La foto – di Sara Milla

La strada era costeggiata da alti cumuli di neve, e la notte che sarebbe arrivata di lì a poco cominciava a striare di blu tutto il bianco che ci circondava. Ogni tanto ci infilavamo nelle gallerie illuminate di giallo, e io mi rannicchiavo nel sedile posteriore e chiudevo gli occhi, per riaprirli all’uscita del tunnel, su un paesaggio sempre meno illuminato, come se il cielo flettesse verso un grigio progressivo per abituarci al buio, il buio puntuale della notte. Guardavo le spalle di mia madre che guidava, e ogni tanto spiavo la sua fronte nello specchietto, cercavo di incontrare i suoi occhi. Era intenta nella guida e nei suoi pensieri, e non parlava, e neppure io ne avevo voglia. Nel portabagagli c’era tutta la nostra vita in due valigie, molte buste, il beauty case, un regalo usato poco. A me piaceva, e da piccola mi ci aveva fatto giocare. Era la mia valigia, e nei miei giochi ero sempre in partenza. Forse me lo sentivo che prima o poi avremmo raccolto le nostre cose e ce ne saremmo andate. Mi chiedevo dove. Ero arrabbiata con lei, perché non mi diceva dove. Non poteva portarmi in giro come un pacco.

E comunque quello che vedevo era troppo bello perché rimanessi chiusa nella mia disperazione, interi boschi di conifere ricoperte di neve, e i tetti bassi delle case, una distesa di bianco la cui vista mi stringeva la gola e non sapevo perché. Stavamo andando via dalla casa dell’ennesima amica rinfacciatrice di mamma, che ci aveva raccolto, tutti ci raccoglievano, che strano. Noi non eravamo che due valigie e un mucchietto di buste: meglio stare leggeri- diceva mia madre, meglio non avere molto, meglio essere poveri, nudi come canne. Non la seguivo in questi ragionamenti, in tutte le scuole dove ero andata vedevo ragazzi e ragazze molto ben equipaggiati, e il loro “superfluo” come diceva mia madre, io lo desideravo spassionatamente, ci sbavavo insomma. Avevo smesso presto di sentirmi in colpa per i miei desideri, quando mi ero accorta che anche lei desiderava, si affliggeva dei suoi jeans logori, delle sue tre camicette ormai fuori moda, vintage diceva lei, quanto non la sopportavo quando mentiva così. Per non parlare della sua borsa che sembrava quella di un postino alle soglie della pensione. Ma si, lasciamo perdere, questa è la quarta esperienza dalla morte di papà…Quattro anni, quattro case diverse, tanta strada, sempre con la macchina di papà. E qualche volta ci avevamo pure dormito dentro. Da piccola ero contenta, mi sembrava una avventura, come fosse il campeggio, una cosa che tutti i ragazzini desiderano, stare in un posto piccolo, come la casa sull’albero. Non si incontravano più tunnel, né viadotti sospesi nelle gole di quel paesaggio silenzioso, interrotto dalle luci delle poche auto  che incrociavamo. Stavamo salendo, le case che prima apparivano remote, ora ti venivano incontro con tanta evidenza: le luci accese dietro le tende, le ghirlande sulle porte. –Dove stiamo andando- chiesi. I cartelli stradali cominciavano ad apparirmi strani, avevano la doppia dicitura, ed era veramente da troppo che stavamo in viaggio. Anche gli alberi che sembravano una massa indistinta, ora arrivavano fin quasi sulla strada, e non erano tutti uguali, non erano tutti uguali. Mia madre non rispondeva e io non chiedevo ma solo perché la maestosità del luogo che stavamo attraversando ci aveva distratte dai nostri pensieri, ci aveva tirato fuori, non avevamo che occhi per quel paesaggio che si stava gradualmente smorzando, non c’erano che gli abeti giganteschi a coronare il nostro percorso, così autorevoli, così a casa loro, mentre il cielo chiudeva la sua  luce addensandosi nebbioso, grigio tortora. Non importava davvero dove stessimo andando, quello che vedevo mi piaceva, era molto diverso dalla città dove avevamo vissuto fino ad ora, perfino i miei pensieri erano diversi, non sapevo come, ma si erano sollevati dal giro : casa, cibo, vestiti, amici.

