Sigonella base del Marine Air-Ground Task Force?

Dopo i fatti accaduti nella notte in cui a Bengasi (Libia) persero la vita l’ambasciatore americano Christopher Stevens e altre tre persone (fatti per i quali sono stati chiamati a dare spiegazioni dinanzi al Congresso l’ex Segretario alla Difesa Leon Panetta e il generale dell’esercito Martin Dempsey), quando la squadra operazioni speciali atterrò alla Naval Air Station di Sigonella in Sicilia, ma nessun militare statunitense raggiunse il territorio libico se non dopo  che l’attacco era finito e gli americani erano stati portati fuori dal paese, l’US Marine Corps ha annunciato di essere sul punto di creare un nuovo gruppo con il compito di dare risposte immediate in Nord Africa e in Europa orientale nel caso si presentasse la necessità di dover far fronte ad eventuali crisi.

 

La nuova squadra dovrebbe garantire risposte rapide ad eventuali minacce che dovessero presentarsi nella regione, compreso possibili attacchi alle ambasciate americane.

 

Una task force composta da circa 1.000 marines, dotata di mezzi aerei – tra cui una mezza dozzina di Ospreys, un aereo in grado di decollare in verticale come un elicottero e di raggiungere un’alta velocità in volo da crociera -, oltre a mezzi terrestri ed armamento ultramoderno.

 

Il gruppo, che sarà conosciuto come “Marine Air-Ground Task Force”, avrà sede a Camp Lejeune in North Carolina e si avvarrà di basi strategiche in Europa. Base europea d’intervento per le missioni, sarà probabilmente la Naval Air Station di Sigonella in Sicilia.

 

L’iniziativa viene annunciata subito dopo che al Congresso i repubblicani hanno chiesto per quale ​​motivo la missione diplomatica in Libia non era meglio protetta la notte dell’attacco a Bengasi, e mentre la Casa Bianca si rifiuta di condividere con il Congresso i pareri legali che giustificano omicidi mirati.

 

Piuttosto che accettare le richieste dei senatori Democratici per l’accesso completo alle note legali classificate (secretate) sul programma degli omicidi mirati, i funzionari dell’amministrazione Obama stanno negoziando con i repubblicani per fornire ulteriori informazioni sull’attacco letale dell’11 settembre a Bengasi.

 

Quella degli “omicidi mirati” è la spina nel fianco dell’amministrazione Obama che  (lungi dal prendere le distanze dall’ “extraordinary rendition”, autorizzata dall’amministrazione del presidente americano George W. Bush, che in Italia ha portato alla condanna dell’ex capo del SISMI Niccolò Pollari per i fatti relativi al sequestro dell’imam estremista Abu Omar , della moschea di Milano) sembra orientata ad intensificare attacchi letali con i droni.

 

Mentre il presidente americano dichiara di rendersi conto che non può essere presa per buona solo la sua parola sul fatto che l’operato della CIA sia corretto, impegnandosi con il Congresso per garantire il targeting, la detenzione e il perseguimento dei terroristi in maniera coerente con le leggi americane e affinchè gli sforzi per una maggiore trasparenza siano sotto gli occhi dei cittadini statunitensi e di tutto il mondo, si lotta per stabilire chi andrà a dirigere la CIA.

 

Favorito sembrerebbe essere Brennan, il quale nonostante in passato fosse stato giudicato in maniera scettica da alcuni difensori dei diritti umani, con la nomina di consigliere dell’antiterrorismo di Obama, è diventato il funzionario americano più strettamente associato al programma drone, che, per la sua selettività nel portare a termine gli omicidi, viene visto anche come obiettivo di difesa dei diritti umani.

 

A tal proposito, va evidenziato come proprio l’omicidio mirato di presunti terroristi potrebbe essere il prossimo scandalo che vedrebbe coinvolti governi e servizi segreti europei (come quello inglese del quale abbiamo già scritto) accusati dell’omicidio di innocenti a seguito di attacchi a mezzo drone.

 

Altro punto cruciale, sul quale il governo non sembra intenda rispondere dinanzi al Congresso, è quello inerente l’autorità del presidente a uccidere o far uccidere cittadini americani considerati una minaccia per gli Stati Uniti.

 

Un mandato firmato in bianco che rischierebbe di far venir meno i principi democratici e costituzionali di quello che doveva rappresentare un baluardo di “Justice and Liberty for All”.

 

Gian J. Morici

 

 

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