UNO SCRITTO DI FILIPPO MANCUSO

mancusoLo scritto di uno dei personaggi più significativi delle vicende degli anni che videro il tramonto della Prima Repubblica, Filippo Mancuso, lo abbiamo trovato rovistando tra i libri di Mauro Mellini. E’ la prefazione al libro di quest’ultimo “…e arrestarono Nicolò Nicolosi. Esordio sciagurato e grottesco di “mani pulite” in Sicilia”.

Filippo Mancuso, magistrato che aveva raggiunto vertici della carriera, era stato chiamato da Berlusconi al Ministero della Giustizia.

Aveva deciso di inviare a Milano gli Ispettori del Ministero ad accertare i fatti, diventati notorii, del sistema: “ti arresto, Tu ti penti e fai altri nomi, io arresto quegli altri e mando a casa Te” con un poco decente giro d’affari di avvocati “vicini” alla Procura.

Per aver “osato” tanto fu contro di lui promossa al Senato una mozione di sfiducia (di dubbia legittimità costituzionale, essendo la fiducia delle Camere concessa e revocata al Governo nella sua collegialità e non ai singoli ministri). Fu così “sfiduciato”, unico caso nella nostra Repubblica, dopo un dibattito in cui, tra l’altro pronunziò, in un discorso di elevato valore, la frase famosa e premonitrice: “Non aspettate che l’ingiustizia bussi alla porta delle vostre case”. Molti che votarono contro di lui si pentirono (o, se non lo capirono, avrebbero dovuto pentirsi) di non avergli dato ascolto. Mancuso è morto il 30 maggio 2011. Ecco il testo:

Prefazione

<<Il magistrato non ha diritto di essere né indulgente né severo. L’indulgenza non è merito suo, perché prevalentemente essa costituisce il frutto della cenestesi psicosomatica o del suo autocompiacimento. A sua volta la severità rappresenta, ora un narcisismo simbolico, ora l’affermazione a sé stesso della propria potenza, ora complessi mascherati di aggressività e di crudeltà, ora la vendetta su altri di subìte umiliazioni sessuali, famigliari, sociali.

All’indulgenza e alla severità va quindi sostituita la serenità. Anche l’equità è impossibile perché è soggettiva: l’illusione di possederla rappresenta una frequente automitomania, fondata su processi psicoruminativi di cui il soggetto a poco a poco perde il controllo.>> Questo era l’eloquente pensiero di Rinaldo Pellegrini, maestro nella medicina legale, e sembra ascoltarlo ancora dalla sua cattedra padovana.

Ora, quando avviene di leggere, più che in anteprima, quasi in nuce, e si accetti di munire di prefazione una rievocazione orribile, quale è questa attualità editoriale di Mauro Mellini (ma quanto dovrà durare, da noi, tale genere di attualità?), allora è possibile, anzi inevitabile che lo sgomento che ne sorge cerchi un riscatto, una intima rivincita……..

Giacché (è inutile attenuare i termini) le vicende che Mellini qui tristemente espone, sono bruttezze veramente orribili; orribili alla ragione, al diritto, alla umanità, alle istituzioni. Come orribile è il modello di giudice ed il modello di giudizio che in esse, più che presupposti, sono presenti in maniera fisica su uno sfondo di stupidità violenta. Stupidità violenta, intendo dire, laddove il termine violenza, più che predicato della stupidità, costituisce la stessa essenza costruttiva di questa. Una cosa sola, insomma.

Quando avrà portato a termine le pagine di quest’ultima mellinania inchiesta e l’avrà adeguatamente ripensata nel suo animus e nella sua forza deprecatoria, voglia il lettore però astenersi dal prendere posizione definitiva fra disperazione e speranza, l’una e l’altra essendo, in questa materia e in questo nostro tempo, obiettivamente problematiche e convertibili, e comunque non trascuri egli di considerare, almeno per generosa compassione, che le presenti bruttezze hanno una loro genetica e una loro sgradevole tradizione, le quali le rendono, dal più al meno, stabili e ricorrenti in questo Paese. Né lo stesso Autore si illuda: come non si illuse Leo Longanesi quando, reduce da una udienza in Tribunale ne lasciò la sarcastica e disillusa memoria…….

Pellegrini, Mellini, i più fra noi stessi, certo, non li abbiamo voluti, non li vorremmo così, i nostri giudici. Ma, purtroppo, ve ne sono, ed esiste persino chi li indicati – proprio fatti in tal modo – quali modello buono a tutto: ai Tribunali, al Governo, al Parlamento, alla conservazione, alla rivoluzione.

 

 

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