INCONTRO CON SEBASTIANO VASSALLI
A cura di Laura Ardito
Sebastiano Vassalli, nato a Genova nel 1941, è uno dei più grandi autori contemporanei. Il 20 Maggio scorso è uscito il suo nuovo libro, Dio il Diavolo e la Mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni (Einaudi, 2008, pp. 146), «romanzo teologico» diviso in tre atti: la stupidità, la cattiveria e il caso come motori immobili del mondo.
Poco tempo fa Sebastiano Vassalli ha incontrato gli studenti di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo. Vassalli ha parla dei suoi lavori più recenti, La morte di Marx (Einaudi 2006, pg.186) e L’italiano (Einaudi, 2007, pp. 146), opere che rispecchiano un quadro umano e sociale italiano sconfortante. L’italiano racconta il carattere nazionale italiano in dodici storie.
La morte di Marx contiene racconti che presentano un taglio quasi giornalistico, e che rimandano ai fatti di cronaca trasmessi dai telegiornali. In tv le notizie più macabre sono trasmesse ai telespettatori nel modo più spontaneo e indolore. I nostri sensi sono ormai anestetizzati. Però, leggendo il libro di Vassalli, le vicende raccontate, sia pure quelle meno drammatiche e violente, scuotono e fanno riflettere. Quando chiedo a Vassalli se un’ Italia senza cronaca e senza informazione, utopicamente, sarebbe auspicabile, almeno per limitare il problema dell’emulazione di atti violenti e ridurre, in minima parte, la criminalità, lui risponde dicendo che forse, tenendo a bada la gran cassa mediatica e tenendo le notizie un po’ sotto tono si riuscirebbe a risolvere il problema, perché di un episodio di violenza più se ne parla peggio è. Ma poi aggiunge: « Se anche non ci fosse l’emulazione portata dai mezzi di comunicazione di massa, il mondo non andrebbe molto diversamente. Gli uomini vogliono che ciò che fanno, nel bene e nel male, sia saputo, sia conosciuto; e se non ci fosse questa possibilità di tramandare, di far conoscere, io credo che il mondo sarebbe fermo. E questa è anche una delle ragioni più profonde della letteratura, fin dai tempi di Omero. Immagina un mondo dove nessuno sa nulla, dove non si tramanda la memoria di ciò che avviene. L’uomo si inaridirebbe, non ci sarebbero più stimoli ». Vassalli pensa che i mezzi di comunicazione di massa non facciano altro che amplificare ciò che comunque è sempre avvenuto e sempre avverrà; creano anche dei fenomeni di emulazione, che però di per sé non cambiano la realtà. Ne La morte di Marx Vassalli raccoglie storie di un’umanità ai limiti dell’umano, cinica fino alla totale amoralità. Ciò che colpisce maggiormente è l’ “apparente” distacco del narratore (Vassalli dice che, nonostante lui stesso si senta parte di questa umanità, non crede di esserne felice; e aggiunge: « Come diceva Voltaire, soltanto un perfetto cretino può essere felice a questo mondo »). Le storie narrate nel libro, – quella della mamma che dimentica la figlia dentro la macchina e la lascia cuocere al sole, e quella del papà che va in vacanza con la sua felice famiglia, e, per una carrozzina legata male sul tettuccio della macchina, causa un incidente mortale (e prosegue il tragitto facendo finta di niente) – sono raccontate in modo quasi impassibile, senza giudizi apparenti e intromissioni moralistiche da parte del narratore. In verità, queste storie, che a volte sfiorano la paradossalità, sono percorse da un sottile filo di ironia. L’ironia dell’autore è ravvisabile già dal titolo stesso di alcuni racconti, come per esempio in La mia Golf mi chiedeva aiuto. Questa ironia contiene in sé la parolina ira. L’ironia nasce dalla rabbia.
Vassalli ha spiegato agli studenti che la struttura adottata ne La morte di Marx e L’Italiano è quella del racconto, e non quella romanzesca, come nelle opere precedenti, perché il presente non si presta alla struttura del romanzo. La realtà nella quale viviamo è frantumata. L’autore ha cercato nei suoi testi di ordinare frammenti di realtà in modo da ottenere un mosaico complessivo unitario.
