Algeria: una strage annunciata

L’Algeria l’aveva detto. Benché il Presidente francese Hollande abbia avuto dalla sua parte la quasi unanimità di politici e media anche internazionali, la presa d’ostaggi nella sede della BP era stata quasi predetta. Bastava seguire i media algerini che avevano ipotizzato che l’intervento francese in Mali avrebbe potuto produrre un’esacerbazione del jihadismo. Del resto è una guerra contro il terrorismo. Nonostante le riduzioni di effettivi, l’esercito francese è in grado di condurre operazioni in Africa in ambiente desertico e semi desertico. Uomini e materiali sono adeguati per questo teatro di guerra ma il nemico non è un nemico comune.

 

L’Aqmi, o Al Qaeda Maghreb è una nebulosa. Se la sua forza di tiro non è quella delle forze islamiste, la sua capacità di seminare terrore è da tempo denunciata dal Mali e dai paesi del Sahel. Senza contare i Tuareg alleatisi per l’occasione con questi terroristi del deserto. E poiché l’Aqmi non basta, in Mali, a Gao, c’è il quartier generale del Mujao (Movimento per l’unità e la Jihad nell’Africa Occidentale), il cui portavoce, Oumar Ould Hamaha, ha già lanciato anatemi parlando ai colleghi di BFMTV: “François Hollande ha aperto una porta dell’inferno per tutti i francesi! “. Prima reticente, l’Algeria ha aperto i corridoi aerei alle forze armate francesi.

 

Dalla Francia al Mondo

 

La presa d’ostaggi in Algeria, al confine con la Libia, nel sito di produzione di gas d’In Amenas è opera del 7° commando della Katiba (unità combattente), detta dei “firmatari con il sangue”  ossia della brigata dell’algerino Mokhtar Belmokhtar, detto “l’Orbo”, un capo storico di Al-Qaeda nel Maghreb islamico, recentemente destituito ed ex membro del GSPC (Gruppo Salafita per la Predicazione ed il Combattimento in Algeria).

Da mercoledì 18 la Francia trasmette in looping tutte le informazioni possibili alternate da congetture di ogni tipo.

Ma chi han voluto colpire? Quasi sicuramente si tratta di una risposta all’intervento in Mali. Di una risposta alla collaborazione dell’Algeria che ha aperto ai caccia francesi il corridoio aereo. Ma c’è di più, il sito della BP preso d’attacco non è francese ma conta dipendenti di ogni nazionalità. Praticamente Mokhtar Belmokhtar si è “regalato” una mediatizzazione internazionale.  In Mali la situazione è più chiara, gli esperti militari lo sanno : quando i combattenti irregolari abbandonano la guerriglia per lanciarsi in azioni militari classiche, allo scoperto, sono una facile mira. Ma il bagno di sangue nel sito della BP con la morte di almeno 30 ostaggi, più una quindicina di assalitori, quanto si capisce fin qui, perché ogni giorni i numeri cambiano e le informazioni sono incerte, è un attacco suicida. E’ chiaro che quel che ha stupito molti, ossia il rifiuto di negoziazione da parte dell’Algeria, non può aver sorpreso Belmokhtar. L’Algeria non tratta coi terroristi, è la sua politica. Improvvisamente si è parlato di 600 ostaggi il che ha creato un po’ di confusione. In realtà il sito BP comprende il campo abitativo, attaccato per primo e lo stabilimento di gas.

 

Gli ostaggi deceduti, alcuni ostaggi che sono riusciti a fuggire, altri che sono riusciti a nascondersi, sono occidentali. Come ha testimoniato un lavoratore del sito che ha preferito mantenere l’anonimato per ovvie ragioni, quando i terroristi sono entrati hanno detto: Cerchiamo solo gli espatriati, gli algerini possono andarsene”. Questo spiega il numero di 40 ostaggi di cui si parla da giorni.

Ma il sito è di dimensioni impressionanti, lungo 3 chilometri, da cui il numero di 600 persone. Anche questo spiega la confusione delle informazioni mentre l’intervento delle forze armate algerine continua. Il Giappone ha criticato pesantemente l’assalto delle truppe ma come altri paesi dimenticano quanto l’Algeria abbia sofferto del terrorismo per dieci anni negli anni ‘90. Già aprire il corridoio aereo è stata una concessione rara.

 

E il dopo Mali?

Dove porterà l’intervento in Mali contro il jihadismo non si può ancora prevedere. Inutile fare previsioni ottimistiche o pessimistiche. Certo è che sembra che le vocazioni terroristiche aumentino. Anche in Francia la jihad ha fatto i propri emuli. Impossibile non ricordare l’affare Mohammed Merah, il 23enne francese che tra l’11 ed il 19 marzo 2012 ha abbattuto sette persone : tre militari a Tolosa e Montauban, tre bambini ed un adulto nella scuola ebraica sempre di Tolosa. La fine di una deriva iniziata qualche anno prima con soggiorni in Afganistan e Pakistan per prepararsi alla jihad. I servizi francesi controllano sempre di più queste andate e ritorno verso paesi dove un “addestramento è possibile”.

 

Il paradosso Francese

La Francia si trova davanti ad un paradosso : continua ad essere alleata dell’Arabia Saudita e del Qatar, due Stati apertamente wahabiti che, dopo aver generato e sostenuto Ben Laden, appoggiano i gruppi salafiti nel mondo intero, compreso in certe banlieue francesi. Forse sarebbe necessaria una revisione della politica estera.

Ed infine, un pensiero per Sarkozy e la “sua” guerra in Libia. E’ vero che ha liberato il popolo libico dalla dittatura di Gheddafi ma il risultato è stato il caos in Libia ed in tutto il Sahel.

Questo non significa che non bisogna intervenire contro le dittature ma è indispensabile imparare a gestire il dopo crisi. Qualche mese in più sul posto per aiutare le popolazioni liberate a ritrovare una certa stabilità eviterebbe di lasciarle al loro destino a guardarsi in faccia con nuovi nemici.

 

Luisa Pace

 

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Luisa Pace, France Representative della European Journalist Network, membro del comitato dell’Association de la Presse Etrangère, giornalista free-lance molto apprezzata, scrive per diversi quotidiani e periodici svizzeri, italiani e francesi: La Regione Ticino, Focus In, La Révue Défense.

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