Amir (la Fortuna non si compra) – di Cinzia Craus

Quando arrivo come al solito la sala è gremita.

 

La sala.

Non è poi esattamente una sala, è poco più di una stanza.

Rispetto alla mia stanza è una sala.

Anche la mia stanza è gremita. Per farci stare in più persone possibili il padrone di casa ha tolto persino le brande. I materassi a terra sono più comodi, ha detto, e in parte è vero, le brande erano ridotte male, incavate dal peso, del tempo e dei corpi, e – per quanto formassero un’unica fila continua, da muro a muro di quei pochi squallidi quanto preziosi metri quadrati di suolo riservati al nostro sonno, per quanto fossero legate insieme, perché quei pochi centimetri d’avanzo tra le mura e le insolite dimensioni di questo giaciglio comunitario non ne consentissero l’allontanamento, seppure minimo – capitare tra due brande contigue significava non chiudere occhio tutta la notte, nonostante la stanchezza, la distruzione,  assoluta, totale, specie se sei tutto ossa, come me, come tanti, ed è più facile che spetti a te, stare in mezzo intendo, che sei gracile, non puoi reagire. I materassi invece non so come ha fatto sembrano fatti a misura. Per la stanza. Coprono ogni centimetro. In più ha avuto d’idea di farli cucire insieme e di ricoprirli con un unico telo che li compatta. Così ognuno prende posto dove e come vuole, come su un grande tappeto, doveva essere quella l’idea, dove trova spazio. Dovremmo stenderci delle lenzuola sopra, perché il telo si sporca e non si può togliere per lavarlo. Lo abbiamo anche fatto per qualche tempo, almeno alcuni di noi. Alla fine ci rinunci. Tanto che lo fai tu e non lo fa un altro non serve. In più alla fine i materassi dovevano puzzare di loro, che erano vecchi e riciclati, se erano nuovi non li avrebbe mai dati a noi, e comunque la verità è che puzziamo noi, che spesso quando rientriamo siamo così a pezzi che la forza di restare in piedi, pochi minuti, per una doccia, gelata ovviamente, che l’acqua calda la sera è sempre finita, non si sa bene da chi, visto che noi non ci siamo, non ce l’abbiamo quasi mai. Quando anche ce l’avessimo, a volte ce l’abbiamo, la mattina puzziamo di più di quando torniamo: è come se da queste mura trasudasse l’odore, il fiato, la memoria, il dolore anche, di tutti quelli che ci sono passati prima di noi, che ci hanno respirato contro saturandoli e ora siamo noi a respirarlo, a indossarlo quell’odore, e a lasciare il nostro a quelli che verranno. Aprire la piccola finestra il alto, quasi al soffitto, che dà sul marciapiede non serve a molto. La fitta zanzariera, che a stento riesce a proteggerci da blatte, topi ed altri animali che popolano la notte di questa città, è talmente invasa da ogni genere di pulviscoli e detriti che l’aria stessa si rifiuta di attraversarla. Il padrone dice che è meglio così, meglio non ripulirla, così non ci guardano dentro la casa, che la gente ha sempre cose da dire.

 

Il mese scorso Tahir ha trovato un aspirapolvere tra i rifiuti. Lui è un mago con queste macchine e lo ha riparato. Così quando qualcuno si ammala sul serio ed è costretto a restare a casa riesce a pulire anche il letto. Che puzza lo stesso ma almeno è pulito, almeno lo sembra.

 

