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Nino Giuffrè racconta Cosa Nostra di Agrigento

creato da Gian Joseph Morici - Ultima modifica 02/02/2008 21:59

Molti di voi, si chiederanno come mai riportiamo notizie, che non sembrano avere nesso con la valorizzazione del territorio, né con le tematiche ambientali. Dal sottotitolo dell’articolo tratto da Grandangolo n° 5 del 02/02/08– Settimanale di informazione di Franco Castaldo , vi renderete conto che così non è.

“Mafia, politica e imprenditoria sempre a braccetto”, inizia così l’articolo con il resoconto dettagliato delle dichiarazioni di Giuffrè.

“Anche il collaboratore di giustizia, Antonino Giuffrè, detto Nino, da Caccamo, ha reso importanti dichiarazioni sulla mafia agrigentina e sui rapporti con politica e imprenditoria. Ecco il testo delle sue rivelazioni fatte ai giudici del Tribunale di Agrigento, lo scorso 27 novembre, che stanno celebrando il processo Alta Mafia.

Comanda Maurizio Di Gati

Giuffrè – Sul finire degli anni 90, inizio dei 2000 diciamo che il discorso su Agrigento comincia un pochettino a cambiare. Ci sarà il sopravvento di Maurizio Di Gati e questa sarà un’altra… un’altra pagina. Prego. Giudice – Ci può spiegare perché la provincia di Agrigento era considerata una provincia per la mafia di rilievo? Giuffrè – La provincia di Agrigento, nell’ambito di Cosa Nostra è sempre stata una provincia complessa, difficile, però importantissima, perché ricordo a me stesso che gli esponenti più importanti nell’ambito del commercio internazionale degli stupefacenti non è un caso ma vengono appositamente da Agrigento. Ricordo Caruana e l’altro soggetto. Quindi hanno avuto sempre a livello internazionale nell’ambito di Cosa Nostra un ruolo molto importante. Un altro ruolo importante lo hanno avuto nel campo imprenditoriale, un altro ruolo importante anche nell’ambito diciamo nel tempo passato per quanto riguarda la politica”.

Già da queste brevi affermazioni, si evince come la mafia agrigentina avesse un ruolo importante all’interno della struttura dell’organizzazione, proprio in virtù della collusione da parte dell’imprenditoria e della politica.

Da quanto riportato dal giornale a proposito delle dichiarazioni di Giuffrè, risulterebbe che gli appalti alle imprese erano pilotati e che le tangenti venivano ripartite tra mafia e politica.

Infatti, secondo quanto pubblicato da Grandangolo, Giuffrè sostiene che gli imprenditori versavano a Cosa Nostra circa il 2% dell’ammontare dei lavori, mentre il 3%  finiva nelle tasche dei politici che avevano permesso il finanziamento dell’opera.

Un ruolo determinante nella spartizione, è attribuito ad imprenditori agrigentini che avrebbero fatto parte del cosiddetto “tavolino” e a politici locali che in cambio di laute tangenti, contribuivano con il loro operato a foraggiare l’organizzazione criminale “Cosa Nostra”.

Giuffrè, precisa inoltre, come mentre nella zona del palermitano la vicenda appalti-mafia-politica, era stata oggetto di accurate indagini da parte dei Ros, nell’agrigentino la gestione degli appalti e del sistema tangentizio era perfetta.

L’articolo continua con le dichiarazioni sulle modalità di spartizione delle tangenti, ivi compresa la “tassa Riina”, i nomi di mafiosi, politici e imprenditori collusi.

Dalle dichiarazioni di Giuffrè e dopo quanto accaduto di recente con la Calcestruzzi Spa, si capisce perfettamente come le grandi opere in Sicilia, siano sempre state oggetto di attenzioni da parte della criminalità organizzata.

Ma se lo spessore criminale di appartenenti a Cosa Nostra, di politici e imprenditori collusi, è un dato del quale ormai tutti abbiamo contezza, chi può dire quante opere e relativi finanziamenti siano stati approvati non a beneficio della collettività, ma solo a beneficio di Cosa Nostra, dei suoi politici e dei suoi imprenditori?

Con quale danno economico, sociale e ambientale?

E statene certi, non è ancora finita…


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