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Mafia

creato da Gian Joseph Morici - Ultima modifica 01/05/2008 20:46

Dalle origini ai giorni nostri.

Mafia

Riina

Notizie sulla mafia, si hanno a partire  dall'ottocento, quando in Sicilia, nel triangolo compreso tra Palermo, Trapani e Agrigento, nobili e ricchi possidenti, concedono in gabella i loro feudi.

I gabelloti, conduttori dei possedimenti dei nobili, rappresentano la classe intermedia tra la popolazione contadina e i ricchi signori, hanno il compito di amministrare il feudo e difenderlo, assicurando al nobile signore, padrone del feudo, il reddito proveniente dal raccolto e dagli affitti pagati dai contadini.

Questi uomini, che grazie ai loro guadagni arrivano a comprare interi feudi, con le tenute acquistate, comprano dai feudatari anche il titolo e diventano ben presto “baroni”.

È ancora la Sicilia dei briganti, che imperversano nelle campagne, e dei Borboni, che per assicurare l’ordine pubblico, sono costretti a far ricorso ai “malandrini”, arruolandoli tra le forze di polizia.

È una polizia odiata e violenta, che non usa mezze misure nei confronti dei malandrini ufficiali, ma anche della popolazione inerme.

Questo porterà molti contadini, stanchi dei soprusi dei ricchi signori e dei loro gabelloti e della polizia borbonica, ad ingrossare le fila dei briganti che vivono alla macchia facendo razzia di ogni cosa.

I ricchi proprietari terrieri, per far fronte al fenomeno del brigantaggio e per difendere i loro averi, furono costretti ad avvalersi dei “bravi”.

Costoro, erano servi dei signori e venivano addestrati all’uso delle armi.

Nel 1812, stanchi delle continue scorrerie dei briganti, i feudatari siciliani imposero al Borbone di istituire “Compagnie d'armi”.

Le Compagnie erano costituite da uomini armati e a cavallo, che non facevano parte della polizia ufficiale, ma venivano arruolati tra i bravi dei signori o tra le guardie assunte dai gabelloti.

Nascono così più eserciti armati e violenti, che rispondono a diversi padroni e che non di rado entrano in conflitto tra loro.

A complicare il tutto, i rapporti tra gabelloti e Compagnie d’armi, nonché i compromessi con i briganti.

Non era infatti raro, che i primi, acquistassero dai briganti il bestiame o le merci razziate in altri fondi, quando addirittura non erano loro i mandanti di tali razzie, così come non era raro, che le Compagnie stringessero con bravi e guardie dei patti, garantendo alle comunità la non aggressione da parte di banditi, previo il pagamento di cospicue somme.

Già nella prima metà dell’800, i Borboni erano a conoscenza di come nelle campagne

siciliane i proprietari terrieri pagavano quello che oggi definiamo pizzo e che allora veniva chiamato  “componende”, ai banditi locali, affinché non razziassero i loro feudi.

Si crearono così dei gruppi (fratellanze), senza colore politico e senza altri legami, se non quello di avere un capo a cui fare riferimento (spesso un ricco possidente, ma anche uomini del clero), che amministrava questi aspetti della vita quotidiana.

Una sorta di Governo nel Governo.

Inutile dire, come tali organizzazioni influissero anche nel campo della giustizia, a volte per proteggere un imputato, altre volte per far condannare un innocente scomodo.

Nel 1860, lo stesso Garibaldi si avvarrà dei mafiosi, per reclutare giovani nella campagne e per avere armi e cavalli.

È solo nella seconda metà dell’800, che la politica scopre la mafia e il vantaggio che se ne può avere dal disporre di sicari addestrati e ben armati, pronti a compiere qualsiasi crimine, arrivando anche ad uccidere su commissione rappresentanti delle istituzioni.

È infatti del 1859, un piano per far uccidere un capo della polizia borbonica, che poteva essere di intralcio alla rivolta.

Successivamente, i “picciotti”, verranno utilizzati per eliminare avversari politici e con le prime elezioni, per raccogliere, a seguito di minacce, i consensi per questo o quel candidato.

L’unità d’Italia, il servizio militare obbligatorio, l’assenza dello Stato e il proliferare dei briganti, favorirono la nascita e la crescita della mafia.

Le continue scorrerie di banditi, portarono ben presto alla rinascita delle Compagnie d’armi e all’arruolamento nella polizia dei “malandrini”.

Fu gioco facile per la mafia, sostituirsi alle istituzioni, separandosi dai briganti e garantendo il quieto vivere a chi poteva pagare la “protezione”.

