Mannino – La fine della D.C. e i falsi pentiti protagonisti di una “giustizia creativa”

Calogero Mannino

Calogero Mannino

L’assoluzione dell’ex ministro Calogero Mannino, accusato nel processo della cosiddetta “Trattativa Stato-Mafia”,  più che far chiarezza su quegli anni bui che videro cadere per vile mano mafiosa (ma non solo di quella) uomini dello Stato, getta nuove ombre su cosa significarono quegli anni per il nostro Paese.

Le poche cose ormai sempre più chiare, sono una regia esterna a “Cosa Nostra” che cambiò l’assetto politico dell’Italia, con l’uso di falsi pentiti funzionali a portare a termine un progetto certamente più grande di quanto le loro piccole menti non potessero rendersi conto.

A colpi di tritolo, di lupara e di false accuse, venne scritta la parola “Fine” alla cosiddetta “Prima Repubblica”. Venne cancellata la Democrazia Cristiana, gli uomini più in vista del partito, ma, soprattutto, vennero cancellate le vite di chi in nome di una Giustizia vera, quotidianamente lottava contro la barbarie di “cosa nostra”, puntando ad alzare il tiro verso quella zona grigia ben più putrida della mafia tutta coppole e lupare.

Non sono un nostalgico della D.C. – non sono mai stato un democristiano – né nutro particolari simpatie per l’ex ministro Mannino. Ma un conto sono le accuse politiche che si possono muovere alla classe dirigente dell’epoca, un altro l’eliminazione a colpi di ordinanze di carcerazione, di processi e accuse inventate, dell’uso di pseudo-pentiti ai quali affidare le operazioni di killeraggio del governo del paese e di quelle indagini che avrebbero portato a scoprire collusioni politiche, imprenditoriali e istituzionali vere, rispetto le quali non era certo avulsa neppure una parte – seppur piccola – della magistratura.

Erano gli anni in cui all’interno della DC c’erano diverse correnti. A spadroneggiare all’interno di una di queste,  era Vito Ciancimino – il cui spessore mafioso è stato definitivamente acclarato nel corso di numerosi processi – al quale si contrapponevano lo stesso Mannino, gli allora ministri Scotti e Martelli, Grillo e Vaccarino, allora sindaco di Castelvetrano.

Un caso se tutti coloro che si contrapposero all’egemonia di Ciancimino vennero danneggiati irreversibilmente?

Generale Mario Mori

Generale Mario Mori

Secondo l’accusa, Mannino era finito nel mirino della mafia perché non avrebbe mantenuto delle promesse fatte, tra le quali il buon esito del primo maxi processo. Sarebbe stato proprio il timore di essere ucciso per i motivi anzidetti, a indurre l’ex ministro a cercare un contatto con “cosa nostra” tramite i Ros dei carabinieri, tra i quali Mario Mori e Giuseppe De Donno, condannati in primo grado nell’aprile del 2018 per la presunta “Trattativa Stato-mafia”, che avrebbero preso contatto con Vito Ciancimino perché mediasse con i vertici della mafia.

Un’accusa demolita dalla sentenza di assoluzione di Mannino, che oltre a riportare come l’ex ministro sarebbe finito nel mirino di “cosa nostra” per le azioni di contrasto alla stessa, ha evidenziato l’illogicità della ricostruzione operata dalla procura di Palermo, per lo stesso fatto che se Mannino fosse stato uno stabile interlocutore dei vertici di “cosa nostra” non avrebbe avuto la necessità di rivolgersi ai Ros, né tantomeno al suo acerrimo rivale politico Vito Ciancimino, per proporre un accordo.

Ma v’è di più. La stessa operazione condotta dai carabinieri Mori e De Donno, finalizzata alla cattura di Totò Riina e a mettere fine alla stagione stragista di “cosa nostra”, non solo era stata portata a conoscenza del loro diretto superiore, ma – secondo i giudici della corte d’Appello di Palermo – appare altamente probabile fosse a conoscenza dello stesso giudice Borsellino, il quale, informato dalla dottoressa Ferraro, non se ne stupì né mostrò alcuna contrarietà.

