Giallo – di Cinzia Craus

Giallo.

Si è svegliata con questo colore addosso, sulla pelle. Affacciata sul balcone all’alba di un altro giorno di cielo terso, di colori vivi e decisi, che l’afa e l’umido della terra e dell’acqua sbiadiranno con l’avanzare delle ore, ha cercato di toglierselo di dosso, che non è il suo colore, non se lo sente, non se lo è mai sentito.

Ha aperto l’armadio a cercare conforto in un’onda greve di grigi, di neri, di terre, di sprazzi di verde sommesso. Sono questi i suoi colori.

 

Poi l’odore.

 

Dalla memoria.

 

Qui in città non ci sono ginestre.

 

“Devi aggrapparti lì, a quelle piante.”

 

Suo padre. E poi lei ai suoi fratelli, nelle scorribande di bambini, lungo scarpate assolate tra il blu del cielo e del mare.

Timidi fiori viola, bianchi, qualche rosso deciso, qualche arancio imbarazzato ammiccano ai suoi occhi vaghi dall’onda cupa del guardaroba a dirle talvolta ci hai scelti. Giallo no, mai. Eppure.

 

Terra rossa riarsa, violentata dal sole e dal vento, prima dell’uomo. E poi di nuovo giallo. Distese desolate e interminabili di erbacce incolte nate già secche, ai margini di strade di asfalto bollente.

 

Giallo il colore del sole. Della luce, della vita.

Spumeggiante.

 

Le mani scavano recessi dimenticati. Tutti gli armadi ne hanno.

 

Felice. Il giallo dovrebbe essere un colore felice.

 

Rosso il cuore del fuoco che arde e devasta. Le fiamme, gialle, divorano il giallo della steppa più veloci del vento stesso che le trasporta lasciando grigio fumo e nero carbone sulla terra senza respiro.

 

Non lo è, non per lei mentre lo sente sulla pelle, mentre vorrebbe strapparselo e suo malgrado lo cerca per indossarlo. Non potrebbe indossare niente altro oggi, che ha scoperto di essere gialla.

 

Salgono le fiamme, si staccano nel vento e attaccano il verde degli arbusti, il bruno cupo di qualche tronco che ha già visto il fuoco, il grigio degli oleandri che si accartocciano come plastica, lacrimando perle venefiche e ancora fumo, nero.

Si aggrappano. Anche le fiamme si aggrappano alle ginestre che non si sottraggono e bruciano. Contenere. E’ il loro compito. Fornire appiglio, reggere, sopportare, fino a bruciare.

 

Le ginestre non muoiono nel fuoco. Rinascono, anche se non vogliono. Anche se sono stanche, di ciò che vedono, della fatica di ogni giorno, della natura che le tortura, le asciuga, le strema. Anche se sperano che ogni fuoco sia l’ultimo, e gli offrono fiduciose  i loro fiori gialli e il loro canto.

 

Il giallo non è un colore felice.

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