A complicare il tutto, giudici e poliziotti corrotti, che non garantendo la giustizia, porteranno i siciliani all’omertà.

Da documenti storici, conservati nell'Archivio di Stato di Palermo, si evince come i ricchi possidenti, fossero costretti a mantenere rapporti con la mafia, visto che la stessa sostituiva lo Stato ed era l’unica organizzazione in grado di garantire protezione.

Gli ex campieri, curatoli, apparteneti alle Compagnie d’armi o facenti parte delle guardie dei gabelloti, sono adesso i “mafiosi” e trasformano il diritto feudale nel “pizzo”.

Da protettori, a pagamento, diventano estortori e chi si rifiuta di pagare la “protezione”, subisce le ritorsioni da parte di questi nuovi prepotenti e violenti signorotti delle campagne.

Il “salto di qualità”, avviene con la trasformazione del mafioso in banchiere.

Infatti, nelle campagne, il mafioso che ha accumulato ricchezze, è disposto, dietro pagamento di notevoli interessi, a prestare al contadino il denaro che gli occorre per far fronte ad annate poco produttive, per l’acquisto di sementi o per casi di malattia, matrimoni, funerali.

Inutile precisare che il mancato pagamento del debito e del relativo esoso interesse, comporta la perdita di ogni avere o il doversi “mettere a disposizione” per compiere dei delitti; pena la morte del debitore.

Ecco che la mafia, diventa la borghesia delle campagne.

Accanto ai nobili, cresce un nuovo ceto, che sempre più forte, pur continuando ad essere sottomesso ai vecchi signori, si arricchisce con l’acquisto di beni feudali, dando vita a nuovi gruppi di potere economico che iniziano a guardare verso l’alta finanza dell’epoca.

Ma i mafiosi, hanno ancora bisogno di chi possa offrire loro una protezione dai rigori della legge.

Il mafioso è ignorante, spesso analfabeta, poco capisce di leggi e di Stato, l’unica cosa che conosce è la violenza, la paura, la sopraffazione.

A rimediare a questa lacuna, sarà la media borghesia, composta da professionisti, prelati, i vecchi gabelloti-baroni, pronti a mediare i conflitti tra mafia e Stato, pronti ad intercedere su giudici e poliziotti, in favore di questi criminali.

Ma quali sono gli interessi della borghesia?

Non più la protezione dai briganti, ma la lotta per il potere politico e la certezza di continuare a percepire affitti e gabelle.

Infatti, se ancora il Senato è per i soli nobili, è la Camera l’obiettivo di questi nuovi borghesi.

Ma per ottenere consensi, bisogna avvalersi di chi sul popolo ha potere, di chi incute timore, di chi pone ricatti e minacce.

Chi meglio del mafioso?

Creditore dei contadini, violento, spietato, temuto.

Costui ha solo l’esigenza di poter continuare a curare i propri interessi, che potrebbero essere ostacolati dallo Stato e quindi, necessita della garanzia di impunità che solo la politica può dargli.

Ecco lo scellerato patto che viene tacitamente siglato tra la nuova classe dirigente e la mafia.

Quasi mai, lo Stato stroncherà le iniziative della mafia, l’unico vero timore è quello di una fucilata da parte di qualche emergente.

Altro passo importante per la mafia, è la partecipazione diretta alla vita politica del Paese.

Se infatti, la deputazione nazionale viene eletta tra la media borghesia – amici dei mafiosi, ma non mafiosi in prima persona – i rappresentanti locali, i sindaci, i consiglieri comunali, necessari agli onorevoli per raccogliere i voti per la Camera, spesso sono le nuove generazioni di mafiosi, più colte ed imborghesite, ma che ancora non disdegnano di mostrare la propria capacità nel compiere crimini in prima persona.

Un grosso contributo alla sua crescita, la mafia lo ottiene dal governo.

Ad esempio, durante l’Italia di Giolitti, viste le pressioni dello stesso nei confronti dei Prefetti, affinché vincesse il candidato del governo, si arriva al punto di far scarcerare noti mafiosi, pur di assicurasi i voti che questi avrebbero potuto pilotare.

Si arriva quindi al paradosso, di legittimare l’impunità dei mafiosi, arrivando anche a riconoscerne il ruolo di rappresentanti del popolo.

Ma sarà solo ai primi del ‘900, che la mafia mostrerà il suo vero volto.

