Zwena – La storia che avrei preferito non dover scrivere

sinaiZwena aveva gambe lunghe e sottili. Poco più di vent’anni. Zwena era bella, prima. Zwena con i denti rotti, con le cicatrici causate dalla plastica fusa lasciata gocciolare sul suo corpo, era ancora bella. Era viva. Zwena violentata, torturata, mantenuta in vita con quel po’ di  cibo sufficiente affinchè respirasse ancora, continuava ad essere bella.

Di Zwena avevo già scritto quando narrai la storia di questa bella e giovane eritrea fatta prigioniera nel Sinai dai Beduini del deserto che, per liberarla, avevano chiesto un riscatto alla famiglia. Avevo scritto delle violenze sessuali subite e di come al fratello venissero fatte sentire al telefono le urla della ragazza affinchè cedesse al ricatto.

Zwena, un nome di fantasia per  evitare che pubblicando quello vero chi la teneva in ostaggio potesse decidere di ucciderla. Ma il nome, quello vero, lo conoscono in tanti. Questa è la storia che non avrei mai voluto scrivere. Di Zwena che non è stata uccisa dai beduini, ma forse a causa di chi dopo aver lasciato sperare in un lieto epilogo, ha ammesso la propria  incapacità o ha preferito non rispondere più ai messaggi e alle telefonate con le quali si chiedeva quell’intervento che era stato garantito.

Non pubblico il vero nome di Zwena perché si dice che la speranza sia l’ultima a morire. Di lei non scriverò più. Ma voglio raccontare la sua storia perché non venga dimenticata. Perché in futuro ci vengano risparmiate inutili passerelle; perché un’altra Zwena possa incontrare lungo  il proprio calvario persone ed organizzazioni che agiscano in maniera diversa da quelle che abbiamo incontrato in questa circostanza.

 

Zwena fugge dall’Eritrea

 

14 gennaio 2013 – Una fuga dall’inferno eritreo per finire in un inferno ancora peggiore. L’inferno dei beduini del Sinai che il 29 gennaio la rapiscono per chiedere ai familiari un riscatto di decine di migliaia di dollari. Una storia assai comune se si pensa che 1.000 eritrei ogni mese attraversano il confine con l’Egitto e in quattro anni si stima che ben 4.000 sarebbero morti a seguito delle sevizie subite dai beduini dediti al traffico di clandestini e al sequestro di persona. Secondo l’ UNHCR, negli ultimi due anni, dai campi del Sudan orientale almeno 619 persone sarebbero scomparse. Alcune rapite, altre convinte di aver pagato i trafficanti per portarle al sicuro oltre frontiera. In entrambi i casi la destinazione era la stessa: il Sinai. Sequestrate, oggetto di estorsione, vittime di tratta, sfruttamento sessuale o lavoro forzato. Sequestrate e rivendute ad altri trafficanti, i quali a loro volta, una dopo aver incassato un primo riscatto, le rivendono nuovamente. Zwena era una di loro. Del resto cosa cambia se era la numero 7.100 o la 7.101? Un numero che  serve solo per fare statistica. Aveva un bel sorriso? Era giovane? Era intelligente? Adesso è solo un numero.

 

kidnapped-EritreansMaggio 2013 – Chi mi scrive lo fa dall’Europa. E’ una persona eccezionale  che s’interessa dei problemi dei migranti: “Devo chiederti un grande favore personale. Sto cercando una giovane donna di 21 anni, che ha lasciato l’Eritrea il 14 gennaio 2013 ed è stata rapita il 29 gennaio nel deserto del Sinai . I rapitori hanno chiesto USD 33.000. La famiglia ha pagato , ma la giovane donna è stata venduta e il nuovo rapitore chiede 15.000 USD in più . Una donna rapita nello stesso  periodo è stata rilasciata. Ma non lei. Puoi contattare la famiglia ( segue numero telefonico). Il compratore continua a chiamare la famiglia in Eritrea per sapere se pagano. Chiamano il fratello. I familiari hanno sentito Zwena al telefono e sono sicuri che sia lei, perché il fratello ha riconosciuto la voce. Al nuovo sequestratore non è stato pagato nulla.”