L’attenzione al presente è un tratto costante nell’opera di Vassalli. Opere come Archeologia del presente (Einaudi, 2001, pp.173) e Cuore di pietra (Einaudi, 1996, pp.286) testimoniano storie del passato; ma il passato, - in questo caso la storia di Leo e Michela sullo sfondo del periodo che va dal 1968 al 2001, e quella della storia d’Italia dall’unificazione ai giorni nostri (o quasi), serve all’autore per fare i conti con il presente. Grande conoscitore dei fatti storici, Vassalli tenta di ricostruire un’ “archeologia del presente”. La memoria ci aiuta a ricordare da dove veniamo, ci aiuta a fare del passato storico una tradizione.
L’autore genovese ha riferito della sua concezione dell’odio come motore del mondo, e per farlo cita lo scrittore Rodolfo Wilcock, nato in Argentina ma di padre inglese. Una volta Wilcock disse a Vassalli: « L’amore e l’amicizia sono cose che vanno e vengono. Ma se tu hai qualcuno che ti odia non sei mai solo ». Vassalli è convinto che la parola odio, ad ogni modo, abbia in sé un’infinità di componenti, e non tutti negativi; l’odio è anche competizione tra gli esseri umani, sport, ambizione. In realtà l’autore è convinto che se non ci fosse odio tra gli esseri umani, non ci sarebbero più storie. « Io dovrei cambiare mestiere perché senza odio non esisterebbero più storie », ripete più volte.
Vassalli, accusato da un preside di un liceo di Ferrara, che dice “non possiamo comunicare messaggi così negativi ai giovani”, risponde dicendo di non essere né positivo, né negativo. Realista, tutt’al più. L’orizzonte della scrittura vassalliana è il realismo. Lo scrittore racconta storie con la massima oggettività, senza esprimere il suo punto di vista o la sua preferenza per l’uno o per l’altro personaggio. « La grandezza di uno scrittore è quella di non calarsi dentro ciò che racconta, ma di calarci gli altri. Omero non parteggiava né per Ettore né per Achille; però, ancora oggi, se un’insegnante in una scuola media fa leggere Omero ai ragazzini, loro si divideranno in coloro che tengono per Ettore e coloro che tengono per Achille. Questa è la grandezza della letteratura », dice Vassalli. In verità, la mia esperienza di lettrice mi conferma che Vassalli non è oggettivo quando racconta una storia, non è imparziale. Il punto di vista dell’autore nelle pagine dei suoi libri, emerge e come!, anche solo attraverso la “tattica” narrativa dell’ironia. Il suo sarcasmo, in alcune opere, veicola inevitabilmente dei messaggi.
Invitiamo tutti a leggere i libri di Sebastiano Vassalli, e verificare la sua parzialità. In Cuore di pietra, per esempio, l'autore non si nasconde dietro un narratore imparziale, silenzioso e invisibile, bensì fa sempre trasparire la propria visione attraverso i personaggi ( attraverso lo strumento del discorso indiretto libero).
Leonardo Sciascia diceva che uno scrittore deve essere parziale, deve prendere una posizione. La scrittura è illustrazione di una determinata visione del modo; quindi volente o nolente, un autore veicola significati anche solo a seconda dei personaggi che sceglie per le sua storie o dei procedimenti narrativi che utilizza. Difficilmente uno scrittore è imparziale. Un giornalista dovrebbe esserlo.
Si può dire che Vassalli è il più grande interprete contemporaneo della crisi nichilistica.
In Archeologia del presente il narratore dice: < Io sono un fanatico dell’Aspirina. Questi dischetti bianchi (…) sono una delle poche certezze che ci ha dato questo nostro secolo. L’utopia socialista è crollata, la fede nel progresso è crollata, ma l’Aspirina, per la mia generazione, è un punto di riferimento incrollabile, e non mi deluderà mai. Se non credo nell’Aspirina, in cosa posso credere? (Sebastiano Vassalli, Archeologia del presente, Einaudi, 2003, p.106) .Alla fine della conferenza chiedo all’autore: « in cosa crede, oggi, Sebastiano Vassalli ?».Lui risponde : « Perché lo vuole sapere? A cosa le serve? Le posso dire che credo ancora nell’Aspirina. Come ho scritto nel libro, il principio attivo dell’Aspirina, contenuto nella corteccia dei salici e in alcune erbe dell’ambiente palustre, era già noto ad Ippocrate e alla medicina greca antica. Si, credo ancora nell’Aspirina ».