È questa l’epoca degli omicidi ritualizzati, della contrapposizione armata delle famiglie mafiose, che nelle sole province di Palermo, Agrigento e Trapani, semineranno un terzo dei morti ammazzati che ci saranno in tutta Italia nel primo decennio del secolo.

È questa l’epoca dei grandi processi, con le innumerevoli assoluzioni, che porteranno i siciliani a temere sempre più la mafia e a credere sempre meno nello Stato.

Del resto, ancora oggi, i grandi processi si susseguono e così pure le assoluzioni.

Dopo la breve parentesi repressiva del fascismo, la mafia comincia ad occupare ogni spazio della vita sociale.

Politica, imprenditoria, commercio, perfino la collaborazione con i servizi segreti americani per lo sbarco in Sicilia e gli incontri con gli esponenti del movimento separatista siciliano.

Intorno alla metà del secolo scorso, nelle campagne di Corleone, un giovane inizia a costruire la sua futura carriera di criminale.

Il suo nome è: Totò Riina.

Sono gli anni in cui Carlo Alberto Dalla Chiesa, allora giovane capitano dei Carabinieri, dichiara la guerra alla mafia palermitana.

È l’era di uomini come: Navarra, Luciano Liggio - Lucky Luciano.

Mentre nascono nuove faide, tradimenti e grandi affari, nel suo letto muore un vecchio: Calogero Vizzini, storico capomafia, politico, amico dei potenti; e con lui, inizia l’estinzione dei vecchi boss mafiosi, i gabelloti-baroni, ancora capaci di uccidere con le proprie mani, ma che avevano portato l’organizzazione mafiosa ad innalzarsi alla media borghesia.

Salvatore Riina cresce nela cosca di Corleone, di cui fanno parte suo zio Giacomo, Giovanni e Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, ed è guidata da Luciano

Liggio.

Nel mondo politico, si registra la stravittoria della DC, della corrente fanfaniana di Giovanni Gioia, in seno alla quale crescono Salvo Lima e Vito Ciancimino.

La mafia si struttura e iniziano le prime riunioni “ufficiali”, nel corso delle quali, le famiglie siciliane incontrano i vertici della mafia italo-americana per organizzare le famiglie e i nuovi interessi economici.

Abbandonate infatti le campagne, nuovi affari attraggono la mafia.

La parola d’ordine è: droga.

Mentre a Palermo oltre cinquanta famiglie si riuniscono e creano la Commissione Provinciale, a Palermo Salvo Lima è eletto sindaco e Vito Ciancimino entra a far parte della Giunta.

 Nei primi anni ’60, inizia la grande guerra di mafia.

I morti ammazzati, non si contano più e boss come Salvatore Greco, Tommaso Buscetta, Nino Salomone i Cuntrera e i Caruana di Siciliana, lasciano la Sicilia.

Altri, come Giuseppe Greco, Liggio, Genco Russo e Riina, finiscono in manette.

Riina, sottoposto a soggiorno obbligato, fugge ed inizia così la lunga storia della sua latitanza e del periodo stragista.

La scia di sangue, non risparmia uomini delle istituzioni e dell’informazione.

Di quell’informazione, che ha il coraggio di scrivere la parola “mafia”, poiché su un’altra informazione, ci sarebbe molto da dire ancora oggi.

Cadono sotto il piombo o fatti sparire dalla “lupara bianca”: il giornalista dell’”Ora” Mauro De Mauro; il procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione e il suo autista; Antonino Lo Russo.

Arriviamo ai primi anni ’70, quando la commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia, redige le schede di molti politici legati a ”Cosa Nostra”.

I documenti, verranno secretati e i nomi di collusi con la mafia resteranno lettera morta negli archivi.

È anche l’inizio della storia del pentitismo, con Leonardo Vitale che  si presenta spontaneamente (caso più unico che raro), alla squadra mobile di Palermo e racconta gli ultimi 15 anni di mafia.

Verrà successivamente fatto passare per pazzo e delle sue dichiarazioni non verrà tenuto conto.

Saranno le dichiarazioni di Buscetta, a confermare la veridicità di quanto aveva già affermato Vitale…

Inizia durante questo periodo, la faida tra i corleonesi e le famiglie del nisseno.

La mafia estende il suo potere e si organizza meglio, creando la Commissione Interprovinciale alla quale fanno parte: Tano Badalamenti (Palermo), Peppino Settecasi (Agrigento), Angelo Mongiovì (Enna), Cola Buccellato (Trapani), Giuseppe Di Cristina (Caltanissetta), Pippo Calderone (Catania).