-E’ stato qui- cominciava a dire mia madre. Non lo sapeva quanto mi irritava questo modo misterioso di iniziare un discorso, tanto quanto prima mi aveva legata a lei come all’essere più affascinante del cosmo. Ma prima non ero che una ragazzina. –Qui cosa?- mormorai con la stessa assenza di intensità. D’altronde non c’era che silenzio, e oscurità progressiva, ma non la solita oscurità che spegne tutto, che conclude le giornate affondandole in una tristezza senza scampo, qui ci accompagnavano ombre sublimi, qualcosa di così lussuoso c’era fuori dei finestrini come io non avrei mai immaginato potesse esistere.

-Qui- ma non riusciva a continuare e sicuramente era stanca e forse era meglio per noi che lei si concentrasse nella guida, poi ti dirò, mi sussurrò, speravo solo non cominciasse a piangere perché il pianto legato magari ad una bella lastra di ghiaccio avrebbe concluso il nostro pellegrinaggio. Così mi abbandonai con la guancia contro il freddo del finestrino, e la sfilata degli alberi e del bianco e del buio non mi annoiavano, al contrario, non mi sembrava mai abbastanza il passaggio dalla massa del bosco, alla distinzione dell’abete solitario, gigantesco,un’apparizione alla svolta di una curva, o la casa sul ciglio della strada, o due uomini che risalivano per il sentiero. Poi ci ritrovammo tra le abitazioni, e mia madre si infilò in una stradina. Spense il motore e sospirò. Non ci sembrava il caso di muoverci, forse. Dovevamo rimanere così, un attimo prima di ricominciare la battaglia.

-Vuoi dirmi dove siamo?- le chiesi. Ma lei scosse la testa, e l’argomento mi parve esaurito. Che me ne importava di saperlo, in montagna, in città o all’inferno, non sarebbe cambiato mai niente. Così aprii rumorosamente lo sportello dalla mia parte e scesi dalla macchina. Il freddo era incredibile ed io avevo solo un giubbotto di finta pelle e un maglione sintetico comprato al mercatino. Ma ero talmente furibonda che potevo sopportare tutto. –Apri stò portabagagli- le gridai. Da dentro mia madre fece scattare l’apertura. Agguantai la mia valigia e il beauty case e cominciai a camminare, il freddo mi spingeva a muovermi ed io camminavo con tutto quel peso nella neve. Lei mi guardava. A braccia incrociate, mi guardava. –Ma dove vai?- mi chiese. La sua voce, in quel silenzio, io la ricordavo. E anche il portoncino davanti a cui mi ero fermata, non so, forse lo avevo visto in qualche telefilm, però non mi sembrava del tutto ignoto. –Ehi, ma qui c’è qualcuno che si chiama come noi- le gridai.

-Abbassa la voce, mica stai nel tuo quartiere di bulli eh!- e intanto scaricava la sua valigia e chiudeva l’automobile. La vedevo, magra, con il suo cappellino rosso, glielo avevo regalato io per Natale. Gli stivali di gomma, quelli per la pioggia, d’inverno portava solo quelli e per fortuna che dove stavamo noi pioveva sempre. Quanti anni aveva adesso mia madre? Io ne avevo quindici e lei era sicuramente una vecchia. Intanto lei mi sorpassò e spinse il pulsante del campanello sul portoncino. Pensavo che fosse ammattita. Mi sembrava così strano tutto quel silenzio. Dall’amica di mia madre si stava in un casermone popolare e la sera tutti rientravano nelle loro abitazioni e il vocio, le discussioni si mescolavano ai televisori tenuti alti, all’acciottolio dei piatti, ai giochi dei ragazzini, qualche litigio. Invece quel piccolo paese sotto la luna sembrava disabitato. Ma il portoncino si aprì su un interno caldo, luminoso, mi apparve qualche macchia di rosso e di verde, e una donna con una veste ordinata, sorrideva, tranne gli occhi, che erano solo curiosi. Mia madre le disse chi eravamo, e lei non si mosse. Distolsi lo sguardo, guardai verso il lato della casa, e più lontano, dove potevo immaginare la montagna. Indietreggiai persino, scendendo i due gradini che mi riportavano via dal vialetto, che mi risospingevano verso una notte gelida nella macchina. Mi sorprese perciò sentire mia madre dirmi:  -Vieni, entriamo-. La donna mi sorrideva ma era preoccupata, ci chiese se avevamo fame, se volevamo metterci in ordine. E mentre giravo lo sguardo intorno, famelica, facendo finta di non interessarmi a niente, vidi la foto di mio padre. Sul pianoforte, perché c’era pure un pianoforte. E così mia madre se ne accorse, e pure l’altra, e toccandomi la mano mia madre disse: -E’ tua nonna, è la casa del tuo papà-

Magari dirmelo prima? Magari farmi un discorso di cinque minuti durante le otto ore di viaggio? Magari avvertire questa qui? Ma che testa aveva? Ma invece di chiedere, sorrisi, per sembrare graziosa, per reggere il gioco a mia madre, anche se non sapevo proprio mai quale fosse il suo gioco. Lei improvvisava e io facevo da spalla. Raccolsi la valigia che avevo lasciato andare sul pavimento e seguii la “nonna” in una stanza. E dopo aver mangiato ed essermi acconciata per la notte mi buttai sul letto, sotto a un piumino che non credevo potessi mai avere il bene di incontrare, e mi addormentai.

