Matteo Messina Denaro – Troppi silenzi su quelle indagini scomparse

Immagine-identikit ricostruita al computer di Matteo Messina Denaro

Tribunali posti poco sicuri?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, se ci sono posti poco sicuri dove custodire atti di indagine, questi sembrano essere gli uffici giudiziari dei tribunali. È sufficiente fare una ricerca in rete per verificare come la scomparsa di fascicoli dai tribunali italiani non sia un evento così raro. Atti processuali per cause di lavoro e cause civili, fino ad arrivare a fascicoli di stragi, terrorismo e mafia. Il più delle volte la scomparsa dei documenti è dovuta ad attività svolte, trasferimenti d’indagini o altro, senza che ci si sia poi preoccupati di rimetterli al proprio posto o segnalarne l’eventuale spostamento. Avviate le doverose indagini, talvolta vengono rinvenuti. Altre volte, invece, la scomparsa è reale.

È questo il caso di un computer e delle pendrive contenenti anni di indagini sul boss latitante Matteo Messina Denaro, letteralmente svaniti nel nulla. Volatilizzatisi da quella che doveva essere una delle stanze più sicure di un tribunale. Non una cancelleria, frequentata da avvocati, personale d’ufficio e magistrati, bensì la stanza di uno dei più importanti pm all’epoca a capo del pool che dava la caccia al noto latitante di Castelvetrano.

Un computer scomparso

Tribunale di Palermo
Tribunale di Palermo

L’episodio risale al 2015, ma è emerso a margine del processo d’Appello in cui Teresa Principato – il pm dal cui ufficio scomparvero i supporti telematici contenenti le indagini – venne assolta dall’accusa di aver rivelato un’indagine all’appuntato della Guardia di Finanza Calogero Pulici, all’epoca applicato alla sua segreteria.

Era stato lo stesso Pulici – “cacciato via” dalla Procura di Palermo poiché era venuta meno la fiducia nei suoi confronti – a denunciare che l’11 dicembre 2015, recatosi nella stanza della dottoressa Principato per ritirare i suoi effetti personali faceva la scoperta, in presenza di testimoni, che era “scomparso” il suo pc e  due pendrive che contenevano tutti i file delle attività di indagini svolte dall’ufficio e coperte da segreto istruttorio. Pulici, lo stesso giorno, informava il suo comando provinciale, nella persona del suo comandante, di ciò che era successo.

Le accuse

Marcello Viola

Quella di Pulici è una vicenda che ha del paradossale. Allontanato verbalmente dalla Procura di Palermo nell’estate 2015, a seguito di una querela per molestie (finita archiviata) l’appuntato, da anni fidato collaboratore della Principato, rimase coinvolto in più processi (almeno sette terminati con assoluzione) tra i quali uno per aver consegnato nell’ottobre 2015, all’allora capo della Procura di Trapani, Marcello Viola, una pendrive contenente i verbali di interrogatorio di un collaboratore di giustizia coperti da segreto investigativo. Anche i due magistrati, sia la Principato che Viola, vennero indagati con l’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio, inizialmente con l’aggravante dell’articolo 7, per aver agevolato la mafia, ostacolando le indagini della Dda di Palermo.

Un lecito scambio di informazioni tra due magistrati trasformato in un’accusa che portò soltanto ad archiviazioni e assoluzioni. Le indagini erano state condotte dalla Guardia di Finanza, il cui colonnello era consapevole del rapporto di collaborazione tra i due magistrati, tanto da aver effettuato insieme a loro anche un sopralluogo con un elicottero della Guardia di Finanza.

Indagini condotte con la Guardia di Finanza

Nella foto Viola, Principato, Pulici e Mazzotta

Se l’ufficiale avesse ravvisato in tali attività gli estremi di un reato, doveva aspettare una delega di indagini o nell’immediatezza avrebbe dovuto farne denuncia all’Autorità Giudiziaria competente? E invece no, soltanto quando vengono meno i rapporti istituzionali e personali con i due magistrati e l’appuntato, e solo dopo aver ricevuto delega d’indagini, si accorge del presunto reato commesso dai tre. Un reato assai presunto, per la verità, visto che anni di inutili processi portarono soltanto ad assoluzioni.