Non bisogna infatti dimenticare la fiducia che Borsellino riponeva nei due ufficiali del Ros, ai quali dopo la strage di Capaci aveva chiesto se fossero disposti a portare avanti l’inchiesta mafia-appalti alla quale avevano lavorato con il giudice Falcone, la cui richiesta di archiviazione, vistata dal procuratore Giammanco, venne depositata immediatamente dopo la strage di via D’Amelio e archiviata a tempo record.

Falcone e Borsellino

Falcone e Borsellino

Perché Borsellino, il quale alla pari di Falcone si fidava di Mori e De Donno, per parlare di mafia-appalti, chiese ai due ufficiali di incontrarli presso la caserma dei carabinieri e non in procura? Cosa  temeva Borsellino? Oggi che il “processo trattativa” sembra svuotarsi di un’altra parte dei suoi contenuti, rendendo sempre meno credibile il fatto che la strage di via D’Amelio subì un’accelerazione a causa della presunta trattativa, pesano come macigni gli interrogativi sull’uso dei pentiti o pseudo tali.

Del falso pentito Vincenzo Scarantino, ormai sappiamo abbastanza per poter dire che fu messo in atto un “depistaggio istituzionale” sulla strage di via D’Amelio. Ma la vicenda di Mannino ci riporta al periodo antecedente alle stragi e ad altri pentiti provenienti dalla stessa provincia del latitante Matteo Messina Denaro, accusato di aver organizzato le stragi dei primi anni ’90.

Mannino, nel ’91, venne indicato dal “collaboratore di giustizia” Rosario Spatola, un ex spacciatore di Campobello di Mazara, che lo accusò di rapporti con la mafia. Un “pentito” che in quanto uomo di mafia, non venne creduto neppure da Paolo Borsellino, il quale, dopo due anni che Spatola collaborava con la giustizia, nel ’91 dinanzi al Csm ne mise in discussione l’attendibilità.

1991, anno in cui anche il “pentito”, anche lui ex spacciatore, Vincenzo Calcara, decide di collaborare con la giustizia. Due “pentiti” della stessa provincia. Calcara è di Castelvetrano. Due pentiti che avvalorano l’un l’eltro le dichiarazioni rese all’Autorità Giudiziaria. Due pentiti, rispetto i quali diversi giudici hanno usato parole molto dure demolendone in sentenza la credibilità. Come nel caso del processo per l’omicidio del giornalista Mauro Rostagno, quando i giudici scrissero:

giustizia“Va detto subito che l’esame dibattimentale non ha offerto elementi che consentano di superare il giudizio assai poco lusinghiero che sulla credibilità conto di questo collaboratore di giustizia (Vincenzo calcara – ndr)  che fu espresso dai giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta dinanzi a cui si celebrò in primo grado il (secondo) processo per l’omicidio di Giangiacomo Ciaccio Montalto […] benché attinto dalle convergenti propalazioni – peraltro de relato – proprio di Spatola Rosario e di Vincenzo Calcara (altra figura molto discussa di collaboratore di giustizia), che asserivano entrambi di avere appreso da confidenze dello stesso Messina della sua partecipazione all’efferato delitto. I giudici di quel processo avanzarono forti riserve sulla genuinità delle rivelazioni dello Spatola e valutarono come del tutto inattendibile il Calcara…”

Nonostante le valutazioni di Borsellino sullo Spatola, e quelle più recenti da parte di altri magistrati, Mannino subì diversi procedimenti penali dai quali venne assolto ben 12 volte. Ma perché “pentiti” come Spatola e Calcara, tutti provenienti dalla provincia di Trapani, accusarono falsamente esponenti di primo piano della Democrazia Cristiana? Mannino e altri hanno dato la loro spiegazione a quello che fu un “colpo di Stato” che portò alla nascita di nuovi governi. Quello che manca, è una verità giudiziaria in merito ai depistaggi operati prima delle stragi da “pentiti” che, consapevolmente o inconsapevolmente, favorirono con le loro accuse il compimento delle stragi stesse e misero la parola “fine” alla cosiddetta Prima Repubblica.

Ma forse, quello che ancor più manca, è il chiarire le responsabilità di chi gestì questi soggetti, ignorando, artatamente o per inettitudine, la loro totale inattendibilità.

Senza entrare nel merito delle ragioni, anche di carattere internazionale, che portarono alla fine della Democrazia Cristiana, non possiamo ignorare il fatto che una certa magistratura in tutto questo ha delle responsabilità. Vogliamo ancora far finta di nulla crogiolandoci nella “Trattativa Stato-mafia” o è giunto il momento di chiedersi perché il dossier dei Ros, quello di Mori e De Donno, voluto da Falcone e Borsellino, è rimasto lettera morta?