Ancora morti di operatori dell’informazione che hanno il coraggio di fare “antimafia”, quella vera di chi non cerca gloria e non ha verginità da rifarsi.

Cadono uomini come Peppino Impastato, Mario Francese e Mino Pecorelli.

E cadono anche politici e uomini delle istituzioni: Michele Reina, segretario provinciale della DC; il commissario Boris Giuliano; il giudice istruttore Cesare Terranova e il

suo autista, il maresciallo di polizia Lenin Mancuso.; il presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella; il capitano dei carabinieri Emanuele Basile; il procuratore di Palermo Gaetano Costa; il sindaco DC Vito Lipari di Castelvetrano (Trapani).

Infuria nel mentre la guerra di mafia, che vede la mattanza delle famiglie perdenti e scompaiono così i capi storici di Cosa Nostra.

Dopo l’omicidio di Pio La Torre, segretario regionale del PCI, Carlo Alberto Dalla Chiesa è il nuovo prefetto di Palermo.

Ancora stragi.

In un agguato al al furgone che stava trasportando Alfio Ferlito dal carcere di Enna a

quello di Trapani, oltre al boss, muoiono tre carabinieri di scorta e l’autista.

Ma la mafia, non può permettere che uomini dello Stato pensino di poter sconfiggere Cosa Nostra, e così muoiono in via Carini Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’autista Domenico Russo.

La mattanza dei perdenti continua e i corleonesi sembrano inarrestabili.

Sotto il piombo assassino, cadono ancora uomini delle istituzioni:

Ciaccio Montalto, sostituto procuratore; il capitano dei carabinieri Mario D'Aleo; l’appuntato Bonmarito e il carabiniere Morici; Rocco Chinnici, due agenti di scorta ed il portiere dello stabile dove il magistrato abitava; il giornalista Giuseppe Fava.

Ma altri uomini dello Stato, delle istituzioni e altri insospettabili, vengono arrestati: il sostituto procuratore Agostino Costa; Vito Ciancimino; Nino e Ignazio Salvo,

Muore anche assassinato il commissario Giuseppe Montana, dirigente della squadra catturandi, di cui si ricorda come il giornale “La Sicilia, non volle pubblicare il necrologio.

Ancora una volta, la stampa, si distingue per le grandi contraddizioni tra giornalisti coraggiosi uccisi e tra chi scrive la parola “mafia” con timoroso rispetto.

Viene ucciso anche il commissario Antonio Cassarà, vicedirigente della squadra mobile

e l’agente Nino Antiochia.

La faida continua e la Sicilia è il far west d’Italia.

Nell’agrigentino, i morti della guerra tra Cosa Nostra  e Stidda (due organizzazioni criminali contrapposte), non fanno più notizia.

Ma chi ha coraggio e ancora non si rassegna, continua a morire:

il poliziotto Natale Mondo; Alberto Giacomelli, ex presidente di sezione del

tribunale; il presidente di Corte d'Appello di Palermo Antonio Saetta e un suo figlio; il giornalista Mauro Rostagno.

Poi, il primo avvertimento a Giovanni Falcone.

Sulla scogliera dell’Addaura, dove trascorre le vacanze il giudice, viene trovato un ordigno.

Si arriva ai primi anni ’90.

I carabinieri del ROS, preparano un dossier sulla mafia e gli appalti e l’allora col. Mori e il

cap. De Donno consegnano la documentazione di oltre 900 pagine, ai sostituti procuratori Lo Forte e Pignatone.

45 gli ordini di cattura richiesti, ma il procuratore Gianmanco ne firma soltanto cinque.

E mentre per decorrenza dei termini vengono rimessi in libertà 41 mafiosi,  vengono uccisi Antonino Scopelliti, sostituto procuratore in Cassazione. E Libero Grassi, imprenditore antiracket.

Nascono la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) e la DDA (Direzione Distrettuale Antimafia).

A Mondello, la spiaggia di Palermo, Finisce la pax tra politica e mafia e cade Salvo Lima, eurodeputato DC andreottiano.

Ad Agrigento, viene assassinato un uomo di ferro; una memoria storica della lotta alla criminalità organizzata: il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli.

Ma la mafia, alza ancora il tiro e a Palermo, avviene la Strage di Capaci.

Con una carica di tritolo muoiono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato e tre uomini della scorta, Antonio Montinari, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

La vile offensiva dei mafiosi, non si ferma neanche dinanzi il rischio di provocare una strage di innocenti.

