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Ipogei e sepolcri: memorie storiche dell'Agrigento paleocristiana

creato da Gian Joseph Morici - Ultima modifica 16/07/2008 14:23

Agrigento, durante la stagione estiva, è meta di molti turisti che giungono da più parti del mondo. Molti di loro, vengono a visitare la meravigliosa Valle dei Templi, ma è un vero peccato, che andranno via, senza aver avuto modo di conoscere opere suggestive e di notevole valore ingegneristico, quali gli ipogei agrigentini. È per questa ragione, che vogliamo proporvi l’interessante articolo della giornalista Margherita Biondo, che ci farà da guida in questa virtuale escursione, all'interno del reticolo di bui cunicoli che si trova sotto la nostra città:

Ipogei e sepolcri: memorie storiche dell'Agrigento paleocristiana

Interno dell'ipogeo Giacatello

L'approvvigionamento idrico dell'antica Akragas (l'attuale Agrigento), in aggiunta all'elementare sistema dei pozzi pertinenti alle case, era assicurato da un complesso sistema ipogeico di canali che dalla parte più alta della città, denominata Rupe Atenea, e dalla collina di Girgenti scendevano per attraversare tutta la Valle dei Templi articolandosi in varie diramazioni. La loro origine é strettamente connessa alla morfologia del territorio agrigentino poiché la collina e la valle poggiano su strati di argilla alternati a strati di calcarenite, detta comunemente "tufo". In considerazione della permeabilità della calcarenite nonché della impermeabilità dell'argilla, per consentire alle acque di penetrare nell'interno, le gallerie sono state costruite fra i due strati in modo da realizzarne la base nell'argilla e il tetto e le pareti nella calcarenite. Tutto l'impianto rappresenta una mirabile opera di ingegneria idraulica,  soprattutto se si pensa che all'epoca non venivano utilizzati i moderni corredi tecnici. Da un attento studio della composizione delle rocce calcareniche fu infatti realizzato un sistema idoneo a ricavare tanta acqua da porre l'antica Akragas e poi Agrigentum nelle condizioni di diventare una città ricca e rigogliosa e, di conseguenza, popolosa. La più consueta forma delle gallerie é caratterizzata da un corridoio ad altezza d'uomo (circa 1.80 cm) ricavato dalla roccia viva tufacea con scavo manuale e sviluppato in pendenza per diverse centinaia di metri. Il piano di calpestio misura mediamente 60-90 cm. e quando non é del tutto invaso dalle acque o dal fango evidenzia uno o due canali laterali incassati per convogliare le acque. Le volte e le pareti interne delle gallerie presentano stillicidi e formazioni stalattitiche di particolare bellezza, mentre il suolo, ingombrato da massi caduti o dalla creta, è ricoperto da stalagmiti. Appaiono altresì suggestive le nicchie scavate lungo le pareti con il preciso scopo di accogliere le lucerne e favorire le ispezioni. Alcuni cunicoli sono abitati da colonie di particolari pipistrelli appartenenti alla famiglia dei Rinolofildi, genere ormai scomparso in diverse regioni europee, i quali costituiscono dei veri e propri indicatori ambientali in quanto la diminuzione del loro numero o la loro scomparsa da un determinato territorio rivelano cambiamenti negativi nell'ambiente.   

La storia riferisce l'origine degli ipogei al lontano 480 a.c., periodo in cui sulla città di Akragas regnava il tiranno Terone del quale ancora oggi si può ammirare la monumentale tomba sita alle pendici del tempio di Ercole. Si racconta che in quella data gli akragantini sconfissero i Cartaginesi nella Battaglia di Imera e condussero nella città dei Templi migliaia di schiavi utilizzando questa enorme massa di braccia proprio per la realizzazione degli ipogei. Essi vennero progettati dall'architetto Feace per favorire l'approvvigionamento idrico della città che all'epoca contava più di quattrocentomila abitanti. Allo stato si conoscono diciotto canali sotterranei i quali dalla parte alta della polis defluiscono a valle in una depressione profonda venti braccia e dal perimetro di sette stadi e, in particolare, alcuni raggiungono l'ampia cavità che insiste sull'estremità occidentale della collina su cui si estende il parco archeologico che si identifica con la Colimbetra, magnifico luogo di cui parla lo storico Diodoro il quale lo descrive come una splendida piscina:

 

"La quantità maggiore di prigionieri fatta ad Himera venne impiegata ad opere di utilità pubblica. Essi tagliarono pietra, non solo per i grandi templi, ma anche per ricavare dei canali sotterranei necessari al deflusso delle acque della città; opera assai grande e degna di considerazione maggiore dello scarso pregio che ebbe. Siccome l'imprenditore del lavoro era nominato Feace, anche questi canali furono denominati feaci. Si costruì insieme una grande vasca detta Colimbetra, del perimetro di sette stadi, profonda venti braccia; condottevi le acque delle fonti e dei ruscelli ne venne vivaio di pesci per i banchetti, e la allietavano cigni e altri volatili; trascurata in seguito essa interrò".