Cancellati anni di indagini su Matteo Messina Denaro

Cosa accadde a seguito delle relazione presentata dal Pulici al suo comando? Pulici nel 2016 subì anche delle perquisizioni che portarono al sequestro di materiale informatico e di un vecchio computer. Secondo la Finanza tra questo materiale  c’era quello di cui Pulici denunciava la scomparsa, ma tra gli oggetti sequestrati non c’era alcun portatile come quello indicato dal finanziere, tanto da indurre la Procura a dover dichiarare che si trattava di altri dispositivi e non di quelli scomparsi dall’ufficio del pm Principato.

Dopo numerose e reiterate richieste per tornare in possesso dei suoi effetti personali, di quanto altro era stato sequestrato e del computer della Procura nel quale erano custoditi file di lavoro, a Pulici veniva consegnato un hard disk smontato e privo di password. Tutto era stato cancellato.

Computer che misteriosamente spariscono, altri dai quali viene smontato l’hard disk e cancellati tutti i file contenenti indagini top secret su Matteo Messina Denaro, diedero luogo a indagini da parte della procura? Secondo quanto riportato dalla stampa venne aperto un fascicolo che finì archiviato senza che fosse stato sentito il finanziere e neppure la Principato.

Uno strano modo di condurre le indagini, visto che nessuno si preoccupò neppure di chiedere all’appuntato quale fosse la marca, e nemmeno il colore, del computer trafugato. Si cercava dunque qualcosa senza sapere cosa si stesse cercando? Le domande in merito, in verità, sarebbero anche tante altre, a cominciare dalla procura competente.

La procura competente

Trattandosi di un furto perpetrato nella stanza di un magistrato e contenente atti investigativi della stessa, forse a condurre le indagini doveva essere una diversa procura. Che la competenza fosse di altra procura, lo dimostrano, infatti, i precedenti di semplici intrusioni nottetempo nella stanza di magistrati, senza che fosse stato portato via nulla, e che comportò la segnalazione del fatto a procure diverse da quella dove operavano i magistrati in questione.

Accadde così nel 2014 quando ignoti entrarono nella stanza dell’allora Procuratore di Trapani Marcello Viola e la vicenda – così come è giusto – fu segnalata ai pm di Caltanissetta che aprirono un fascicolo. La stessa cosa nel 2017, quando l’intrusione avvenne nella stanza del Procuratore aggiunto della DDA di Caltanissetta, Lia Sava, e la procura nissena, dopo aver avviato i primi atti urgenti d’indagine, trasferì tutto alla procura di Catania competente per i reati ai danni di magistrati del distretto nisseno.

La procura di Caltanissetta venne interessata a seguito del furto avvenuto nella stanza della dottoressa Principato? Forse no, nonostante in quella circostanza avvenne un furto che permise di fare sparire anni di indagini condotte in merito alla latitanza di Matteo Messina Denaro.

Vennero mai avviate le indagini?

La domanda a questo punto è un’altra: Venne realmente avviata un’indagine o di questa si hanno solo notizie riportate dalla stampa? La domanda è legittima, visto che  ufficialmente non si ha notizia di indagini avviate e di quale fu l’esito delle stesse. A rigor di logica – e a termini di legge – la relazione con la quale Pulici denunciava l’avvenuta sottrazione del computer e di altro materiale informatico, essendo avvenuta in un ufficio pubblico doveva obbligatoriamente dar luogo all’apertura di un fascicolo, trattandosi di un reato perseguibile d’ufficio. 

Tante volte abbiamo letto di presunte talpe di boss mafiosi. Chi aveva interesse a fare sparire le indagini su Matteo Messina Denaro? Tante volte le presunte talpe non erano tali, eppure si sono condotte indagini, arresti – talvolta di innocenti – e processi.

È normale che un caso tanto eclatante non abbia comportato alcuno sviluppo e sia passato anche sotto tono sui media?

Quel che è certo è che non si ha traccia di quanto trafugato dalla stanza della Principato e che nella migliore delle ipotesi le indagini – se mai vennero avviate – seguirono un iter che definire “particolare” sarebbe un eufemismo.

Si sarebbe potuto catturare il boss latitante?

Cosa ne fu del computer di Pulici? Chi lo portò via dalla stanza del magistrato? Cosa conteneva? Si sarebbe potuti arrivare alla cattura del boss latitante a seguito di quelle indagini? Queste domande forse dovrebbero porsele anche altri che potrebbero avere un interesse istituzionale a conoscere l’intera vicenda che allunga angoscianti ombre su quello che accade in certi palazzi dove Iustitia, la dea romana della Giustizia, sembra aver lasciato il posto a Marco Giunio Bruto, il cesaricida.

Gian J. Morici

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