Sembra che io mi stia lamentando. Neanche a casa, nel mio paese, stessi meglio di così. Non stavo meglio, anzi. Forse stavo anche peggio. Almeno qui a dormire insieme, a dormirci addosso, siamo solo esseri umani. Quasi tutti almeno. Anche se voi ci trattate come bestie. No, certo, non tutti. E non a tutti anche. Io per esempio sono un fortunato. Non ho mai lavorato nei campi, anche se a volte mi chiedo se non sarebbe stato meglio, stare in campagna intendo, o comunque in un centro più piccolo, vedere del verde ogni tanto, piuttosto che solo cemento. Ci hanno portati in città perché serviva manodopera nell’edilizia, ci hanno detto. Alcuni di noi infatti lavorano nei cantieri, sulle strade spesso, quelle di periferia, fuori mano, dove non c’è tanto controllo. Altri lavorano per le strade. La mattina all’alba ci passano a prendere, non solo a noi, siamo in tanti. Ci smistano sul posto, a seconda delle necessità. Ci caricano su camion, furgoni, improbabili automobili e ci istruiscono per la giornata. Per strada è l’attività più frequente. Anche la più ambita se devo esser sincero. Per strada significa ai semafori. Dove se hai un po’ di fantasia la giornata ti passa, la rabbia anche, quella che alcuni ti vomitano addosso. Colpa di quelli che lavano i vetri, dice qualcuno, che danno fastidio. Noi non laviamo i vetri, neanche i fari. Noi siamo “commercianti”. Iniziamo con i fazzoletti di carta. Quella fase è penosa. Per noi e per chi ci sopporta alla guida. I nostri giochi per scrollarci di dosso le ore che interminabili non passano mai rallentano il traffico. E voi avete sempre fretta. I più bravi passano presto ad altro. Le strade più grandi e trafficate, le arterie di collegamento, con i semafori lenti, dove hai il tempo di mostrare la merce, che è quindi più varia, di contrattare, di sorridere e farti sorridere, da una bella ragazza magari, poco importa se non compra niente, se il padrone di turno si incazza, ti ha lasciato un sorriso, o una sigaretta – chi te la lascia nei campi o in cantiere?- che odora di buono, odora di donna, odora di lei.

 

Ho lavorato per strada, non era male. Non mi facevano male neanche le urla del capo di turno quando la giornata era stata fiacca, avrebbe urlato comunque. Non mi faceva male neanche che i soldi che ci lasciava tenerne da parte le briciole era quasi impossibile, impossibile quanto importante, necessario.

Ho lavorato in cantiere. Anche lì non era male. Sì la fatica, va bene, ma il lavoro è lavoro. Per noi di più, ma va bene anche questo. Anche il rischio va bene. E a casa riuscivo a mandare qualcosa di più. E di più di quelli che vanno nei campi. Che incontrano solo altri che vanno nei campi e niente altro.

 

Poi mi sono fatto male.

 

Sono caduto e mi sono tirato dietro la carrucola con la pedana carica di materiali di risulta. Ci sono rimasto sotto un bel po’ prima che si decidessero a liberarmi, mentre pensavano come fare, mentre avvisavano il capo.

Non mi sono fatto molto male. Una gamba rotta non è poi un gran danno, si mette a posto. Il problema era che con la gamba rotta non potevo lavorare. Né in cantiere né per strada. Ci vogliono le mani libere per strada e io dovevo reggermi le stampelle. Ci vogliono anche le gambe libere per strada, a volte devi scappare, spesso, anche se spesso è solo una finta. Non potevo neanche pulire la casa che forse gli altri in cambio mi avrebbero anche aiutato, finché guarivo. Ma l’affitto dovevo pagarlo, il cibo pure, passi che per due mesi non avrei risparmiato nulla, ma dovevo pagare. Così il padrone di casa ha avuto un’idea geniale. Che poi ho scoperto che tanto geniale non è visto che come me ce ne sono tanti, di ogni sesso, razza, colore, età, provenienza. E menzogna anche. Spesso è anche menzogna. E a me non lo era, era bisogno, ma neanche ci faccio più caso. Insomma mi ha messo per strada, qui però, immobile, sulle mie stampelle, dove mi trovate ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera – da quanto? Due mesi? Qui da due mesi. Tra poco dovrò cambiar posto, ammesso che voi mi riconosciate, il padrone dice di sì, che succede, che io parlo troppo, do’ troppa confidenza, alle ragazze soprattutto, che poi non è vero, gli ho detto, che non mi interessano, che io una donna ce l’ho, che mi aspetta, perciò sono qui, per lei, soprattutto. Però mi dispiace cambiare posto, dopo un poco mi abituo. Mi affeziono, anche a quello che non capisco.

Non esiste una gamba ingessata per più di due mesi, mi ha detto, perciò ti cambio di posto.

Mi cambia anche il gesso ogni tanto. Me lo fa stesso lui, artigianale, dice. A volte mi fa male e deve rifarlo dopo pochi giorni e diventa una furia che dice che è colpa mia, che non sto mai fermo.

Ma in genere non mi tratta male.

