Libia – A un passo dalla guerra civile e dal ritorno alla Jihad

Serraj

Serraj

Sempre più drammatica la situazione che in Libia vede contrapposte le forze del generale Khalifa Haftar, a quelle del governo di Tripoli del presidente Serraj.  L’esercito del generale Haftar non è ancora riuscito a conquistare Tripoli, dove non è avvenuta la rivolta nella quale sperava, ma il bilancio delle vittime, si aggrava di giorno in giorno, così come crescono il numero degli sfollati e dei migranti pronti a partire per raggiungere l’Europa.

Ed è proprio l’Europa a essere divisa, visto che mentre Roma appoggia il governo  Serraj, sostenuto dall’ONU, la Francia di Emmanuel Macron –  congiuntamente al presidente egiziano Abdel-Fattah el-Sissi e alla Russia – appare un sostenitore chiave dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar. Il timore è quello che si arrivi a un conflitto civile come quello che nel 2011 portò alla cacciata, e alla morte, di Gheddafi, lasciando il paese in una condizione di instabilità che si protrae tuttora a distanza di otto anni.

Dopo il conflitto siriano, i nuovi scenari di guerra potrebbero riguardare la Libia ed estendersi ai paesi limitrofi.

Nonostante gli interessi stranieri in Libia, è difficile che si arrivi a operazioni militari ufficiali, visto che tutti i paesi interessati al conflitto hanno interessi strategici in Medio Oriente che in una situazione poco chiara come quella attuale impongono molta cautela. Non è difficile dunque immaginare che ci si  troverà dinanzi l’ennesima guerra per procura tra i due fronti, che alimenteranno sottobanco le forniture belliche, garantendo al contempo sostegno militare sul campo utilizzando mercenari che mettano nelle condizioni i governi di poter dichiarare ufficialmente la propria neutralità. Strategie già viste in passato e che negli anni a venire rappresenteranno la regola per poter affrontare i conflitti nelle aeree di maggior interesse politico, militare ed economico, che vedono il contrapporsi dei due blocchi.

Sconvolgimenti di grande portata quali quelli che furono le “primavere arabe”, rimetterebbero in gioco le formazioni islamiste che trarrebbero vantaggi tanto dall’ingovernabilità dei paesi nordafricani, quanto dalle politiche populiste europee e degli Stati Uniti. Se infatti lo Stato Islamico ha perso il controllo fisico dell’autoproclamato Califfato, non può essere ignorata l’espansione delle organizzazioni terroristiche in altre aree, facendo leva sui sentimenti di odio verso le iniziative del presidente americano Trump e dell’israeliano Netanyahu.

Haftar

Haftar

Mentre  in Libia, le forze del generale Haftar sono sostenute dall’Egitto di Sisi e dagli Emirati Arabi, le milizie islamiche guardano alla possibilità di rientrare in territorio libico pensando già alle prospettive future che l’espansione in Libia, Egitto e Tunisia offrirebbe loro, contando sulla rabbia di familiari e amici delle decine di migliaia di persone uccise dagli attacchi aerei guidati dalle forze delle coalizioni che hanno combattuto il terrorismo dello Stato Islamico.

A facilitare il gioco delle milizie islamiche e indebolire il fronte delle coalizioni antiterrorismo in Medio Oriente, facilitando il reclutamento di nuove risorse jihadiste, la dichiarazione del presidente Trump in merito  al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, considerato un’organizzazione terroristica, e l’intenzione di  Netanyahu di nuovi insediamenti israeliani in Palestina. Il tutto, mentre ancora non si è capito come si andrà a gestire l’Iraq post Califfato che durante il conflitto con le milizie dello Stato Islamico aveva potuto contare anche sul sostegno delle milizie sciite addestrate dalle Guardie rivoluzionarie.

A completare un quadro già caotico e preoccupante, le divisioni interne che riguardano l’Europa. Francia e Italia divise da interessi contrapposti, gli inglesi alle prese con la Brexit, e la crescente  islamofobia che sta interessando anche paesi come la Svezia e la Danimarca, stanno indebolendo l’Europa e rischiano di portare le forze dell’ordine a impegnarsi sul fronte dell’estremismo interno  distraendosi dai fenomeni di radicalizzazione che erano stati attenzionati  solo a seguito degli attentati che hanno sconvolto i paesi europei.

L’Europa si divide. Una divisione che favorirà solo vecchie e nuove sigle del terrorismo islamico.

Gian J. Morici

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