Il messaggio è un pugno allo stomaco. La storia di una ragazza nelle mani di un branco di banditi senza scrupoli che, nella migliore delle ipotesi, ne faranno oggetto di “svago sessuale” per poi liberarla a seguito del pagamento di un riscatto. Ma neppure questo è un dato di certezza visto che potrebbe essere rivenduta ancora una volta ad un’altra banda di predoni del deserto.

 

Il fallito tentativo di liberare Zwena

 

Intorno la fine di maggio, grazie ai numeri telefonici utilizzati dai banditi, in Egitto viene individuato il campo nel quale dovrebbe trovarsi Zwena. Un luogo non molto distante dal campo rifugiati di Shagarab. Un primo tentativo di liberare la giovane fallisce poiché la stessa non si trova nel luogo dove viene individuato il telefono satellitare in uso alla banda di predoni. Vengono però liberati sei militari egiziani che proprio in quei giorni erano stati sequestrati dai beduini. L’allora presidente egiziano, Morsi, ignaro di come fossero andate le cose, si gioca la  carta di prendersi il merito della liberazione degli ostaggi. Purtroppo per lui, incappa in tante di quelle contraddizioni da rendere ridicola ogni sua dichiarazione in merito alla vicenda.

 

Don Mosé Zerai

 

Il 30 maggio, non sapendo più come aiutare chi mi aveva scritto di Zwena ed avendo letto di Don Mosé Zerai, il prete eritreo noto per essere più volte intervenuto in soccorso di altri profughi eritrei, sottopongo tramite e_mail il caso di Zwena all’Agenzia Habeshia dando tutte le informazioni utili in mio possesso. Certamente Don Zerai s’interesserà di Zwena. E’ giovane, troppo giovane e bella per morire. Ed è anche eritrea. Eritrea come Don Zerai.

 

A volte, nonostante la barba cominci ad essere più bianca che scura e nonostante i tanti capelli persi, non voglio rendermi conto di come il mondo non vada guardato con l’ingenuità dei bambini. Don Mosé Zerai, forse troppo preso da impegni che danno maggiore risalto mediatico di quanto non ne dia una ragazzetta eritrea nelle mani di un branco di farabutti, non trova neppure il tempo per rispondere alla e_mail inviatagli.

 

La Caritas di Agrigento

 

img (2)I predoni, avendo intuito come fosse stato l’utilizzo del telefono a mettere sulle loro tracce chi aveva tentato il blitz, cambiano continuamente apparecchio e numero telefonico, rendendo sempre più difficile la localizzazione del campo da parte di chi in Egitto avrebbe potuto e voluto liberare Zwena.

Mentre c’è chi contatta la Croce Rossa Svizzera, mi rivolgo alla Caritas di Agrigento. Del resto l’Arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, è Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI e Presidente di Migrantes. Se Zerai non ha risposto, sicuramente la Caritas di Agrigento non lascerà cadere nel vuoto la mia richiesta di aiuto. E questa volta, fin qui, non mi ero sbagliato. Alla Caritas, oltre le notizie in mio possesso su Zwena e sulla sua famiglia, passo anche i numeri telefonici utilizzati di volta in volta dai rapitori e la notizia di una ragazza, originaria di Emba-Derho (il cui fratello aveva pagato qualcosa come 40’000 USD per liberarla) tenuta prigioniera insieme  a Zwena. Era morta a seguito delle sevizie subite. Una notizia utile alla famiglia che  avrebbe smesso così di pagare ulteriori riscatti per una ragazza che dal Sinai non sarebbe mai più tornata. Di lei, da qualche parte nel deserto, non è rimasto che un corpo sepolto nella sabbia.
21 giugno – Risposta dalla Caritas Agrigento:

 

Buon pomeriggio, questo è il testo della email inviatami dall’Ass. Amera, in Egitto.

Le notizie non sono buone, come potrà notare, ma non tutte le carte sono state giocate.

Mi sono già rimesso in contatto con Caritas Italiana per cercare ulteriori strade.
“Caro (omissis),

E’ un piacere fare la sua conoscenza anche se purtroppo accade in queste terribili circostanze.

 

Ho letto la mail allegata e da quanto ho capito Zwena e’ stata trafficata dal Sudan (Shegerab camp)  fino al Sinai dove adesso e’ stato richiesto – per la seconda volta – il pagamento di un riscatto per poterla liberare.

