Sancho – di Sara Milla

Se c’era vento, e i grigi si rincorrevano velocemente sui prati, e le case, e più giù, verso le torri dei casamenti popolari, Tonio e Arturo non avevano fretta di tornare a casa. Attraversavano il ponte della ferrovia. Sbucavano in un pratone pieno di insidie e da lontano cercavano di individuare la finestra della loro stanza. Alle spalle di tutto questo c’era la scuola, le ore passate con la testa tra le mani a non aspettare niente.

Arturo era più grande e ripetente per due volte della quinta, alto e allampanato, e con la voce mutante. Tonio era più piccolo e in regola con le promozioni, ma anche lui non stava seduto ai primissimi banchi, e interveniva poco, meno che mai se interrogato. Uscivano insieme e percorrevano la stessa strada, e si attardavano anche nei giorni freddi tra la ferrovia e il prato, tra la scuola e la casa, dove Arturo non aveva da trovare che suo padre già rientrato dal lavoro e sua madre che stirava in silenzio. Tonio non trovava nessuno, tranne il cane Palla. I suoi rincasavano la sera e non gli chiedevano se avesse fatto i compiti, o come fossero andate le cose a scuola. Lavoravano insieme e litigavano al negozio e poi finivano a casa, mentre si cenava, e dopo, a letto, con voci più soffocate, ma senza interrompere le loro recriminazioni.

E nel giorno di vento le nuvole correvano sulla loro testa, e Arturo e Tonio si sedevano ai margini delle rotaie, dove iniziava l’erba alta, dove il mondo non li vedeva e a loro sembrava di fuggire via assieme alle nuvole.

Se ne passava quasi un’ora, nel silenzio, o nella quiete rotta dalle parole di Arturo, quando Arturo aveva qualcosa da dire. Quando infine si sentiva il terreno tremare, perché il treno sarebbe spuntato di lì a poco, e le nubi andavano ad intrupparsi sopra le case lontane, decidevano di tornare. Attraversavano il prato  mentre il vento li spingeva alle spalle e allora Arturo allargava le braccia e lasciava cadere la cartella e poi correva come se volasse e Tonio rimaneva a guardarlo, raccoglieva la cartella dell’amico e lo seguiva con difficoltà.

Arrivati allo sterrato prima delle case popolari le ali di Arturo si chiudevano.  Tonio lo raggiungeva e gli metteva tra le dita la cartella. Arturo diceva: – Grazie Tò, mò separiamoci- Così Tonio aspettava che Arturo andasse verso il portone, lo stesso portone di casa sua, salisse le scale e rientrasse in casa, un piano sotto la sua.  Poi sospirando cercava le chiavi nella tasca del cappotto, e solitario entrava nel casamento dove era nato. Appena entrato il cane lo festeggiava e Tonio lo stringeva stretto e ripeteva: dai la zampa, dai la zampa, e Palla saltava freneticamente e scodinzolava, ma di dare la zampa non se ne parlava. Tonio gliela sollevava e se la portava alle labbra:

- Bravo Palla, bravo- ripeteva. Andava in cucina e prendeva una pila di alluminio, la riempiva di acqua e accendeva il fuoco. Apparecchiava la tavola e dava i croccantini al cane. Portava la cartella in camera sua e tirava fuori i quaderni. Seduto al tavolino risolveva con fatica una scheda di storia. Controllava l’ora e l’ebollizione dell’acqua. Buttava giù tre etti e mezzo di spaghetti e prendeva dal frigo il bicchiere con il grana grattugiato e lo  metteva in tavola. Aspettava. Al piano di sotto si sentivano le solite scene, il padre di Arturo adirato, la madre che sembrava trattenerlo. Il silenzio di Arturo. Come se il padre litigasse da solo, inveisse contro un fantasma. Poi sentiva girare le chiavi nella toppa e sua madre e suo padre si riversavano nella casa discutendo in maniera accesa. Allora Tonio regolava la chiavetta del gas al minimo e andava nella sua stanza portandosi dietro Palla, sedendosi al tavolino e fingendo di studiare. Aspettava. La madre apriva la porta e gli diceva:-Studi? È quasi pronto- poi richiudeva e andava di nuovo a litigare con il marito. Allora Tonio si afflosciava per terra accanto al cane, e posava la sua fronte su quella di Palla. E il cane uggiolava.

 

Al mattino Tonio e Arturo si incontravano al solito posto e andavano a scuola insieme.

-Artù, senti..- Tonio quella mattina non ce la faceva a stare dietro ai passi di Arturo. –Ma perché noi non ci dobbiamo conoscere?-

Arturo non rispondeva, e cercava di andare contro al freddo a testa bassa.

-Che hai visto ieri sera in televisione Artù?- chiese quasi urlando Tonio, visto che Arturo camminava ancora troppo velocemente e lui gli vedeva le spalle curve nel giaccone blu.

-L’hai visto poi il film che ha detto la maestra?- continuò a chiedergli. Si fermarono, perché stava per passare il treno, quello che andava verso il nord della città, e ne usciva per portare ai paesi vicini.

-No, non l’ho visto- gridò Arturo per farsi sentire, mentre il treno illuminato attraversava il mattino ancora scuro, e si inabissava verso il fondo sconosciuto della scarpata, dove Arturo era andato un giorno ad esplorare, fino ad un ponte  i cui archi si riflettevano nelle acque del fiume che cingeva tutta la città.

