Libano: il racket alimentare dei Caschi blu

UNIFIL soldier on patrolLibano – Una frode che secondo i media spagnoli vede tra i paesi più coinvolti il Ghana e l’Italia

Un ampio spazio quello che il quotidiano El Pais dedica alle indagini per la vendita di alimenti destinati alle truppe Unifil, e quindi non commerciabili, rinvenuti nei banchi di supermercati locali.

Secondo quanto riferito dal giornale spagnolo, presso la sede della Interim Force delle Nazioni Unite in Libano (Unifil), a seguito di una denuncia da parte di consumatori locali, sarebbe stata avviata un’indagine interna per una presunta  frode nella rivendita di razioni alimentari, ad uso esclusivo delle truppe.

Una frode che andrebbe avanti da anni e che vede coinvolta una ditta libanese, socia del fornitore italiano di prodotti alimentari, che dal 2006 al 2015 ha ottenuto svariati contratti per l’acquisto e la distribuzione di cibo per la fornitura di truppe Unifil.

Nel solo 2012, la società avrebbe vinto una gara del valore di 132 milioni di euro per la fornitura di cibo e acqua per cinque missioni ONU all’estero.

Il quotidiano spagnolo, riporta che non si tratterebbe di casi isolati e che secondo le testimonianze di sei lavoratori con una vasta esperienza nella missione, si tratterebbe  un sistema radicato che oltre a riguardare le aziende coinvolte, coinvolgerebbe almeno  50 caschi blu.

Alimentari Unifil messi in vendita al supermercato (Immagine tratta da AlTaharri.com)

Alimentari Unifil messi in vendita al supermercato (Immagine tratta da AlTaharri.com)

La vicenda della vendita illegale di alimenti destinati alle truppe, sarebbe stata anche oggetto di un rapporto confidenziale delle Nazioni Unite, di cui si sarebbe venuti a conoscenza grazie alle notizie fatte trapelare da Wikileaks.

Le testimonianze di sei lavoratori internazionali e locali Unifil, civili e militari, confermerebbero le informazioni, puntando il dito contro le truppe internazionali che hanno il compito di ricevere il cibo in cinque punti di distribuzione sotto il comando dei battaglioni di Italia, Ghana, Nepal, Malesia e Indonesia.

“Per decenni cibo Unifil è stato venduto nei supermercati libanesi” – riporta il quotidiano spagnolo citando un testimone – “non preoccupandosi neppure di rimuovere le etichette”.

“Dopo aver identificato le scorte ripartite per mancanza di consumo – prosegue l’articolo -, diversi controlli delle Nazioni Unite indicano che vi sono eccedenze alimentari per le truppe e che le scorte in eccesso hanno permesso lo sviluppo di una rete fraudolenta e redditizia per un esiguo numero di soldati internazionali e di lavoratori locali che operano nella catena di distribuzione”. Il Ghana (con 870 caschi blu) e l’Italia (1.206 soldati e attualmente al comando della distacco) sono i due battaglioni più attivi nella rivendita illegale di alimenti, tra i cinque indicati dai testimoni  del quotidiano.

Alle eccedenze alimentari risultanti dai controlli delle Nazioni Unite, fanno i soldati ghanesi che si lamentavano perché avevano fame e i loro frigoriferi erano vuoti.

Eccedenze sì, ma non certo per le truppe che a stomaco vuoto guardavano chi la pancia e la tasca se la riempiva rivendendo il cibo a loro destinato.

Purtroppo non si tratta del primo né dell’ultimo scandalo che vede coinvolti appartenenti alle Forze Armate di vari paesi – Italia compresa – anzi, si tratta soltanto della piccola punta di un iceberg di ben altre dimensioni.

maroBasti pensare ai grandi affari nel campo delle forniture di armamenti e mezzi militari; alla consegna dei due Marò italiani all’India, dietro la cui vicenda aleggia l’ombra di uno scandalo di ben altre proporzioni; alle stragi di militari dovute all’uranio impoverito che – quantomeno in paesi come il nostro – hanno causato tra i propri soldati più morti di quanti non ne abbia provocati la partecipazione agli eventi bellici di questi ultimi decenni.

Morti ai quali si aggiungono quelli per i quali si è arrivati alle condanne a seguito dell’uso indiscriminato di vaccini che hanno causato leucemie e un abbassamento delle difese immunitarie da risultare letale.

Condanne a pene irrisorie dinanzi la morte di tanti soldati dei cui atti eroici, a volte in battaglia, altre nel soccorrere le popolazioni colpite da catastrofi naturali, si cingono di allori politici e taluni alti ufficiali, strateghi da scrivania, ogni qualvolta al prezzo di una giovane vita possono insignire di una medaglia una bandiera che loro stessi disonorano quando vengono coinvolti in scandali più o meno gravi.

Si tratta di un mondo blindato – quello delle Forze Armate – che risulta impenetrabile a qualsiasi inchiesta esterna, anche solo giornalistica, nel quale le responsabilità delle catene di comando porta i vertici a coprire anche i sottoposti.

E se proprio non si può fare a meno, se nasce un’indagine esterna che porta a condanne pesanti per atti di nonnismo, violenze sessuali o altro, a pagare il conto sarà sempre il gradino più basso di una scala gerarchica, nella quale, più che le battaglie combattute sul campo, contano i “meriti da nepotismo”.

Sarebbe infatti sufficiente un’inchiesta seria, anche di tipo giornalistico, per verificare quali e quante siano le famiglie di “nobili tradizioni militari”.

Nonni, figli e nipoti, il cui grado sembra quasi tramandato per discendenza.

Ma dinanzi qualsiasi tentativo di indagare questo mondo, quando non si ricorre ad un assoluto mutismo che rasenta l’ineducazione e l’inciviltà di chi riveste un ruolo istituzionale, la risposta “cortese” è il netto rifiuto a rilasciare dichiarazioni.

Con buona pace di chi ancora crede nell’onore e nel senso dovere, a tal punto da immolare la propria vita all’altare della Patria. Un altare dietro la cui ombra c’è chi gareggia a far affari…

Gjm

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