Purtroppo e’ una situazione estremamente difficile. L’organizzazione per la quale io lavoro, AMERA ( Africa and Middle East Refugee Assistance) non puo’ intervenire quando la persona si trova nelle mani dei trafficanti perche’, per ovvie ragioni,  non possiamo contattare i trafficanti, ne’ pagare il riscatto o favorire il pagamento: questo ci renderebbe automaticamente collaboratori/complici e avrebbe conseguenze sul piano giudiziario.

Se Zwena riuscisse ad essere liberata al Cairo, noi potremmo immediatamente inserirla nel programma di assistenza creato da diverse organizzazioni (incluso IOM, CARITAS, UNHCR) per rispondere ai bisogni delle vittime di traffico. Nella maggior parte dei casi gli Eritrei vittime di traffico risultano essere anche richiedenti d’asilo bisognosi della protezione internazionale contro il rimpatrio verso paese di origine (da quanto si evince dalle informazioni contenute nei messaggi/email pare essere il caso di Zwena). Si procederebbe quindi alla sua registrazione come richidente d’asilo presso l’alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati (UNHCR) e automaticamente Zwena  accederebbe all’assistenza medica (se necessario potrebbe essere accolta in un centro di accoglienza per vittime di traffico gestito da IOM) e riceverebbe un piccolo supporto finanziario da parte di IOM per un periodo di sei mesi (in realta il supporto e’ insufficiente – sono circa 300 EP al mese, corrispondente a circa 32  euro al mese).

La nostra organizzazione, a quel punto puo’ intervenire fornendo assistenza legale (preparazione del suo caso come richiedente d’asilo) e assistenza psicosociale (gratuito).

Per quanto riguarda la reinstallazione in (omissis) attraverso il ricongiungimento familiare direi che la famiglia dovrebbe rivolgersi ad una organizzazione che offre assistenza legale e vedere se il caso di Zwena puo’ rientrare nella categoria dei casi umanitari. La legislazione (omissis) e’ stata recentemente modificata e, mentre nel passato era possibile attivare il ricongiungimento familiare per fratelli e sorelle, mi pare di capire che l’ufficio delle migrazioni abbia posto delle restrizioni sulla domanda d’asilo/ricongiungimento familiare di fratelli e sorelle. In aggiunta, la nuova legge pare non riconoscere la persecuzione attuata dal governo eritreo per i disertori militari come legittima e oggettiva paura di persecuzione. Insomma il quadro non e’ dei piu’ semplici, ma se Zwena riuscisse ad arrivare in Egitto, potrei tentare di mettere in contatto con una organizzazione di assistenza legale per una valutazione del caso a (omissis).

 

Sono dell’opinione che i trafficanti non debbano sapere che Zwena ha dei familiari in (omissis) perche’ questo li spingerebbe a chiedere molti piu’ soldi. Non sono nella posizione di consigliare alla famiglia di pagare e allo stesso tempo capisco che il desiderio della famiglia sia quello di salvarle la vita e risparmiarle ulteriori torture e sofferenze.
Nel caso in cui la famiglia decidesse di pagare gli ulteriori 15.000$ dovrebbero cercare di convincere i trafficanti a rilasciare la ragazza al Cairo oppure presso l’abitazione – nel Sinai – dello Sheikh (omissis) che e’ un beduino impegnato da tempo nella lotta al traffico di esseri umani nella zona del Sinai che presta aiuto a color che riescono ad essere liberati. Lui non puo’/non riesce a liberare le vittime ma una volta liberate lui provvede alla prima assistenza medica e umanitaria. Lui potrebbe anche cercare di farla arrivare al Cairo. Non le nascondo che il trasferimento di Zwena al Cairo (via lo Sheikh ma anche con i trafficanti) presenta dei rischi perche la polizia egiziana potrebbe intercettarla e arrestarla come immigrante illegale e trasferirla in una stazione di polizia da cui sarebbe praticamente impossibile tirarla fuori a meno che lei non partisse in Etiopia ( e’ il caso della maggior parte degli Eritrei richiedenti d’asilo e vittime di traffico arrestati dalle autorita’ egiziane) dove sarebbe indirizzata in un campo di rifugiati.

