Don Vittorio – di Ettore Zanca

La disillusione è di chi ne ha viste tante. Ma tu non sai se le “tante” sono figlie della seconda guerra mondiale o di una vita di stenti, sai che sicuramente le “tante” sono affondate nel mare azzurro di occhi liquidi. Ogni tanto, proprio ogni tanto, quel mare di occhi fa un’onda che ai profani sembra una lacrima.

 
Uomo visto col filtro di un bambino suo dirimpettaio. Che si affaccia e guarda quell’omino curioso, che non gli importa chi sia o che abbia fatto. Nella sua vita quel bimbo lo guarda e lo cristallizza. Lo ferma davanti alla sua vecchia casa, col suo negozietto di falegnameria. Piccoli lavoretti, forse accordati dal vicinato per far sopravvivere una persona che non accetterebbe la carità. 

 
E tu? Congeli momenti e ricordi. Non esiste la vecchiaia, non esiste niente di brutto. Avvolgi tutto con le tue malinconie mai sopite che chissà perchè hanno sapore di liquirizia e hanno odore di cucine unte. Quell’uomo con te era sempre gentile, ti faceva giocare con i tre cani che aveva, ti insegnava i nomi dei suoi strumenti, ti guardava come un esemplare di bimbo più affascinato dal racconto dei vecchi che da un pallone. Don Vittorio, si chiamava.

A un bambino non interessa il passato, figuriamoci il futuro, ne vede talmente tanto davanti che lo sporca godendoselo. Niente pesa, niente all’assaggio ha quel retrogusto di amori tranciati, addii, profumi che quando hai passato la trentina ti prendono gola e stomaco e ti fiondano al tuo amore adolescenziale della tua città di nascita anche se sei al polo nord. E quella sensazione non di pugno allo stomaco, di pestaggio in piena regola. Non c’è nessuno cui devi trovare un posto nella soffitta del tuo muscolo cardiaco, perchè davanti ai tuoi occhi con comparirà più.
Ogni tanto la conduttura dei ricordi si ostruisce peggio di un bagno di stazione. Ma è giusto così. La memoria non va esercitata, va presa alla sprovvista, sorpresa disorientata. Altrimenti non creerebbe quel peso sulle spalle che ti travolge a metà tra l’insopportabile e il dolcemente acre.

Memoria, opera d’arte monumentale e svelta, l’abile scultore del ricordo la costruisce con nulla. Crea mausolei su cui a volte indulgi, a volte sbatti. Arazzi di cui ti accorgi di ogni piccolo particolare e osservi.
 
Ti ricordi che andavi a scuola, ti ricordi che ti piacevano gli animali preistorici, che nessuno e niente aveva ancora scalfito la tua voglia di sorridere. Tutto stava al suo posto. Mamma era mamma, papà era papà. Ignoravi la distinzione tra “papà” e “padre”, e “mamma”/”madre”. Uno si dice col cuore, l’altro con la testa. Archiviavi qualcosa di strano, amavi gli animali, un gatto era sicuramente più sincero di una persona. 
Casa tua era al primo piano. Casa tua era un porto di mare in cui i marinai facevano una rampa di scale per approdare. Ti sfuggiva il concetto di tossicodipendenza, quanto fosse difficile stare lontano da qualcosa che schiavizza il tuo sangue. A casa tua venivano due ragazzi figli della buona borghesia palermitana, le lezioni private con cui si tirava avanti oltre al magro stipendio di tuo padre, due radici di una famiglia ricca poco attenta ai propri figli quanto ossessionata di apparire sana. 
Non sapevi che fatica d’inferno non finire tra le spire del freddo di dentro per quei due. Non sapevi che sarebbero andati via, ma avresti imparato che si deve trovare un posto a chi va via e non spolverarlo più.

