Sulla porta – di Sara Milla

E non so quando tornerò. Se vuoi, togli le mie cose, oppure lascia tutto lì. Ma non so dirti.

La parte più ingombrante va via, non ti sembra? No, non sono uno stupido, credimi, anche se può esserti sembrato. Sapevo tutto, non c’è nulla che mi sia sfuggito, neppure il viso tuo mutava geografia senza che io me ne accorgessi. Anche ora. Vuoi piangere? Non mi sembra il caso, a meno che non sia per il sollievo. Cosa dico? Niente, solo che vado via.

Sarà bene che tu ti prenda cura della casa. Non penso solo alla casa, penso a te, tu eri la mia casa. No, non è inopportuna tanta poesia, se c’è un momento di verità la poesia né è la forma. E poi chiamala come vuoi? Come dici? Ipocrisia? Come credi.

Si, non doveva finire così. Ma non credo sia finita, piuttosto è un obbligo per me allontanarmi. Qui non ci si vede più. E’ buia questa casa, e anche i miei occhi, ed ogni pensiero che io pretendo di comunicare si spegne in questo buio, che non è neppure ombra, sai quella bella ombra estiva, noi due distesi sulle lenzuola fresche, e ogni apparenza, là fuori. Allora ci vedevo bene. Ero talmente vicino al tuo profilo, e a quel sonno in cui sprofondavi, l’evidenza del tuo contorno, le tende bianche, il cotone abbagliante del cuscino, e la densità del tuo sonno.

Tante belle parole, tu non lo dici, ma vedi, guardi con ostinazione il pavimento, il mento quasi tocca il petto in segno di sfiducia, anche di impazienza, ti tengo qui, davanti a questa porta, una mano sulla maniglia, e non mi decido ad andarmene. Poi ti svegliavi e aprivi il tuo sguardo e niente era più chiaro, ricadevo in quell’abisso. Perché dirlo ora. Perché vado via, queste cose non si possono dire, restando. Quando è iniziata? La nostra reciproca partenza, vuoi dire? Perché ora stai qui incollata a questo pavimento, con i tuoi piedi di alabastro, e la forma che conosco, anche i capelli sono a posto oggi, per salutarmi? Quanto onore. Si, va bene, la smetto. Volevo solo dire che ho sentito il momento in cui…ma no, non è vero, non ho sentito niente. Tu eri qui, e ci dovevi rimanere, come me, del resto. La notte non dormivo, ma non eri tu il problema, e poi non mangiavo, ma neppure allora eri tu il problema. E poi ci parlavamo da lontano, e nel letto dormivamo, ma non come ci dormono quelli che vibrano solo all’idea di stare insieme, ma come due corpi soli e senza scampo. Non è poesia, è vero, ma volgare retorica. Hai ragione tu, e del resto con le parole alla fine,  si fallisce, uno vorrebbe apparire grande perché crede di sentire alla grande e poi le parole gli cadono dalla bocca come suppliche blese, lagne e tormentose.

Continuare così? E’ strano che tu me lo dica. Davvero non vuoi che me ne vada? Si, è un attimo farsi delle idee. Eppure il tuo sguardo è debole, mi sfugge. Non voglio che tu ceda, che ti accontenti di me, così come sono, in questa nebbia che mi porto appresso, con questo amore, e diciamolo, questo amore, e non balbetto nel dirlo, sono fermo io, semmai ne hai dubitato, questo è un amore che non finisce, almeno per me. Non ci sarà mai fine all’attesa del tuo risveglio, la curiosità per quelle cose che tu fai, mentre ti pettini e senza saperlo ti sorridi. Va bene, questo fai finta che non te l’ho detto. Sorridi? Ci sono quelle coppie che non si dicono mai niente di così patetico, ma ogni espressione conferma un legame. Quando ero ragazzo scrutavo le persone sposate e le invidiavo, erano a loro agio, c’era fra di loro una grande intimità, una storia che non  aveva nemmeno bisogno di essere raccontata. Avevano un segreto, mi sembrava, che non mi avrebbero mai svelato. Me ne sono fatto una idea ma non gli ho mai corrisposto. Io non sono un uomo semplice. E con questo voglio dire che sono un miserabile.

Si, ho preso tutto quello che mi occorre. Per i libri manderò qualcuno, un corriere forse, sono in una scatola, sotto il nostro letto.

Cos’è dunque questo silenzio? Non stiamo neppure respirando. Non siamo certo due sentimentali. Siamo forti noi, vero? Solo, ora, avresti bisogno di un po’ di silenzio, è tanto che parlo, qui sulla porta, e la valigia comincia a pesare ma non riesco a metterla a terra, a liberarmi le mani, perché ci sei tu, vicina, forse più leggera di questa zavorra che mi porto dietro, mentre guardo attorno le cose che abbiamo scelto insieme e mi sembra che tutto aveva troppo senso, ed era un senso così stretto che ha finito per soffocarci.

Tu dici che invece ogni cosa è al suo posto. Che c’è un prima di confortante serenità e un durante in cui le cose non vanno per il verso giusto. Poi c’è una rabbia, successivamente una stanchezza. Ed infine  io che sto andando via. La tua mano si posa sulla mia, su quella che sta in bilico sulla maniglia di questo rettangolo di legno incastrato in un muro. E con un colpo secco, con decisione, tiri giù la mia mano che tira giù la maniglia e la porta si apre. Vai via? Mi stai dicendo vai via? Mi arrivi al collo, sento il tuo fiato che dice, vai via, vai via subito. Perché stai per piangere, ti si è imporporata la fronte, e il naso, sembri un clown. Ma io tengo stretta la valigia. E faccio due passi, e sono fuori. Ora io non mi rendo conto di dove mi stanno portando dei semplici passi. Credo verso un treno, c’è un biglietto da qualche parte nelle mie tasche. Ero lucido quando lo prenotavo, mentre tu preparavi la cena, e a letto te ne parlavo, guardando il soffitto dove giravano implacabili le pale impolverate del ventilatore, e alla fine mi addormentavo, perché non volevo esserci, non ero io che strappavo tutto, che camminavo e aprivo la porta. Ancora ti guardo, ma tu no. Sei appoggiata allo stipite. Non guardi, ascolti. Tu sai il suono dei miei passi per le scale, e lo scatto del portone che si apre, e il tonfo del battente, e l’attimo in cui rimarrò fermo, e il breve movimento della mano che stropiccia la fronte, e lo scalpiccio leggero che mi porterà lontano. E infine non sentirai più niente e chiuderai la porta, senza rumore.

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