Operazione Kerkent – Ganci: Non c’entro niente con “cosa nostra”. Vivo di onesto lavoro

Antonio Massimino

Antonio Massimino

Mafia, droga, armi, sequestro di persona, queste le accuse che nei giorni scorsi hanno portato all’arresto di decine di soggetti, a seguito di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Dda di Palermo.

Un’associazione per delinquere che, con base operativa ad Agrigento, avrebbe operato anche nel palermitano e in Calabria. A capo dell’organizzazione, dedita in particolare al traffico di sostanze stupefacenti, l’agrigentino Antonio Massimino, ritenuto, dagli inquirenti l’attuale reggente della famiglia mafiosa della città dei templi e recentemente arrestato perché in possesso di un mini arsenale di armi.

Ma a destare non poco stupore in città è stato coinvolgimento di un commerciante incensurato, Salvatore Ganci, accusato di essersi rivolto al boss per il recupero di un credito. Ganci, commerciante di auto, secondo gli inquirenti si sarebbe rivolto a Massimino a seguito di una truffa subita da Antonino Mangione, 38 anni, di Raffadali, il quale avrebbe comprato da lui un’autovettura pagandola con un assegno scoperto.

Da lì le accuse da parte del Mangione che ha sostenuto di essere stato sequestrato dal Massimino che lo avrebbe minacciato con una pistola e che avrebbe usato violenza sessuale ai danni della sua compagna.

Mangione, più volte arrestato per fatti di mafia e droga – e sempre assolto – nelle tante pagine messe a verbale delle sue deposizioni, ha ricostruito la conoscenza con Antonio Massimino, sostenendo che questi avrebbe pagato per suo conto un debito contratto con altri trafficanti di droga. Per saldare poi il debito a Massimino, avrebbe chiesto allo stesso un ingente quantitativo di cocaina da smerciare, indebitandosi ulteriormente e arrivando a subire minacce di morte da parte del presunto boss.

A smentire la versione data dal Mangione in merito al presunto sequestro di persona e degli abusi sessuali in danno della sua compagna, nei giorni scorsi è stato lo stesso Massimino, il quale in passato – nonostante i tanti processi a suo carico – non aveva mai aperto bocca, mentre invece questa volta ha deciso di rompere il silenzio accusando Mangione di essere un truffatore mafioso che mirerebbe a diventare un collaboratore di giustizia.

Massimino ha infatti dichiarato di essere disposto a trascorrere in carcere anche venti anni, ma non a passare per uno stupratore, negando così ogni addebito in merito a un’accusa che ritiene molto più infamante dei tanti presunti reati commessi.

Nel frattempo, anche Salvatore Ganci è stato sentito dal Gip, al quale ha fornito una versione dei fatti che ricondurrebbe l’intera vicenda a una risoluzione amichevole, ben lontana dalle intimidazioni, dalla costrizione e dal sequestro di persona denunciato da Mangione.

Ganci, dopo essersi accorto che l’assegno circolare ricevuto in pagamento dell’auto non poteva essere negoziato perché ritenuto in banca irregolare – e non falso, tanto che non veniva trattenuto dalla banca stessa – ha contattato il Mangione, il quale lo aveva tranquillizzato dicendogli di non preoccuparsi e che avrebbe fatto il bonifico in banca, salvo poi non rispondere più  alle chiamate del commerciante.  A quel punto, cercando tramite conoscenti di mettersi nuovamente in contatto con il Mangione, si è ricordato di averlo visto con il Massimino, e avrebbe contattato quest’ultimo sperando che amichevolmente si potesse risolvere la questione.

Recatosi in via Bac Bac, trovò Massimino e Mangione che parlavano tranquillamente in toni confidenziali e distesi. Affrontato in pochi minuti e serenamente l’argomento che stava a cuore al commerciante – alla cui attività la perdita di una vettura 15mila euro avrebbe potuto nuocere – Mangione, dinanzi l’impossibilità di far fronte al debito, si sarebbe offerto di restituire la vettura, tanto da fare una telefonata con il cellulare dello stesso Ganci, poiché lui non aveva credito sufficiente. Terminata la telefonata, riferiva al Ganci che la macchina si trovava a Raffadali e che poteva andare tranquillamente a riprendersela.

Ganci, a quel punto, insieme ad un’altra persona si sarebbe recato a prendere l’autovettura e al ritorno avrebbe trovato Mangione e Massimino intenti a consumare una copiosa quantità di droga. I toni tra i due – come affermato da Ganci – erano molto amicali, tanto che Mangione affermava che solo un  amico poteva offrire tutta quella “bella roba”…

Il commerciante,  frastornato e imbarazzato poichè non aveva mai visto droga in vita sua, si accomiatava subito, ritenendo comunque di aver risolto nel miglio modo possibile la vicenda . Nessuna pistola, dunque, né toni minacciosi e intimidatori. Ganci, che in passato ha sempre adito le vie legali e in città è conosciuto come persona perbene, nel precisare di conoscere il Massimino solo perché gli aveva venduto delle macchine che gli sono state pagate a rate (il cui sollecito giustificherebbe alcune telefonate intercorse tra i due) è adesso addolorato di quanto accaduto e dichiara che mai con il senno di poi avrebbe richiesto intervento di chicchessia. Se solo si fosse reso conto di essere stato effettivamente vittima di truffa e non di un problema di irregolarità dell’assegno, avrebbe adito le vie legali per recupero del credito e avrebbe denunciato l’accaduto.

“Sono pentito di non essermi rivolto alle Forze dell’Ordine” – sostiene Ganci, precisando come avrebbe preferito perdere la vettura se solo avesse potuto lontanamente immaginare quanto è accaduto.  “Denuncerò chi mi calunnia e i giornalisti che mi hanno descritto come un violentatore e mi hanno associato ad un fiancheggiatore di Massimino. Io non c’entro niente con “cosa nostra”, con traffici illeciti. Vivo di onesto lavoro. Mi conoscono tutti in città e tutti sanno come vivo rettamente. Spero al riesame di chiarire una volta e per tutte la mia posizione”- conclude Ganci.

In effetti, l’errore di aver pensato di potersi rivolgere a un conoscente amico del suo debitore, affinché bonariamente si potesse chiudere la controversia amichevolmente, è ben diverso dal ruolo del fiancheggiatore di un presunto boss. Un errore che spetterà alla magistratura valutare, dando la dimensione che merita, e che secondo molti agrigentini che conoscono Ganci non è certo quello del fiancheggiatore coinvolto in un presunto sequestro di persona e in atti di violenza sessuale.

Gjm

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