 Al mattino nevicava, e così mi trovò mia madre, davanti ad una finestra a guardare il cielo.

-Usciamo, mi disse, dobbiamo parlare. Mi allungò degli scarponi e anche lei ne indossava di uguali, e una giacca a vento enorme, ma la nonna ne doveva avere più di una. Uscimmo, la nonna non c’era, perché pare si fosse svegliata presto e andata ad un mercato nella cittadina vicina. Da un lato la cosa mi sollevò ma anche mi rese inquieta: non ero la nipote io, non si raccontavano cose mirabolanti sulle nonne?

Prendemmo un sentiero, mia madre sembrava molto esperta e con gli scarponi adatti non era difficile. Neve così tanta e che non si sarebbe sciolta nel giro di un giorno non ne avevo mai vista. Mia madre non accennava a fermarsi e tantomeno  parlare, e neppure volevo che lo facesse. Non poteva essere che noi due per una volta ci fossimo prese una vacanza? La settimana bianca dei miei amici volpini che tornavano perfino abbronzati e non facevano altro che parlare dello sci e delle manovre e di piste pericolose, tanto per esagerare un po’. Ma io sentivo che da qualche parte sarebbe sbucata una verità, magari quella che voleva mia madre, un ospite ritardatario, qualcosa che aspettava me, ora, per infastidire quei due sogni da quindicenne che covavo in tutto segreto. Così lei si accese una sigaretta e io mi concentrai sul mio respiro, che diveniva affannoso, un po’ per la salita, un po’ per l’aria troppo pulita, un po’ per la paura.

E’ qui, qui che si sono perse le tracce. Perfino i cani si sono fermati qui.- Lo aveva detto così lentamente.

-Le tracce di chi?-

-Di tuo padre_

L’avevo superata, le camminavo avanti, anzi io camminavo, lei era rimasta ferma, camminavo respiravo sputavo, forse piangevo, se avessi visto un ramo a terra l’avrei preso e con quello potevo picchiarla, picchiarmi, spezzare tutto. Ma perché faceva così, così l’attrice. Mai una verità semplice al momento giusto, ma sempre l’effettaccio, quanto si doveva sentire affascinante, alternativa, profonda, eccezionale. Mi voltai come una belva, ormai ero in cima al sentiero, lei era un puntino nel bianco, e la neve era così alta.

-         E perché me lo dici ora?!- gridai, ma con una voce così isterica, acuta, infantile. Poi rimasi a fissarla. Mio padre era scomparso, non morto, non ci aveva abbandonate come nella mia lungimiranza di ragazzina abituata alle bufale di mia madre avevo sempre sospettato e sperato. Era sparito. Lì, non un passo in avanti, non un passo indietro. Non dove ero io ora, ma laggiù, dove stava ferma mia madre a fumare come una ciminiera impazzita. Ridiscesi. La montagna mi faceva schifo, la neve mi faceva schifo, e complimenti, tutta la mia vita passata e futura mi faceva schifo.

Le passai davanti e le dissi: io vado in paese, ci sarà pure un paese in questo posto di cacca no?

Ma lei non mi seguì. Doveva pensare che ero una specie di mostro, magari che ero come mio padre, fanno così le madri quando non ti comporti bene, quando non rispetti i loro piani, almeno te li avessero comunicati, questi piani. Alla fine del sentiero si apriva la strada, e dal campanile della chiesa che intravedevo arguii che doveva raggrupparcisi il paese intorno e mi incamminai. Che avremmo fatto, dove saremmo andate, e mio padre perché era scomparso, perché non dirmelo, perché non lo si cercava più, perché mi aveva abbandonato infine. Ricordavo tutto di lui e non facevo che ripetermi di smetterla. Così arrivai al paese con una bella faccia gonfia e rossa,  senza una lira e mi infilai in una specie di bar gastronomia che pareva un posto di lusso per come era tirato a lucido. Il bancone di cristallo era ricolmo di dolci e di altre leziosità che guardai con la noia del finto inappetente. –Un bicchiere d’acqua per favore-  E mentre lo sorseggiavo come fosse un Dom Perignon o un Don Perignon, non mi era chiaro allora, mi filai tutti quelli seduti lì di domenica, con le giacche tipiche, i cappelli con le penne strappate al sedere di qualche povero gufo. E fuori i ragazzi. E non ero una di loro io? Portavo il nome di mio padre, io. E così uscii dal bar.

