Auto-reverse – di Cinzia Craus

E’ successo così tanto tempo fa che quasi non me lo ricordo. Avevo un sacco di capelli bianchi tra i capelli e quella ruga disegnata sopra al labbro che mi baciavi tu con gli occhi e mi dicevi che mi amavi anche per quella. Questo non lo dimentico. Anche se lentamente me ne accorgo che le perdo certe tue parole e certe smorfie che tu mi facevi e io facevo mie, oppure erano mie e le facevi tu o erano le nostre e gli altri ci dicevano che ci somigliavamo. Il fatto è che adesso io non ce l’ho un computer come allora e non le posso mettere vicine le nostre foto per vedere se poi è vero che ci somigliavamo e nei ricordi è strano ma io non ci riesco a vederti così uguale a me, che anche tu ne avevi di capelli grigi e rughe intorno agli occhi e io le amavo tutte, ma i tuoi capelli erano neri e anche i tuoi occhi e io invece no, io ero chiara, e anche la mia pelle era diversa dalla tua ma stavano davvero bene insieme. Anche questo io me lo ricordo. E mi ricordo che non ci hai creduto mai davvero che io ti volevo. O forse sì. Ma ci voleva troppo tempo e troppa attesa e troppa forza per mollare tutto. Questo lo hai pensato tu.

 

Mi ricordo anche di prima. Di quando mille volte ho fatto quello che volevi tu, che lo sapevi che ero così. Ma io non lo volevo fare. Che mi faceva male darti poi ragione, quando alla fine saresti arrivato e me lo avresti detto che io ero così e avresti indovinato. E io sentivo invece di tradirmi. Che volevo te. E avevo gli occhi stanchi di mille notti insonni e baci e libri e mani tra i capelli, che non erano le tue, che ancora non le conoscevo e solo poi le avrei riconosciute.

 

Dopo. Dopo me la ricordo quella sera che io ti ho incontrato e di anni ne erano passati così tanti e noi però come potevamo ricordarcelo che ancora adesso noi non lo sappiamo se ci incontreremo dopo. Quando saremo giovani. Mi ricordo i baci. Gli occhi le mani e il giorno prima che io ero ubriaca della sera dopo.

 

Non mi ricordo solo di te. Ed è normale, che dove sono adesso a scegliere che cosa devo fare ed ho paura io mi ricordo te, che non ci sei da così tanto tempo che le sto perdendo certe tue parole – e ci sei stato così poco tempo dentro questo mio passato – ma mi ricordo anche di lui, che invece lui c’è stato così tanto tempo che oramai è quasi tutto il tempo che ho vissuto, visto che ora che non c’è è qui, dentro di me, che sto pensando a lui, a cosa devo fare. Ed è strano. E’ strano che è così vicino e forte il ricordo di quando poi è nato, che è stato solo qualche mese fa, e invece adesso, chi lo sa perché, io mi ricordo che mi ha fatto male, ed è successo così tanto tempo fa. Persino prima che arrivassi tu.

 

 

Chissà se tu te lo ricordi quando parlavamo e mi dicevi Come fai con lui che di sicuro lui non se ne vuole andare e ha da studiare e a te soltanto che non lo puoi lasciare. E io che lo sapevo che ci dovevo stare ma poi ci credevo e ci provavo a dirtelo che in qualche modo poi le cose si risolvono, basta volerlo. E lo volevo. Però che lui mi ha fatto male è stato prima che me lo dicessi, quando una sera lui è venuto e mettere nelle mie mani il suo dolore che il giorno prima aveva cominciato a fingere che gli era già passato e invece a me era entrato dentro e non sapevo togliermelo, né togliermi le sue parole che dicevano che io non c’ero stata. Mai. Mai e io non mi ricordo un giorno fino a qualche mese fa che io ci sono stata senza stare dove stava lui. Che già c’è adesso, mentre io ancora non riesco a scegliere che cosa devo fare. Che sono mesi che sto così male perché ci sono cose che da soli non è vero che si possono fare. Che si fanno in due. E che vorrei le mani di suo padre qui, a stringermi le mani mie, mentre lui che esiste non lo sa, non credo, e io non gliele posso chiedere.