La saluto cordialmente,

C.”

 

22 giugno Caritas Agrigento:

 

“Don Zerai mi ha risposto, dicendomi che ha provveduto a informare gli operatori sul posto. Non ha nascosto le sue perplessità in merito alla riuscita dell’operazione, ma ci proverà.”

 

Le notizie non erano certo delle migliori. Fin quando Zwena sarebbe stata prigioniera dei suoi rapitori non si sarebbe potuto far nulla. Ma se l’avessero liberata, o fosse riuscita a fuggire, le associazioni e le organizzazioni umanitarie sarebbero intervenute. Un filo di speranza rimaneva. Zwena intanto continuava ad essere stuprata e torturata da parte dei suoi rapitori. E suo fratello, ancora una volta, ascoltava al telefono i pianti e le urla della ragazza. Come non impazzire a sentire le urla di Zwena? Quanto potrà vivere Zwena in quelle condizioni? Molto di  più di quanto non avremmo immaginato.

 

La liberazione e l’arresto

 

Ottobre. Zwena è libera. Zwena ha gambe lunghe e sottili. È segnata da cicatrici. Zwena ha poco più di vent’anni ma è come ne avesse più di cento. Zwena ha i denti rotti e le cicatrici nell’anima. Ma Zwena è bella. Zwena è viva! E questo è quello che conta. La sua faccia non pressa più sul ruvido tessuto sporco di sabbia. Non sente più lo schiaffo né il dolore del pugno. Quell’uomo, quella  belva che la prendeva mentre le  tirava i capelli per far sentire a suo  fratello le sue  urla, è solo  un ricordo che tornerà come incubo nelle notti più brutte.  Zwena vedrà presto suo fratello. Non lo sentirà più piangere disperato al telefono. E se anche  il suo viso, i suoi denti rotti, le sue  cicatrici, parleranno di quello che ha  vissuto in questi lunghi mesi, lei sarà sempre la sorella più bella del mondo. Basterà non guardare le cicatrici. Quelle che fa la plastica fusa quando cade come gocce d’acqua. Quell’acqua che brucia. Basterà non guardare la sua bocca quando sorride. Basterà non guardare dentro  i suoi occhi dove si leggono le cicatrici più intime.

“Le autorità egiziane hanno il dovere di proteggere ogni individuo sul loro suolo, e devono urgentemente adottare misure per liberare tutte le persone tenute prigioniere e sottoposte ad abusi spaventosi nel Sinai e fornire loro immediata attenzione medica e l’accesso alle procedure a sostegno per l’asilo,” aveva detto Claire Beston, ricercatrice Eritrea di Amnesty International.

Ma Zwena in Egitto è clandestina.  Ed è così che nel mese di ottobre veniamo a sapere che è stata fermata.  Libera dai predoni del Sinai ma non dalla polizia egiziana. Ma al mondo, per fortuna, c’è anche chi possiede un cuore. Un cuore che batte dentro una divisa. È sufficiente che qualcuno che ne abbia titolo s’interessi del suo inserimento nel programma di assistenza e proceda alla sua registrazione come richiedente asilo presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Un poliziotto ci aiuta. Abbiamo il suo numero di telefono e l’indirizzo della stazione di polizia dove si trova Zwena. Possiamo contattare nuovamente la Caritas. Non era forse quello che ci chiedevano? E_mail e telefonate non ricevono più nessuna risposta. Sembrano essersi tutti volatilizzati. Indirettamente, e solo dietro pressanti richieste, ci fanno sapere di aver informato l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Null’altro.