Quando deve rifarmi il gesso mi fa entrare a casa sua, ci mettiamo sul balcone, per non sporcare, a volte mi dà anche qualcosa da bere, per rilassarmi e rimettermi in forze, dice. Da mangiare no però, dice che magro vado meglio, che mi stancherei di più a stare in piedi. Che io non ingrasso che sono stato sempre così non serve dirglielo e comunque con questo lavoro guadagno abbastanza per mangiare da me. Abbastanza per mangiare, per pagarmi l’affitto, per mandare a casa ogni tanto qualcosa, e per fare contento il padrone di casa, che ora è il mio padrone di turno. Un turno lungo perché non guarisco, non torno al lavoro con gli altri, lui preferisce così e lo preferisco anche io. Perciò sono fortunato. Questo è un buon lavoro, e la vergogna, è vero, ti passa.

Ci sono vergogne più grandi che spaccarsi la schiena ogni giorno per realizzare i tuoi sogni dalle otto del mattino alle otto di sera per strada, in piedi, su un marciapiedi. La menzogna conta poco, è più lui, il padrone, ad averne bisogno, voi non ci fate neanche caso. Siete troppo presi.

 

Io vi guardo.

 

Sono mesi ormai che vi guardo.

I posti che sceglie il padrone sono tutti uguali.

Questo mi piace di più perché c’è vicino un supermercato e a volte succede che qualche bambino strattona la mamma per darmi almeno uno caramella. I bambini sono così.

C’è anche un bar, ci sono ragazze simpatiche che fumano fuori, che mi lasciano la sigaretta, una volta una di loro mi ha lasciato persino il caffè.

 

Vi guardo.

 

Vi guardo lì dentro, la sala gremita, ogni giorno, ogni ora. La fila al bancone è più lunga che quella alle casse del supermercato. La crisi dice la televisione. Eppure siete tantissimi in fila. In quella fila. Scorrete lenti. Gli occhi in alto, fissi ad un televisore fissato sopra la porta.

 

La signora che ha il turno adesso viene tutte le mattine.

Avrà sessant’anni credo, non ho ancora imparato a darvi un’età, i segni del tempo su di voi sono molto diversi.

Compra il latte al supermercato, qualche volta del pane e della verdura.

Ha gli abiti lisi, come i miei.

 

Molti di voi in fila li hanno così.

Non tutti. Alcuni sono vestiti bene, come per una festa, guardano l’orologio nervosi, ma sono quelli che capitano per caso, tranne qualcuno, che viene qui la mattina prima di andare al lavoro o la sera, prima di rientrare a casa. A volte fa tardi, magari a casa fa storie poi, inventa una bugia.

 

Dietro la signora qualcuno sbuffa, dà di nervi, sta lì troppo tempo, a far chiacchiere, non ha rispetto per gli altri, per il tempo degli altri.

 

Vi guardo.

 

E guardo le vostre mani nervose scrivere, cancellare, sfregare, le voci accaldate spiegare, commentare o chiedere lumi talvolta, persino consiglio; gli occhi smaniosi, delusi, sempre, quasi sempre delusi.

Vi guardo e guardo quel commercio iniquo sotto quel vetro che sovrasta il bancone. Banconote. Fiumi di banconote ogni giorno in cambio di stupidi pezzi di carta che buttate sprezzanti appena fuori da lì. Fiumi di banconote colorate cui affidate i colori dei vostri sogni.

 

Ogni tanto qualcuno sgomita per farsi spazio e oltrepassare lo spazio angusto delle vostre illusioni per comprarne altre, più avanti, insieme alle sigarette, alle cicche, a una penna, solo qualcuno entra soltanto per quello.

 

Qui fuori mi tocca il resto che non basta per un altro viaggio. Raramente uno spicchio di una magra vittoria -  a mo’ di ex voto, propiziatorio per una occasione migliore – quando non c’è tempo di reinvestirla sul posto.

E sono di nuovo io il fortunato.

Io che tanti di voi mi guardate pietosi. Io che tanti di voi mi guardate rabbiosi. Io che dormo, mangio, vivo, in una stanza che è un unico grande giaciglio per tanti, troppi di noi, che alla fine l’aria diventa viziata e non possiamo cambiarla e allora ci si attacca addosso e per voi siamo sporchi, anche quando siamo puliti.

Io che non ho nulla.

Con cui tentare di comprare la fortuna.

Per fortuna.

Io che cerco di costruirmela, piccola, piccolissima, chissà quando, lontano da qui.

E nel frattempo sorrido, anche a chi di voi non ha il tempo per farlo.

Gli occhi puntati ad un televisore cui tende la mano, come io la tendo a voi.

 

Mi chiamo Amir, lavoro al mio sogno.

Chiedo l’elemosina davanti ai tabaccai, alle ricevitorie.

Dove si vendono illusioni al prezzo dei sogni.

Costano tantissimo.

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