla fine dei suoi giorni.

A chi mi legge, credente o agnostico che sia, certo che lo so!, poco importa dello zio Alberto e degli zii preti di chicchessia; ma se ha un tantino di pazienza ancora capisce facilmente dove voglio arrivare.

La storiella dello zio Alberto non ha nulla di particolare rispetto a quella di chiunque altro avesse voluto farsi prete, nel senso che niente di diverso, di più o di particolare rispetto ad altri preti egli fece per farsi prete e per fare, poi, il prete: tuttora chiunque abbia la vocazione di farsi prete, deve fare, più o meno quello che fece lo zio Alberto.

E se ha un’altra vocazione? Vocazione è parola grossa: non è un desiderio qualunque ed è piuttosto una chiamata, che non tutti ma qualcuno soltanto sente, nel caso del prete per servire Dio, in altri casi per svolgere un compito che viene sentito come missione.

Agrigento, tutti lo sappiamo, ha la vocazione turistica; tuttavia noi, gli agrigentini (una città non può volere o essere che attraverso i suoi cittadini) la facciamo svogliata, disordinata, disattenta; la Città –e tutto il suo circondario- sente forte la chiamata ad essere centro d’attrazione turistica, sa di avere doti e qualità che la farebbero ben meritare, e non esagero, insieme alle più grandi attrazioni mondiali, ma non si attrezza; non fa nulla per dotarsi di quello strumentario culturale e materiale che la farebbero diventare Città turistica a tutti gli effetti; niente: resta perennemente seminarista e rischia che prima o poi il rettore si secchi di tenerla in seminario, la mandi via di modo che, alla fine non sarà, più neanche apprendista.

Anche quest’anno la FEE, Foundation for Environmental Education, ha assegnato le Bandiere blu alle spiagge italiane; su un totale di 104, alla Sicilia ne sono toccate quattro e una di queste ad un comune dell’Agrigentino che è Menfi.

Ma cosa sono le Bandiere blu.

Dal 1987, che fu l’anno europeo per l’ambiente, la sezione italiana della FEE le assegna a quelle spiagge che un’apposita commissione ritiene siano le migliori in relazione alla qualità delle acque, alla qualità della costa, ai servizi e misure di sicurezza, all’educazione ambientale.

La Sicilia ha uno sviluppo costiero –e che coste! che spiagge!- di circa mille chilometri e non so quanti comuni costieri e ha meritato solo quattro bandiere, quando, per dirne una, il Friuli Venezia Giulia, con uno sviluppo costiero e un numero di comuni rivieraschi  di gran lunga inferiori, ne ha avute due; senza dire delle dodici bandiere assegnate alla Liguria, delle sedici assegnate alla Toscana, delle quindici assegnate alle Marche e così via di seguito.

Siamo orgogliosi, naturalmente, che un Comune della nostra provincia ha meritato il riconoscimento; ma dovremmo essere vergognati di fronte alle sette assegnate alla provincia di Teramo o alle dieci alla provincia si Salerno.

Non avessimo spiagge, allora faremmo bene ad accontentarci; non avessimo la vocazione turistica, saremmo belli e contenti d’avere ottenuto il risultato d’una bandiera; né può consolarci il fatto che province come Messina e Siracusa non ne abbiano avuta neanche una: il mal comune è consolazione degli stolti, come realisticamente dicono gli spagnoli e non mezzo gaudio, come consolatoriamente riteniamo noi italiani.

Ma se il mare è bello e le spiagge pure; se gli scenari che la costa della nostra provincia può offrire sono veramente unici e inimitabili; se abbiamo un clima che consente la balneazione per un lunghissimo periodo durante l’anno; se il contorno alla balneazione, in termini storici, artistici e culturali è costituito da bellezze di prima grandezza; se è vero come è vero che abbiamo una gastronomia da fare invidia ai migliori gourmand di tutto il mondo; se tutto questo è vero –ed è vero-  perché mai allora abbiamo una sola Bandiera blu? Perché, è fin troppo facile rispondere, non abbiamo lo strumentario culturale e materiale per potere/sapere proporre il nostro mare alla balneazione turistica come, invece, mostrano di saper fare le province di Teramo, Chieti, Ascoli Piceno e Imperia.

Perché le spiagge, oltre ad essere belle come ce le ha date il Padreterno devono essere pulite; deve essere disponibile sulla spiaggia una fonte di acqua potabile; perché sulle spiagge ci devono essere i cestini per i rifiuti, che a loro volta devono essere svuotati; perché sulle spiagge devono esserci dei servii pubblici che, a loro volta, devono essere adeguati e puliti; gli stabilimenti balneari devono avere adeguati parcheggi riservati e specifiche vie d’accesso da e per i parcheggi stessi; deve essere sempre disponibile un numero adeguato di personale, servizi e attrezzature di salvataggio; deve ...

Non continuo perché mi sento vile, perché mi pare d’infierire come un Fabrizio Maramaldo su un impotente Francesco Ferrucci. Basta, smetto. Ma il Ferrucci in questione, questa martoriate terra d’Agrigento, tanto bella quanto povera, deve dimostrare di non essere impotente; la sua gente e cioè noi, tutti noi politici, cittadini, amministratori, imprenditori, non dobbiamo inventarci niente: dobbiamo solo saper  mettere a frutto quel patrimonio d’inestimabile che abbiamo e che mostriamo di non sapere d’avere.

Passiamo al concreto: tiriamo ci su le maniche e facciamo la nostra parte, ognuno per quello che deve; dobbiamo far di tutto per uscire dall’impasse, perché la nostra vocazione diventi missione concreta: se continuiamo, altro che preti!, neanche chierichetti saremo mai.

Cuore

Inviato da Giuseppe il 10/05/2008 18:13
Ci sono troppi Maramaldo per un solo Ferrucci e tra i primi non includo certo chi scrive la storia.
Perchè non pensate di dedicare uno spazio del sito ai Maramaldo, indicando nomi, fatti e misfatti?

Risposta:

Inviato da Gian Joseph Morici il 10/05/2008 18:25
Forse perchè non basterebbe lo spazio web usato da Wikipedia? No! Forse perchè i Maramaldo li conosciamo tutti, sappiamo chi sono, dove vivono e cosa fanno, eppure nonostante tutto, li osanniamo e li votiamo.
Ma se credete che possa servire allo scopo, dedicare uno spazio a parte ai protagonisti della nostra storia, diteci la vostra opinione e certamente, non saremo noi a tirarci indietro...

Ubi maior minor cessat

Inviato da Alessandro il 13/05/2008 16:36
Per rimanere in tema: cosa può fare un parroco di campagna, seppur possiede la vocazione, contro Papi, Cardinali e Vescovi (non me ne vogliano, è solo per rimanere in tema), che remano contro?


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