“L’Espresso” – Meglio tardi che mai!

RivendicazioneNon si può ironizzare su tutto, il terrorismo che sta mietendo vittime non solo in Occidente, non può essere trattato alla leggera, anzi, andrebbe trattato ancor più seriamente. Invece, si può forse ironizzare sulla copertina del settimanale italiano L’Espresso che lancia un “Esclusivo”. Leggo: “Kamikaze attivati via web”.

Già nel lancio via internet del giornale si annunciava l’inchiesta FBI con la frase “un canale segreto di comunicazione via Internet, utilizzato dai terroristi dell’Isis per reclutare jihadisti. E anche per organizzare attentati.”. Vale la pena rileggere la data d’uscita della pubblicazione: 13 agosto 2017.

Ossia ci vengono a spiegare, fra le altre cose, che “Mohamed Al Adnani, il portavoce dell’Isis, ha legittimato le stragi di civili occidentali”. Meno male che alla didascalia sotto la foto di Al Adnani c’è scritto che il portavoce fu “ucciso nell’agosto 2016”.

Non starò a scandagliare ogni paragrafo del Dossier, interessante ma obsoleto.

Sono anni che diciamo “non sono lupi solitari ma rispondono ad un input”. Sono anni che partendo dall’ormai banale Facebook, passando da Twitter per poi sprofondare nel Dark Web utilizzando Telegram ed altre messaggerie più difficili da intercettare, vengono lanciati appelli a colpire. Anche l’uso del coltello è stato indicato, come quello del camion contro la folla. Non si tratta di pazzi, e mi ripeto, anche se la pazzia è più facile da digerire di un attacco mirato. Lasciano i documenti sul posto per essere identificati e poter rivendicare l’attentato e non perché, come pensano i complottisti, ci sono lobby misteriose che creano ad arte le scene del crimine.

I fratelli Kouachi si erano ben preparati, solo per fare un esempio. Saïd si addestrò in Yemen.

Il 23 marzo di quest’anno io scrissi: “Bisogna avere la memoria cortissima per dimenticare l’appello del portavoce dello Stato Islamico, Abu Muhammad Al-Adnani, prima della sua morte il 31 agosto 2016. Al-Adnani aveva chiaramente chiesto a tutti i simpatizzanti Isis presenti in Occidente di non recarsi a combattere in Siria o in Iraq dove l’organizzazione terroristica asseriva di cavarsela da sola ma di restare nei paesi di residenza e di colpire i “kuffari” con qualunque arma, un coltello, un machete, un kalashnikov…”.

Lo spiegai più lungamente un anno prima, nel luglio 2016 dopo l’attentato di Wurburg: “quasi sempre, durante le indagini, si scopre che l’ultimo anello della catena, il kamikaze, non ha agito da solo ma aveva tutta una serie di collegamenti o con radicalizzati sul posto o che aveva fatto almeno un viaggio in paesi come la Siria.”.

L’Espresso comunica pomposamente “Gli inquirenti americani hanno scoperto che quel ragazzo di 28 anni gestiva dalla sua casa in Italia, all’insaputa di tutti gli amici e familiari, un canale segreto di comunicazione via Internet, utilizzato dai terroristi dell’Isis per reclutare jihadisti.”.

Il Federal Bureau of Investigation ha fatto giustamente il suo lavoro facendo parlare il giovane Mouner El Aoual, ossia il 28enne citato da L’Espresso ed arrestato in aprile a Torino.

Possiamo parlarne per ore, citarli uno ad uno. Ma non parliamo di scoop quando per disattenzione ed incredulità si sono lasciati inabissare gruppi di radicalizzatori che erano sotto gli occhi di tutti come Sharia4France in pieno Facebook.

Luisa Pace

 

 

 

 

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