 

Mi chiedo poi se lui se lo ricorda quando, dopo che te nei sei andato, dopo che tu sei arrivato, quando tu non c’eri e io mi cercavo, che anche se non mi trovavo io c’ero. C’ero tutte le volte che piangevo e che con lui ridevo sempre anche se ero stanca e avrei voluto tante volte smettere di ridere. C’ero io sui libri e sui quaderni, io di notte e all’alba a riportarlo a casa e poi a portarlo a scuola, c’ero alle feste e ai giochi, all’ospedale e al parco, la musica, lo sport. C’ero per lui e per gli altri che tante volte, perché c’ero io, stavano da soli, che era comodo per tutti che tanto c’ero io. Tutti che poi, prima che te ne sei andato, lui mi ha detto Quelli sono casa e famiglia e noi non lo siamo stati mai. E io lo so che non lo pensava però mi ha fatto male. E poi è davvero stupido che io mi chiedo se se lo ricorda visto che in questo momento – che io sto decidendo cosa devo fare e sono piena del dolore di questi ultimi mesi dopo che l’ho stretto per la prima volta tra le braccia mie, che vorrei le mani di suo padre a stringere le mani mie e non posso chiederlo – lui non c’è ancora. E non può ricordarsi neanche tutte quelle corse a prenderlo all’asilo e ad accompagnarlo e quegli sci minuscoli che a stento lui sapeva camminare e la sua prima volta al mare e fogli di disegni e foto appese dappertutto e lui a otto mesi con quella cravatta stupida che gli mise addosso mia sorella che mi dovevo laureare. E un sacco di cadute. E alcune gliele ho fatte fare io che solo così si impara per davvero. Quel giorno poi che lo ho abbracciato, quando me lo hanno portato. Io lo sapevo che i sorrisi che mi aveva regalato dopo me lo avrebbero lasciato ancora tutto quel dolore ma c’era troppa gioia a stringerlo e riempirmi gli occhi e il naso del suo odore che non ci ho pensato, mentre lui era di me che si riempiva.

 

E’ stato solo qualche mese fa e già mi sembra un secolo che ora questi ultimi mesi sono qui sulle mie spalle e pesano di più di quanto mi pesava lui a portarlo nello zaino in treno. Perché noi andavamo dappertutto, anche se eravamo soli, che io volevo che venisse pazzo proprio come sono io.

 

Ora io sono qui che devo scegliere se devo farlo nascere. Che io lo so che non è stato tutto facile e che tante cose gli sono mancate. Che tante cose, a volte troppe, sono mancate a me. E quel che è peggio è che io non lo so se adesso io decido di non farlo nascere se poi ci vado all’università o se parto e giro il mondo quando finisce la scuola e qui non torno più. Se a scuola sarò brava. Se giocherò a pallone per la strada e farò a botte coi ragazzi. Se sarò una bambina felice. Se batterò la testa sopra ad un gradino perché Ho un anno e mezzo e ce la faccio a far da sola e finirò all’ospedale. Non lo so perché questo sarà domani e il domani io non me lo posso ricordare.

 

E’ che oggi è strano quello che è successo a questo tempo che si è ripiegato. Così magari io scelgo, come ho fatto già, e invece di vedere quello che ho dimenticato tutto ricomincia. E io lo so che prima viene un sacco di dolore e poi la gioia immensa e poi lo spazio e il tempo così pieni che io non ci sono e poi tu arrivi e io ritorno e quando torno è allora che tu te ne vai e poi c’è lui che dice quelle cose e mi fa male. Senza vedere mai come sarò bambina.

 

Solo che qui non c’è nessuno a dirmi che se invece scelgo un’altra cosa allora io lo vedo come sarò bambina. Che il tempo non si piega un’altra volta e allora io non sento tutto quel dolore, magari poi ne sento un altro, ma poi non sento neanche quella gioia a stringerlo e tutto quell’odore. E poi io che faccio senza tutte quelle corse a prenderlo fino a che arrivi tu, che forse poi neanche arrivi, a farmi riconoscere, e neanche te ne vai?

 

Non c’è nessuno a dirmelo. E io me lo ricordavo.

 

Che certe cose io le devo scegliere da sola.

 

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