La tua inutile vita – di Sara Milla

Passeggiava sul margine del promontorio sopra la città. Appena sotto si innalzava una vecchia fornace di mattoni abbandonata. E se spingeva lo sguardo più lontano, vedeva i monumenti del centro simili a fantocci di tufo.

Gli piaceva camminare in quel prato senza sole, fumando una sigaretta e pensando.

Non era molto che lo faceva. Dall’incidente forse. Anche pensare. Prima non sembrava ce ne fosse  mai bisogno. Di riflettere insomma.

Passeggiava guardandosi le scarpe da corsa, perché lì ci veniva correndo. Con ogni tempo. Ed oggi non c’era nemmeno il vento.

Era solo. Prima non sarebbe stato neanche un minuto, da solo. Ogni tanto, quando la stanchezza lo prendeva, si sedeva col viso verso la città, e chiudeva gli occhi. Quel posto. Che prima non avrebbe risalito neppure per scherzo. Era inquietante per lui rimanere così legato a quella gobba nel paesaggio, improvvisa in mezzo alle case, distante dalla sua vita. Alla sera tornava giù, risaliva in macchina e guidava verso casa.

La villa dei suoi era nascosta tra le pieghe di una strada antica, una apertura nella campagna, tracciata dai Romani, un decumano storto e asserragliato tra una fila di alberi scomposti.

Forse avrebbe dovuto fermarsi da Giulia. Ma non voleva. E comunque deviava verso l’interno, verso la villa di Giulia, simile alla sua, ricca, pettinata, perfetta.

Si, non si era cambiato, era in tenuta da corsa. Si, i  genitori di Giulia sorridevano. Si, Giulia rideva del suo abito, perché non era sempre vestito in quel modo, perché lui era bello anche così. E ricco anche così.

Uguale a lei, anche così. Usciamo, usciamo, ti vengo a prendere tra un’ora.  Ti accompagno. Appena fuori la vista dei genitori, come se loro non si fossero conosciuti che il giorno prima, per sentirle dire più o meno le stesse cose da quattro anni, le stesse che riteneva una ragazza così dovesse dire a uno come lui. O fargli, o farsi fare. Era tutto perfetto. I capelli lisci e biondi, gli occhi azzurri. Appena un anno prima, senza pensare, andava tutto bene. Poi aveva iniziato a pensare.

Era stato dopo l’incidente. Come se si fossero messe a cantare le sirene. E il canto era assordante.

Era iniziato all’ospedale. Nella confusione dei corridoi, nella concitazione degli interventi. Mai stato in un ospedale prima. E neppure avrebbe dovuto esserci. Lui era sano, tutti loro erano sani.

Ma le gambe ce lo avevano portato. Perché nella sparatoria, qualcuno si era spinto davanti a loro due, a lui e a Giulia, senza gridare. In silenzio. Come se gli volasse davanti. E poi era caduto. Anzi, caduta. Una ragazza. Forse voleva spingerli a terra e non ce l’aveva fatta, era stata colpita, e colpita, forse tre volte, lui ricorda: uno, due, tre, secchi, come un legno che si spezza. La divisa della ragazza era blu, il sangue del solito colore. Giulia gridava, gridava, e lui le aveva messo una mano sulla bocca e buttata a terra. Nella terra verde velluto della villa di famiglia. Tanta confusione. La sola che non aveva mai detto nulla era la ragazza a terra.

Così lui, dopo pochi giorni, era andato all’ospedale. Per vederla. Non era venuto in mente a nessuno, e Giulia era molto occupata a raccontare la vicenda al telefono, a  ricevere fiori come se avesse partorito. Il padre le regalò qualcosa d’oro, per la felicità di averla ancora.

In ospedale c’era un salottino con due coniugi pallidi. Silenziosi. Seduti vicini, ma con la testa ognuno per conto suo. Avrebbe voluto parlarci, ma non c’erano frasi da riferire. Così rimase a guardarli, nella stanza, e quando li chiamarono lui li seguì, qualche passo indietro, e mentre la porta si richiudeva, intravide il letto senza luce della ragazza, e lei, che riposava forse.