Qualche minuto prima era infatti transitato in quel tratto di autostrada, un bus pieno di giovani studenti.

Segue la Strage di via D'Amelio.

Un'autobomba uccide Paolo Borsellino, procuratore aggiunto e cinque uomini della sua scorta, i poliziotti Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Walter Cusina e Claudio Traina.

Emanuela Loi, era la prima donna poliziotto a far parte di una scorta.

Ancora qualche giorno, e viene ucciso l’ispettore di polizia Giovanni Lizzio.

L’omicidio di Ignazio Salvo, ex proprietario delle esattorie siciliane, legato a

Salvo Lima, sottolinea ancora una volta, come mafia, imprenditoria e politica, siano legate a doppio filo.

Ancora arresti eclatanti: Bruno Contrada, numero uno del SISDE in Sicilia, viene accusato dai “pentiti” di essere complice della mafia.

Cominciano a cadere nelle maglie della giustizia, anche nomi di spicco del gotha mafioso: Aldo Madonna; Claudio Severino Saperi; Baldassarre “Balduccio” e il capo dei capi: Totò Riina.

Nel mentre, a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), veniva assassinato il giornalista Beppe Alfano.

La rabbia della mafia a seguito degli arresti subiti, non si placa e un’autobomba esplode in via Fauro al passaggio dell’auto con a bordo il conduttore televisivo Maurizio Costanzo e la moglie Maria De Filippi.

Un’altra, viene fatta esplodere in via dei Georgofili, causando cinque morti.

Nel frattempo, era finito in manette il boss Nitto Santapaola a cui seguirà l’arresto di Giuseppe Pulvirenti, detto “u malpassotu”.

Arrestati anche Raffaele Ganci e il figlio Calogero, mentre si costituisce spontaneamente Salvatore Cancemi, capofamiglia di Porta Nuova.

Ancora un’autobomba: parcheggiata in via Palestro, a due passi dalla villa Reale – sede

della prima massoneria italiana dell’Unità d’Italia – provoca cinque morti: quattro vigili urbani accorsi sul posto e un extracomunitario.

Un attacco alla massoneria, e un’autobomba esplode nel piazzale antistante il vicariato, dietro la basilica di San Giovanni in Laterano, sede dell’Opus Dei, la cosiddetta “massoneria bianca”.

Segue l’esplosione di un’altra auto davanti alla chiesa del Velabro.

Sembra quasi che la mafia abbia dichiarato guerra pure alla Chiesa.

E viene assassinato don Pino Puglisi.

Poi, il sequestro del piccolo Giiuseppe Di Matteo, 12 anni, figlio del “pentito” Santino, che sarà strangolato e il suo corpo sciolto nell’acido.

Giulio Andreotti viene rinviato a giudizio per associazione mafiosa.

Ancora un arresto eccellente: Leoluca Bagarella.

Poi, Enzo e Giovanni Brusca, responsabili anche della scomparsa del piccolo Di Matteo.

Arresti eccellenti, pentimenti a tempo record e ancora arresti.

Finiscono in manette: Giovanni Riina, figlio di Totò; Pietro Aglieri; Salvatore Grigoli; Nino Tinnirello; Giuseppe Garofano; Gaspare Spatuzza; Vito e Raffaele Galatolo e Mario Cinà; Liborio Polizzi, assessore provinciale; Nino Lucchese; il commercialista Giuseppe Messina; don Mario Frittitta, carmelitano della Kalsa, accusato di avere assistito spiritualmente il boss Pietro Aglieri durante la sua latitanza.

Tra arresti, pentimenti e uccisioni, la storia della mafia continua.

Una nuova pagina viene scritta dai magistrati e si allunga l’ombra dei servizi segreti dietro l’uccisione del giudice Falcone.

Secondo il pentito Francesco Di Carlo. Il “pentito” cinque persone, “esponenti dei servizi segreti, uno forse italiano, gli altri inglesi ed americani”, in una visita fattagli gli avrebbero chiesto collaborazione per uccidere il giudice Giovanni Falcone.

Di Carlo li avrebbe messi in contatto con suo cugino Nino Gioè, ritenuto tra gli

autori della strage di Capaci, morto suicida nel '93 nel carcere di Rebibbia.

Il pentito dichiara anche di avere avuto rapporti con il generale Santovito del Sismi.

Salvatore Cancemi, ripeterà che dietro la strage, esistono mandanti occulti e che “Berlusconi e Dell'Utri erano nelle mani di Toto' Riina” .