 

Precisamente non so cosa mi passasse per la testa, forse desideravo di sparire anch’io e in quella zona sospesa e sconosciuta incontrare mio padre. La vicenda  era ancora fresca e i ragazzi parlarono. Solo dopo avermi spifferato tutta la storia gli rivelai che ero la figlia del maestro di sci scomparso, in questo colpo di scena ci vedevo tutta la scuola di mia madre. Ed ora sapevo tutto, almeno quello che la gente diceva di noi, quella gente lì, che beveva birra con succo di limone e andava in giro con i pennacchi nei calzini. Era tardissimo quando bussai alla porta di mia nonna. Lei aprì, e mi sorrise, se solo avessero sorriso pure gli occhi. Mia madre stava raggomitolata sul divano e non si mosse. Durante la strada di ritorno i ragazzi avevano parlato tedesco e provato ad allungare le mani. Ridevano. Sapevo che avevo fatto una scemenza, e che poteva essere pericoloso girare con una decina di vaccai poco più vecchi di me e anche ubriachi. 

Quattro anni, pensavo, quattro anni di menzogne. Per proteggermi? Lo avrebbe detto, e io ci avrei creduto. Questo padre qui che si vedeva poco, perché lavorava in montagna, aveva una moglie qui, lo sai tu? Ma si, lo sai. Questo padre che ci faceva vivere in una casa in affitto, che io aspettavo come babbo natale, questo bigamo scomparso, non mi preoccuperei sai, vedi la nonna com’è serena? Lo sa bene lei dov’è il figlio. E la guardai dritta in quegli occhi cristallini, in quella pelle nivea appena reticolata di rughe sottili. Ma non si muoveva la pupazza di ghiaccio.

-Perché siamo venute qui, perché? Non abbiamo bisogno di nessuno, di nessuno!- Speravo solo che mia madre non mi rispondesse con una delle sue commedie. Pensavo alzati prendi le valige e andiamo via. Ma invece parlò la nonna:-Era vedovo, non bigamo. Non devi parlare con i ragazzi del paese, questo paese è stupido come tutti gli altri paesi del mondo. Non so dov’è mio figlio. Ho solo queste, e mi mostrò con un gesto dei fogli che stavano sul divano vicino a mia madre.

Mi avvicinai, sembravano dei referti medici. Le guardai. Il mio sguardo, la mia vita, rimbalzavano dall’una all’altra.

-Non si sentiva bene ed aveva fatto delle analisi. Tua madre lo aveva consigliato di farle perché lui era un montanaro in definitiva, lui pensava sempre di essere indistruttibile. E anch’io ero d’accordo che dovesse avere più cura della sua salute. Ma queste furono le risposte.-

-Allora- mormorai dopo aver letto il dattiloscritto ormai sbiadito. Loro non parlavano.

-Era un errore- mi disse la nonna, e mentre lo diceva gli occhi le divennero del colore del cielo che sovrastava la strada che avevamo fatto per giungere fino a lei.

-Ora,- disse la mamma – Questa è la verità. Qui c’è qualcosa per te, qualcosa che la nonna ha trovato da poco. E’ tua.-

Mi porsero una busta. Mi guardarono con trepidazione mentre andavo verso la stanza dove avevo dormito. Con trepidazione, è la parola giusta, e di questo oggi ancora le ringrazio. Nella camera accesi una luce vicino alla finestra e mi accomodai accanto al vetro che ormai rifletteva la curva aspra delle montagne, la luna incosciente in mezzo al cielo. Aprii la busta, una piccola busta per biglietti da visita. Dentro c’era una foto, di un uomo con una ragazzina di dieci anni. La osservai, non ero delusa, ero stanca. Guardando verso il cielo automaticamente rigirai la foto. Erano segnati una data, quella del giorno della sua scomparsa. E un pensiero per me.

 Tu sei bella, amore mio.

 

                                                                        Sara Milla

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Commenti

  1. cathy stelluto scrive:

    e tu sei brava amica mia.