Fu a quel punto che dall’ombra in cui gli sembrava di aver dormito, si misero a vociare le sirene. Quel giorno andò a correre e cambiò traiettoria, si inabissò verso i campi, non si fermò, tenne la corsa anche mentre si arrampicava, fino in alto, fin sul rettangolo di prato ingiallito che gravava sulla città come la minaccia dell’onda. Libero, libero!

Ma non era vero niente. La sera si cenava, si usciva in moto, si ballava. Al più tardi si trovava un posto appartato.

Dopo il lavoro, passava dall’ospedale. Negli orari che ormai sapeva. Nel salottino che conosceva. Dove i genitori della ragazza a furia di vederlo gli avevano cominciato a parlare. Lei, che era volata davanti ai loro corpi ben nutriti, ben vestiti. Doveva trascorrere il tempo. E si sarebbe svegliata, dicevano. Ora non poteva. E il tempo vero gli sembrava in quel quadrato di mattoni con i sedili grigi imbullonati al pavimento.

Allora gli sembrò giunto il momento di parlare con Giulia. E un sabato sera di rituale cena tra famiglie, le disse che avrebbe voluto essere accompagnato all’ospedale, presentarla ai genitori della persona che li aveva salvati. Giulia sorrise, e disse di si, ma che c’era tempo, che magari loro disturbavano. Chissà quanta gente, i colleghi, gli amici, i parenti. Non disse di no, non diceva mai di no.

Poi in macchina, lui cercò di insistere e lei provò a distrarlo. E questo fece di nuovo silenzio dentro di lui. Ogni cosa taceva, mentre tornava verso casa sua. Ogni cosa era nascosta in una profondità nera.

Con il tempo, e la confidenza, i genitori della ragazza gli permisero di guardarla dal vetro della terapia intensiva. Era forse poco più grande di lui. Dormiva. L’effetto fu di ricordargli quello che aveva dimenticato. La scena gli si riproponeva. Lui, piccolo, in una stanza grande, e nel letto una ragazzina, sua sorella, come aveva potuto dimenticarlo. Non gliene avevano parlato più, e in casa non c’erano foto, forse nella stanza dei suoi genitori, ma lì non c’entrava mai. Una simile sconfitta doveva essere nascosta, pensò.

In tre dietro a quel vetro, gli sembrava di essere sempre appartenuto a loro, a quegli abiti puliti e stirati dei Grandi Magazzini, ai capelli sale e pepe dei due coniugi, alla loro speranza senza fronzoli. Alla voce della sirena, a quel lamento che lo invocava.

All’idea che la sua vita occupasse un posto ceduto da altri.

Nella sua casa solitaria, i suoi erano partiti per la stagione bianca, altro che settimana, cominciò a frugare in cerca della storia sua, di tutte le visioni sparite, accuratamente riempiti i vuoti con tanti preziosi gadget pseudoesistenziali: giochi, abiti, corsi e corse in giro per la città, in un affanno da accaparramento, di riempimento. E perché lui si sentiva con le mani vuote?

La notte la passò accanto ad una scatola galeotta, scovata sotto il letto di sua madre. Non sapeva per quale riflesso avesse cercato lì, forse intendeva nascondersi come da ragazzino. E al mattino era ancora ai piedi di quel letto, con le foto sparse. Ne scelse una, e si preparò ad uscire. La mise nel portafoglio. In macchina arrivò alla villa di Giulia. Lei scese, gli venne incontro per il viale ricoperto di sassolini bianchi come schegge di marmo, nello zaino aveva dei libri per ripassare qualcosa sull’ultimo esame che quella mattina avrebbe dato. Era sorridente, perché così doveva essere ogni volta che si incontravano. Lei doveva essere incantevole, si era addestrata per questo in fondo, più che per la laurea. Una volta seduta accanto a lui in macchina, la scrutò. La fronte liscia, distesa, terminava alla radice chiarissima dei capelli. L’accompagnò verso il centro della città, attraversando il cerchio della campagna antica, dove affioravano i comignoli delle ville, giardinieri e camerieri erano già al loro lavoro. C’era tempo, si disse. Si arrampicò con la macchina verso la zona in cui andava a correre. Parcheggiò e scese. Si accese una sigaretta e si avviò. Sentì alle spalle lo scatto dello sportello. Giulia era scesa e lo seguiva. Si  inoltrarono in silenzio. La giornata era fresca e pulita, ancora poco prima dell’estate. Lo colpiva la grande differenza con quell’aria in cui si era insinuata una nota salmastra, il mare in fondo non era lontano, e quella pesante e oppressiva dell’ospedale. Arrivato in alto finalmente si girò verso Giulia. Provò per lei, che lo aveva seguito senza fare domande, un grande slancio, e l’abbracciò. Le mostrò la città che veniva a dominare di tanto in tanto, dopo la corsa, e lei sorrise, schermando con la mano gli occhi dal sole che intanto si assestava al lato est delle mura cittadine. Poi tirò fuori dal portafoglio la foto di sua sorella, e la mostrò a Giulia.