Nessuno telefona al poliziotto. Nessuno si reca alla stazione di polizia. Nessun contatto con chi voleva e poteva aiutare Zwena. Passano i giorni senza che in Egitto le tanto decantate associazioni e organizzazioni umanitarie si attivino. A Zwena vengono prese le impronte digitali. Alla stazione di polizia, dove hanno atteso invano che qualcuno ne richiedesse lo status di rifugiato, per Zwena non possono più far nulla. Verrà espatriata. Destinazione Eritrea. L’Eritrea, il paese dal quale era fuggita e nel quale tornando finirà in quell’inferno di carcere dopo il quale troverà la morte. Forse avevano ragione quanti mi dicevano di sperare per lei che fosse morta subito. Che fosse morta in quei primi mesi di prigionia nel Sinai. Di Zwena non ho più notizie. In compenso ho visto funerali senza  morti. Senza familiari delle vittime. La solita passerella di chi vuol apparire. Le stesse passerelle dei convegni nei quali si parla dei “poveri migranti”, dei “poveri profughi”. Salvo poi lasciarli morire senza neppure aver trovato il coraggio di dare una risposta a chi chiedeva soltanto che per Zwena si facesse quello  che tutti avevano promesso.

 

Lampedusa

 

lampedusa immigrati (1)È notizia di ieri che l’arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, in merito alle agghiaccianti immagini diffuse dalla televisione nazionale il 16 dicembre scorso sul Centro di prima accoglienza di Lampedusa, ha espresso sentimenti di profonda indignazione per il trattamento a cui sono sottoposti i migranti e chiesto che venga fatta chiarezza su quello che i telespettatori hanno potuto vedere e che venga percorsa ogni strada per affermare la verità dei fatti.

Senza voler rimproverare nulla a Mons. Montenegro, al quale certamente sarà sfuggita la notizia, voglio soltanto far notare come già nel mese di ottobre avevamo documentato con immagini inedite le condizioni di vita dei migranti nel centro di Lampedusa.

Qualche giorno dopo, a descrivere le condizioni di vita all’interno del centro di accoglienza, con un articolo pubblicato da “L’Espresso”, era stato il giornalista Fabrizio Gatti.

Servivano altri due mesi prima che ci si rendesse conto di come vivono i migranti in quel centro?

Conosco l’Arcivescovo e do per scontato il fatto che lui non ne fosse informato. Ma le associazioni ed organizzazioni vicine alla Chiesa e che godono di elargizioni pubbliche e di privati, cosa fanno?

Come nel caso di Zwena soltanto belle parole, convegni e passerelle? E dallo stesso Vaticano, tanto pronto a chiedere una rettifica in merito ad un banalissimo comunicato stampa da noi pubblicato, nessuno si è accorto, non dico del nostro articolo, ma neppure di quello di Gatti su “L’Espresso”?

Queste sono le storie che non vorrei mai scrivere. Il naufragio di Lampedusa trasformato in passerella. La storia di Zwena, inutili promesse buone solo per far convegni. I funerali alle vittime di Lampedusa, in assenza dei morti, dei familiari, dei disgraziati compagni di viaggio. Solo inutili passerelle.

Chissà cosa ne pensa Zwena. Chissà, sempre che sia viva e possa ancora pensare, cosa avrebbe da dire a tutti coloro i quali dall’alto delle proprie poltrone, dopo aver  garantito un intervento, hanno fatto orecchie da mercante agli appelli successivi alla liberazione della ragazza.

Orecchie da mercante… Mi ricorda tanto una storia ascoltata da bambinetto quando mi si narrava di qualcuno vissuto duemila anni  fa che cacciava i mercanti  dal tempio. Un ricordo sbiadito dal tempo e dalle disillusioni.

A tutti costoro, a nome mio, di Zwena e delle tante Zwena che pagheranno con il dolore e la vita indolenza ed inettitudine, posso solo dire: Buon Natale!

Gian J. Morici

 

 

(Quanto riportato nell’articolo in merito alla Caritas e a Don Zerai è documentato dallo scambio di e_mail che conserviamo)

 

 

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One Response to Zwena – La storia che avrei preferito non dover scrivere

  1. Daniele Bacciarini

    Ringrazio gli autori di questo articolo; serve se ancora c’era bisogno, ad aprire gli occhi a questo mondo di egoisti ed indifferenti; la maggior parte di queste associazioni caritatevoli chiedono soldi “in passerella” solo per mantenere i fasti delle gerarchie e burocrati.
    Il mondo è pieno di disperati in cerca un aiuto quando la loro unica speranza è attendere una morte veloce e possibilmente più indolore possibile.
    Aiutiamo solo chi da la garanzia che quanto possiamo dare sia veramente destinato a questi diseredati.
    Una goccia in questo mare di sofferenze.

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