Catalogo - Recensione di Ferlito
IL SENTIMENTO DEL COLORE
Il ricercato gioco di forti contrasti coloristici, l’andamento palesemente gestuale delle pennellate, la predilezione per effetti di escrescente scabrosità delle stesure – tutti caratteri salienti della pittura informale di Rosalba Mangione – riconducono il linguaggio dell’artista agrigentina nel grande alveo dell’Espressionismo astratto.
E tuttavia, – come già detto in altre occasioni, per altri artisti – sarebbe limitativo (e forse anche declassante) ridurre il tutto a una mera traduzione visuale (di tipo meccanicamente sismografico) dei moti intrapsichici e delle connesse pulsioni emozionali.
L’idea di un gesto artistico totalmente svincolato da qualsivoglia controllo cognitivo superiore – come di fiume carsico che affiori dal magma ribollente dell’inconscio –, tanto cara alle avanguardie di inizio ‘900 (e in particolar modo ai surrealisti, i quali, non a caso, parlavano di <<automatismi psichici>>), è infatti uno dei tanti (troppi) luoghi comuni che imperversano nelle arti visuali da almeno duecent’anni (dal Romanticismo e dalle dissertazioni schopenhaueriane che, argomentando di <<supremazia della volontà sull’intelletto>>, hanno alimentato la convinzione, poi ereditata e sviluppata dalla psicoanalisi, dell’esistenza d’una attività sotto-cognitiva del tutto affrancata da forme di controllo razionale) e che, non di rado, hanno innescato (e continuano a innescare) delle tipiche “scappatoie” di carattere “causale”, con cui giustificare una totale deresponsabilizzazione ideativa ed estetica dell’intero proprio fare ed operare.
Verità vuole, invece, che ciascun gesto artistico – anche quello apparentemente più emotivo e incontrollato – soggiaccia a una forte “griglia di pensiero”, la quale interviene senza posa come guida e sistema di controllo.
Ne consegue, che anche la pittura di Rosalba, a prima vista così fluida e compulsiva, in realtà, a ben guardare, si riveli orchestrata secondo quell’insieme obbligato di linee direttrici e punti cardinali, di cui si compongono un maturo e completo pensiero estetico e inevitabilmente un ben definito (e pre-definito rispetto al linguaggio artistico adottato) “senso del bello”, sui quali regolare l’intera meccanica comportamentale (e quindi non solo pittorica) della propria vita.
Ciò, ovviamente, non nega né sottace la vis emozionale sottesa all’operato di Rosalba; piuttosto serve a capire come il suo procedere non si componga di sola “trance dionisiaca”, ma di un “furor controllato”, il cui incedere pressante viene sempre arginato da quel pre-detto senso estetico, che mira a ricomporre il tutto secondo un ben pre-ordinato ed elegante concetto d’armonia.
Non a caso, le migliori composizioni della Mangione sono proprio quelle in cui prevale un più sobrio e rigoroso accostamento di cromie, ed in cui – in definitiva – una predominante coloristica (il nero, per lo più) faccia da fulcro visuale attorno al quale dispiegare non più d’un paio di tinte (preferibilmente il bianco, il rosso, il giallo, l’arancione o anche l’azzurro), poi sfumate secondo un graduare emozional-sentimentale di fini e variegati tonalismi.
Pittura di sentimenti, dunque, deve essere obbligatoriamente considerata questa della Nostra; pittura di sentimenti, in quanto il filtro razionale opera nel senso d’una progressiva sublimazione e decantazione delle compulsioni emotive, indirizzando le “abreazioni” non verso semplici “catarsi liberatorie”, ma verso forme di “strutturazione affettiva” più forti e consapevoli.
E’ questa la chiave di lettura dell’intenso “dipingere” di Rosalba; ed è questa la “pietra angolare” sulla quale continuare a edificare un lessico e una tecnica già fortemente accresciutesi in questi ultimi due anni, ma ancora sperimentalmente e vitalmente “in divenire”, e quindi destinate a fornirci ulteriori prove e raggiungimenti di valore e qualità.
Salvo Ferlito (maggio 2008)