Lei valutò la foto. Poi gliela restituì sorridendo.

-Nessuno ci aveva detto di tua sorella-

-Ero piccolo-

-Cosa aveva?-

-Niente. Credo che un’estate, al mare, un incidente- Ora gli sembrava di ricordare come una migrazione di gambe nude che attraversavano la spiaggia verso il mare, e delle voci che lo sorpassavano, e sua madre che piangeva.

-Si, ma…- mormorò Giulia, abbassando gli occhi.- Questa bambina non mi sembra, voglio dire-

-Si, era nata così.- Rimise a posto la foto. In fretta.  Non gli sembrava di poter continuare quella conversazione. L’istante di unione che aveva avvertito era sfumato come il vapore della vecchia fornace spenta.

-Ti accompagno.-

 

Il pomeriggio ancora colorato e assolato lo condusse davanti alla stanza chiusa della ragazza, in ospedale. I suoi non c’erano, era ancora presto. Non c’era nessuno. Non si poteva entrare. Ma lui non voleva davvero entrare. Gli bastava stare seduto lì, dietro la porta, a pensare, a respirare anche per lei, a immaginare cosa potesse sognare, a consolarsi che lei non sentiva alcun dolore. Non c’era altro, davvero. Lei doveva svegliarsi, e lui ringraziarla. Non c’era altro obiettivo. Poi avrebbe saputo che fare della sua inutile vita. Il Tempo passava, il sole declinava, l’ombra consolava la città, gli occhi si chiudevano. Tornava alla villa, dormiva. Doveva parlare con Giulia, era stufo di essere così solo. E infatti le parlò. Ma lei non sorrideva. Non capiva questa fissazione per quella ragazza, aveva fatto il suo dovere, lo sapeva vestendo quella divisa, girando per criminali, che sarebbe potuta finire così. Perché dovevano frenare la loro vita su questa storia? Era andata bene. Andiamo avanti. Con la nostra vita. Forse ognuno con la sua, sai, e lo guardava dritto negli occhi. Cosa era cambiato? Chiedeva lui, è mia sorella che cambia tutto vero? Non voglio problemi io, scattava lei nervosa. Non me lo hai detto. Questa è la mia vita! Gridava lei, mentre lui si allontanava.

 Perché non la sentiva più, qualcosa aveva cominciato a risuonare, un richiamo così felice, che lo sollevava dal grande dolore.

 

Sarebbe passata la notte, al mattino avrebbe corso sul viale fino alla collina.

E nel percorso verso l’ospedale, alla sera, le luci opache della città lo avrebbero accompagnato assieme ai ricordi nuovi, i giochi accanto a quella bambina gioiosa che era stata sua sorella. Così viva ancora nella memoria senza che lui lo sapesse. Che veniva a salvarlo.

 

Con calma avrebbe salito i gradini dell’ospedale, e raggiunto la saletta. I corridoi lunghissimi, le stanze socchiuse, poche voci. Carrelli carichi di medicamenti, riforniti di lenzuola, cotone, guanti sterili.  I vecchi, riconosciuti i suoi passi si sarebbero sollevati andandogli incontro con una luce nuova negli occhi.

 

Quella del risveglio.

 

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