 

Come in un museo delle cere ti aggiri tra le sale di quella vecchia vita che pure era tua. Era la vita, il momento in cui si finisce di essere cuccioli, non si è ancora adulti, si viene spediti nel mondo per farsi aggredire e picchiare per bene da qualche gatto adulto a cui hai invaso il territorio. Il momento in cui capisci che i gatti una volta abbandonati i loro cuccioli non li riconoscono più, non gli leccano il pelo per pulirlo dalle brutture. È finita. È parte del tuo sangue tutto questo abbandono, per questo ti intossica.

Adesso il flashback è finito. Sei di nuovo nella tua città. Ultimamente la consideri una fortuna tornarci. Lo senti come ventre materno che ti riaccoglie dalla forzata lontananza, lo senti nelle tue ossa che si lasciano stendere senza gelarsi. Senza dolore. 
 
Per quanto la desideri, per quanto non andresti via mai più dalle sue strade te la scoperesti. La godi, ne godi. È la città che più di tutte ti dà letteralmente un orgasmo mentale. È questa la sensazione che può riscuotere disapprovazione nelle orecchie dei bacchettoni moralisti.

 
È lì, a fianco scoperto che fai la cazzata. Paragonabile a quella in cui fai l’amore con una che si chiama Marta e pensi a una più bella che si chiama Flavia. Nell’amplesso chiami Marta col nome di Flavia. Stop, tutto da rifare, tutto sbagliato, c’è solo da scappare, da sperare che nulla sia stato sentito.

Sei davanti a quel vecchio negozietto di falegnameria. Hai deciso di andarlo a rivedere. Come se fosse semplice, come se il gelataio che aveva sessanta anni quando tu ne avevi 5 sia ancora li uguale e senza aver perso un capello, pronto a darti la tua “brioscia” col gelato.

Ma dimmi una cosa, non lo sai che il tempo che passa è l’unico esattore che non ha evasori fiscali? Il tempo riscuote sempre e non paga mai. Soprattutto non restituisce. La povertà non usa il botulino, il tuo quartiere di nascita non si è rifatto il trucco e i palazzi crollano a pezzi.
Ma per il resto, ti aspettavi il miracolo?
Speravi ci fosse Don Vittorio?
Con i suoi cani e i gatti con cui giocavi’
Con quella donna che ogni tanto gli faceva compagnia che si chiamava Donna Maria?
Con il loro amore abitudinario che tanto sapeva di metadone alla solitudine?
Con Dick, Black e Pasquale, i tre cani che sembravano la copia animale di Aldo Giovanni e Giacomo?
Con le tue fughe da casa tra le proteste di tua madre per andare a vedere come era bravo a riparare le cose?
Con la tua innocenza. Ma soprattutto la sua che ti trattava davvero come un nipote che non aveva mai avuto? Che con quello che si sente adesso nemmeno tu lasceresti tuo figlio andare tranquillo in chiesa, figuriamoci da un vecchio di cui ignori presente, ma soprattutto passato?
Con la sua barretta di ciocorì che provava a offrirti, che forse nemmeno esiste più il ciocorì?
Con il tuo andare a salutarlo imponendoti di non piangere quando stavi per cambiare casa?
Col suo salutarti quasi arrabbiato che te ne andavi, col suo piangere dandoti le spalle per il dispiacere?
Ma che ti aspettavi, la saracinesca aperta? L’odore di colla mista a legno che tanto amavi?
Ma che minchia fai? Piangi?

(Gli scritti di Zanca, sono pubblicati dai siti “Informare per Resistere (clicca qui) e Beneficio D’Inventario (clicca qui)

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Commenti

  1. sara milla scrive:

    forse un mondo così esiste ancora? o è sparito come il nostro mitico ciocorì dei pomeriggi dopo scuola, prima dei compiti, a spasso con la mamma per gli acquisti della cena, perchè si faceva la spesa giorno per giorno..Non lo so, forse abbiamo avuto tanto, e quel tanto ti permette di scrivere così.
    Veramente bello