-Ma perché no?- insistette Tonio.

-Perché mio padre ha capito che lo volevo vedere e ha detto che gli interessava lo sport- Camminarono a fianco attraversando i binari, poi ancora verso la strada asfaltata.

-Ma è tifoso tuo padre?-

Arturo fece di no con la testa e iniziò a correre, perché era tardi, disse.

 

Nella mattinata venne il momento di parlare del film che la maestra aveva indicato. Tonio ascoltò gli altri fare il riassunto della storia, dove un ragazzo normale un certo mattino si sveglia con i capelli verdi. Poi la maestra chiese ad Arturo che cosa aveva capito di quella storia. Tonio guardò allora fuori della finestra, dove si stendevano campi vuoti e sporchi, con pilastri di cemento armato protesi verso il cielo asciutto di quel giorno.

Arturo non rispondeva. Il silenzio era completo. Non un merlo a beccare sui davanzali, né cornacchie a litigare nel cortile.

-L’hai visto il film, Arturo?- chiese allora l’insegnante. Tonio spinse lo sguardo più lontano, verso un orizzonte opaco, dove sembrava che il sole avesse lasciato un segno giallo, appena evaporato.

-Perché?- chiese ancora la maestra.

-Mio padre ha visto lo sport-

Risero. Forte. Uno schiamazzo. Tonio guardò verso Arturo e poi abbassò i suoi occhi compassionevoli sul quaderno che era rimasto aperto sul banco.

La giornata si concluse e appena fuori Tonio pensò che sarebbero andati assieme, come ogni giorno. Ma Arturo era già lontano. Pensò di raggiungerlo e affrettò il passo. Ogni tanto distingueva il giubbotto blu, e la figura rigida di Arturo che appariva e spariva tra un dosso e l’altro di una strada che deviava dalla solita. Dopo una salita che costeggiava la ferrovia, Tonio se lo trovò davanti. Lo aveva aspettato.

-Io vado verso il ponte- gli comunicò Arturo. Tonio annuì e gli si mise a fianco.

-Com’è la storia di stò film?- gli chiese dopo un tratto.

Tonio cercò di ricapitolare la trama nella sua testa  ma gli parve difficile:

-Perché lo vuoi sapere? Tanto ormai non te lo chiede più- E continuarono ad arrampicarsi verso la collina dalla quale avrebbero visto il fiume. In cima alla collina, finalmente Arturo decise di sedersi. Laggiù si allargava il letto del fiume, con gli argini naturali, e l’ultimo ponte che segnava il confine cittadino.

-Lo voglio sapere per me- concluse a quel punto Arturo.

Tonio sospirò, e intanto un cormorano si staccava dal parapetto del ponte e veniva verso di loro con il suo giro di aliante. Rimasero a guardare le sue giravolte. Era così vicino che gli vedevano il becco, e provarono a chiamarlo, ma non li degnò di uno sguardo, la testa puntata in cerca di cibo.

-Parla di un bambino che non ha i genitori, che erano morti in guerra- cominciò Tonio e poi tacque

-Che guerra?-

-Quella che non abbiamo ancora studiato-

-E poi?- Intanto Arturo si era sdraiato e così fece pure Tonio.

-E poi sta col nonno e va a scuola. Solo che una mattina si sveglia e ha i capelli verdi-

-Gli hanno fatto uno scherzo?-

-Non lo so, solo che non va più via-

-Il nonno, era cattivo?-

Tonio si tira su un gomito e pensa:

-No, non mi pare. Solo che i capelli verdi non ce l’aveva nessuno allora- puntualizzò Tonio

-Perché mò?-

-Armando del quinto piano una volta ce li aveva, tutto un ciuffo-

-Ma se lo era fatto lui, è diverso-

-Dici?-chiede Tonio e si rimette sdraiato.

-Perché viveva col nonno?-

- Perché i genitori erano morti in guerra.-

-Quale guerra?-

-Quella che non abbiamo studiato-

Si rimisero ad osservare il volo dei cormorani e il sole che cercava di farsi strada verso ovest.

-Artù, ma se noi arriviamo a casa coi capelli verdi, che dicono i nostri?-

Arturo si alzò e tirò su la cartella.

-Mio padre non aspetta altro- mormorò. Tonio si sollevò tutto allegro e disse ridendo:

-I miei manco se ne accorgono, posso fà verde pure a Palla.- e continuò a ridacchiare con la sua voce ancora esile mentre scendevano verso il fiume. Tacquero perché la discesa era difficoltosa e ad un certo punto ad Arturo sfuggì la cartella di mano e la guardarono rotolare fin verso l’argine superiore.

Arturo era pallido e sudava. Teneva gli occhi chiusi e stava con le mani aggrappate agli sterpi per trattenersi dallo scivolare come la cartella.

-Tò. Non c’è niente di male ad avere i capelli verdi.- disse con la voce bassa, quella quasi definitiva da uomo.

Tonio dalla sua posizione più comoda gli fece un sorriso:

-Manco a essere bocciato, se no io non ti conoscevo-

Arturo aprì gli occhi e gli sorrise:

-E manco io a te. Vado a prendere la cartella, sennò mio padre stavolta mi ammazza.-

Tonio allunga un braccio per trattenerlo. Ma Arturo vola verso l’argine, poi atterra, rotola, rimbalza come un manichino e scivola in acqua. E Tonio non lo vede più.

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