Per la scoperta del depistaggio di Scarantino, dobbiamo ringraziare anche avvocati come Rosalba Di Gregorio che non si sono arresi neppure dinanzi l’ostilità manifesta di taluni magistrati. Per chiarire quanto avvenne in quel lontano 1991 – e di chi le responsabilità – dovremo sperare in un’altra Rosalba Di Gregorio o in qualche altro magistrato coraggioso?

Purtroppo, ad angosciarci in merito a possibili sviluppi in tal senso, è un post di ieri della stessa Di Gregorio. Un’attenta analisi che si conclude con un “turbamento” dell’autrice, che è anche il nostro:

 

Rosalba Di Gregorio

Rosalba Di Gregorio

“Come si arriva a due processi andati in revisione?

Ascoltando i testi ( anche i Pm qualificati del tempo) si impara…

Prendi un balordo delinquentello, con certificati problemi di natura psichiatrica e lo fai diventare “pentito”! Chissà perchè…

Si spazia dal desiderio di “ risolvere” comunque un caso gravissimo, una strage, alla necessità di coprire i veri correi, sostituendoli con falsi colpevoli, forse per mettere in campo tutta Cosa nostra e chiudere tutta l’indagine SOLO con la mafia.

Vedremo, forse…

Fin qui avrebbe agito La Barbera e i suoi.

Poi viene la fase in cui una Procura deve verificare se il “ lavoro” della PG regge: così funziona una indagine.

Oggi ( non allora! Solo oggi) ci dicono che gli elementi erano pochi e fragili, che il soggetto scelto a fare il pentito era problematico, fragile, bisognoso di sostegno.

Oggi ci dicono che bisognava “ prepararlo “ ( i tempi erano difficili e il soggetto era incline a ritrattare).

Oggi ci dicono ( dopo che si è scoperto) che lo intercettavano perchè i parenti, emissari della mafia, avrebbero potuto farlo desistere da “ fare” il pentito…

E come si poteva rimediare?

In verità questi parenti non sono stati neppure indagati, dopo chili e chili di intercettazioni (ce ne sono altre, trovate ora, oltre a quelle di Messina.

E non sono stati indagati perchè il loro parlare non è arrivato neppure alla soglia del “tentativo”

E allora che si fa?

Si cerca di capire se Scarantino manifesta criticità e racconta balle (v riunione deliberativa/ organizzativa della strage che racconta) perchè è falso?

Non sia mai!

Bisogna tenerselo e neutralizzare chi avanza questa ipotesi, tipo per esempio, gli avvocati di quei due processi.

E come si fa?

Si attaccano gli imprudenti legali e si eliminano le “criticità” dagli atti del processo.

E così non ci sono le cassette Mediaset della ritrattazione, non ci sono le intercettazioni, ci sono in ritardo e dopo dura battaglia i confronti.

Si scoprono solo per caso i verbali annotati su cui il pentito studiava le “proprie” dichiarazioni!!

Non ci sono i verbali di sopralluogo, dove non riconosce luoghi che oltre tutto non conosceva, ecc ecc

Un lavoraccio.

E tutto questo perchè?

La Boccassini e Saieva avvertono che così si costruisce un castello sulla sabbia…

Si leva pure la lettera dove lo scrivono!

La Procura di Palermo non crede a Scarantino? E non fa niente: si ignora il dato.

Ecco

E oggi come si spiega tutto ciò?

Veniamo invitati a comprendere che erano tempi duri perchè in 57 giorni ci furono due stragi.

E infatti noi pensavamo che tutto ciò comportasse la necessità di celebrare rigorosamente processi , non quella di ingessare, sostenere, supportare a qualunque costo e con costi enormi, anche economici, il primo balordo scelto, non si sa perchè, a recitare un ruolo che non sapeva, non poteva e, a tratti non voleva nemmeno recitare!

Io non so più se ero più disturbata allora, ai tempi di quei processi (in cui percepivi le falsità) oppure ora, laddove tali e tante cose ti si chiede che siano considerate normali”

 

E a questa “normalità” pare ci si debba rassegnare…

Gian J. Morici

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