A Palermo,  Andreotti viene assolto dall’accusa di associazione mafiosa.

Nasce la teoria del complotto politico sull’utilizzo dei pentiti.

Poche condanne e tante assoluzioni per politici, magistrati, imprenditori e professionisti, coinvolti a diverso titolo in vicende di mafia.

La Cassazione annulla numerose condanne all'ergastolo inflitte a boss di Cosa Nostra.

Si era già parlato di trattative tra Stato e mafia e il quotidiano La Repubblica torna a parlare di un altro incontro tra istituzioni e mafiosi.

Questa volta, l’incontro sarebbe avvenuto  in carcere tra il procuratore antimafia Piero Luigi Vigna e un capo mafia.

Si attende ormai da tempo la più volte preannunciata cattura del boss Bernardo

Provenzano e nasce la polemica tra le forze di polizia.

Il ROS dei carabinieri, muove l’accusa alla squadra mobile di Palermo, per aver arrestato 

Nicola La Barbera, uomo di Provenzano, che loro stavano seguendo e che avrebbe potuto portarli al covo del superlatitante.

Poi ancora arresti e processi.

Tra questi, quello di Vincenzo Lo Giudice, deputato regionale dell’Udc, il partito di Totò Cuffaro, che sarà in seguito anche lui processato e condannato a cinque anni.

Nel mentre, è stato catturato anche Bennardo Provenzano.

Da come abbiamo potuto leggere, la mafia nasce nelle campagne, sostituendosi allo Stato e mettendosi a servizio di facoltosi possidenti.

Poi, entra nel mondo dell’imprenditoria e  della politica, appoggiando la candidatura di quanti possono offrire l’impunità, in cambio di servigi e voti.

Più di recente, un altro salto di qualità: mafiosi-politici, rapporti con lo Stato e per la prima volta “imprese mafiose” (vedi la recente ordinanza di custodia cautelare emessa contro i vertici della Calcestruzzi Spa).

Ma cos’è la mafia oggi?

Difficile poterlo dire.

La teoria stragista di Totò Riina, il suo voler dichiarare guerra allo Stato, si è rivelata fatale per l’organizzazione, che da sempre aveva imparato a convivere e trarre vantaggi dalla politica e dalle istituzioni.

Ci si sarebbe aspettato, che la mafia tornasse ad inabissarsi, restando a disposizione dei potenti di turno (ieri i nobili, oggi i politici e gli imprenditori), ma una diversa chiave di lettura ai più recenti fatti, ci porta a pensare ad un altro “salto di qualità”.

Nell’800, si parlava di una “mafia dai guanti gialli”, cioè un cuscinetto tra mafia e Stato, costituito da borghesi non mafiosi, ma che curavano gli aspetti burocratici in favore della mafia.

Più recente, la definizione di “colletti bianchi”, ossia mandanti occulti, che si avvalevano dei servigi dei mafiosi, concedendo a questi ultimi una forma di tutela nei confronti dello Stato.

La mafia di oggi, ad esclusione della bassa manovalanza utilizzata nelle operazioni di killeraggio, è più colta, più intelligente, più pericolosa.

Ha imparato!

Anziché convivere con il potere dei vecchi padroni, mira a sostituire questi ultimi.

Non più protezione ai potenti, non più sottomissione agli stessi, bensì la maturata consapevolezza che è necessario occupare in prima persona i punti chiave del potere economico e politico.

Ecco la “mafia impresa” e il “mafioso politico”.

L’impresa che vive di appalti, di finanziamenti, di leggi fatte su misura.

Il politico, che fa impresa e che con altre imprese gestisce fondi pubblici, finanziamenti, regolamenti e leggi.

Ma nell’era dei media e di internet, non può sfuggire la necessità di doversi costruire un’immagine pubblica che schermi tutto l’orrore che sta dietro le belle parole, i modi perbene e le cravatte ben abbinate.

Oggi, forse, la mafia è dentro le istituzioni, negli uffici, nelle redazioni dei giornali, nei luoghi della poltica e della finanza, ovunque viene amministrato il potere.

Del resto, la storia ci insegna come i servi del ricco signore, divennero prima gabelloti e poi baroni, acquisendo feudi e proprietà del vecchio padrone.

Da capi popolo, portatori di voti, crebbero occupando il primo gradino della politica.

Offrirono servigi e protezione alle imprese, fin quando, poco la volta, divennero piccoli imprenditori.

E adesso, nell’era delle multinazionali, può restare la mafia al palo a guardare tanta ricchezza?


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