 

Intorno al V° secolo molti ipogei furono trasformati in sepolcreti. In base alla simmetria e al numero limitato delle sepolture si suppone che la maggior parte di essi fosse destinata ad un numero limitato di persone e, pertanto, rientrasse nella categoria dei cimiteri di diritto privato. L'interesse di coloro che si sono dedicati allo studio dei cimiteri cristiani di Agrigento si é focalizzato in particolare sulla Grotta di Fragapane, il più vasto degli ipogei al momento rinvenuti, il cui sfruttamento fu condizionato dalla presenza di alcune cisterne e sili di epoca greca ricavati da certe balze rocciose che segnavano il confine meridionale dell'antica città.  Il cimitero, che si estende da nord a sud, é in stato di buona conservazione e alle estremità della lunga galleria che lo attraversa (25 metri) presenta due accessi, ancora muniti di soglia e di stipiti, che mettono in comunicazione l'ipogeo con la necropoli paleocristiana sub-divo a nord e con il cimitero romano Giambertoni a sud. Tutte le sepolture appaiono iscritte nell'area maggiormente popolata in età greca ed ellenistico-romana, sito nel quale ancora insistono strutture murarie ed in cui sono state rinvenute ceramiche a figure rosse e a vernice nera, frammenti di lucerne ellenistiche e romano imperiali, cocci di anfore e di vari recipienti acromi, nonché altri oggetti come pesi da telaio, aghi e chiodi di bronzo, terracotte e frammenti di vasellame. Nel settore settentrionale della grotta sono presenti ancora tracce dell'originaria decorazione parietale dipinta con motivi a nastri incrociati dell'arcosolio e con riquadri raffiguranti rose rosse e foglie verdi. Le fosse rettangolari presentano le pareti scavate verso l'interno e sono state state realizzate sfruttando la naturale pendenza del terreno in maniera tale che i crani dei defunti venissero posti nella parte più elevata e rivolti verso la città. Nessuna di queste sepolture é purtroppo pervenuta intatta dal momento che mancano i coperchi che si suppone siano andati distrutti come denotano i numerosi frammenti di lastre in arenaria sparsi nelle immediate adiacenze della necropoli. Non sono state reperite neanche tracce di epigrafi o di simboli religiosi, né tantomeno del segnacolo che pare dovesse essere presente su qualche tomba. La mancanza di dati epigrafici e di corredi funerari ha spinto gli studiosi a valutare particolarmente gli elementi emersi dallo scavo stratigrafico dei livelli al di sopra delle tombe per determinare una seppur approssimata individuazione della cronologia delle sepolture.

La necropoli romana Giambertoni si estende verso sud per circa 400 metri occupando una parte del pendio della collina sottostante il Tempio della Concordia fino alla pianura di San Gregorio. La struttura fu utilizzata anche in età paleocristiana, forse sino al VI° secolo d.c., e comprendeva alcuni recinti sepolcrali all'interno dei quali si trovavano tombe a fossa, a sarcofago e talvolta anche edicole o piccoli mausolei. Si distingue per le particolarità architettoniche e per l'ottimo stato di conservazione dell'heroon detto impropriamente "Tomba di Terone". Di epoca costantiniana si suppone invece sia il cimitero Sub-divo il cui impianto all'aperto rappresenterebbe un momento, forse iniziale, dell'intensa occupazione del sito con la necropoli paleocristiana ipogeica. La necropoli Sub-divo precederebbe quindi, sia pure di poco, la creazione degli ipogei e si pensa che fu l'esigenza di nuovi spazi a creare un collegamento tra detto cimitero e la necropoli ellenistico-romana Giambertoni.

La necropoli paleocristiana di Agrigento conta anche una serie di ipogei minori che furono scavati nella balza rocciosa rispettivamente ad ovest, a nord e ad est della catacomba di Fragapane. Detti ipogei si articolano in gruppi omogenei con caratteristiche tipologiche comuni tra cui la pianta quadrata con la volta tronco-piramidale derivata dallo sfruttamento di alcune cisterne quadrangolari preesistenti. Ai complessi finora noti si vanno aggiungendo nuovi ipogei dislocati lungo il costone arenaceo ad est della Grotta di Fragapane  e, nonostante alcuni di essi appaiano danneggiati per il crollo della volta, altri conservano gran parte dell'interramento lasciando un filo di speranza per le future esplorazioni.

Nell'attuale conformazione molte delle imboccature di accesso ricadono in terreni privati e talvolta anche all'interno di abitazioni. Gli ipogei da cui ancora affiora un consistente flusso di acqua vengono tuttora sfruttati dai privati per uso domestico ed irriguo con impiego di pompe idrauliche di sollevamento.

 

         Margherita Biondo


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