Circolare rossa – di Sara Milla

Non sono il Manovratore. Sono l’uomo che guarda. Ma non posso parlare. Posso comprendere ma non so spiegare. Sono fuori.

 

Avevo preso come al solito la circolare rossa, quel lungo ferro che si snoda per la città, e la città è attraversata dalle vene d’acciaio dei suoi binari piatti. Era molto presto, si levavano i vapori lattei  della nebbia, il cielo li avrebbe risucchiati nel suo grigio costante. La strada color del ferro, i palazzi corrosi dai fumi delle fabbriche vicine, e le luci ancora accese nel primo mattino, rischiaravano gli androni dei portoni vuoti, affinché la città non apparisse disabitata. Per un tratto, dai finestrini della circolare, apparivano e sparivano i fari piazzati sulla sommità del “Passaggio”.

Era freddo, l’inverno freddissimo, e le luci speciali che controllavano tutta la città, raggruppate nel suo confine, erano così forti da dare l’illusione del sole, della convergenza del calore, subito al di qua e al di là del Passaggio. Non era forse stata, pensai, una buona idea.

Si, si, nessuno sfuggiva nella nebbia bucata dai fari, nessuno poteva mischiarsi ad una bufera di neve, la luce la scioglieva, lo trovava, lo evidenziava al mondo e alla morte, purtroppo. No, no, dicevano di no, nessuno moriva nell’atto di attraversare il regno della luce, potenti fari circolari che mai avrebbero subito un blackout, mentre il resto della città rimaneva molte ore al giorno senza elettricità, e la circolare rossa, a volte, con un sibilo di stanchezza, si arrestava sui suoi  binari logori.

Eppure alcuni erano attratti dal Passaggio, dalla lunga, lunga muraglia che ci separava dal resto del mondo. Pensavo ai chilometri e chilometri di filo spinato, di massi e di cemento, di cavi elettrici, di torrette, di guardie appostate nel gelo, di cani costretti fuori dai loro box, nella notte, nella tormenta, nel gelo ustionante, ad annusare la carne di un uomo che voleva saltare oltre il Passaggio. Non era stata una buona idea darle tanta luce, pensai, e voltai il viso dall’altra parte, per non vedere il cambio della guardia sulla sommità del muro, i fanti sembravano cuciti nella pezza, meccanici e fragili, sospesi a molti metri, loro in ombra, sfiorati dalle lampade brucianti, con gli occhi ormai confusi da ore di controllo, dal tedio del vento, dal cielo bianco che man mano che procedeva il giorno, si sporcava di nero, del grigio che scendeva come una caligine di eclissi davanti ai fari malevoli, fissi.

La circolare procedeva come una nave rompighiaccio, senza sussulti né barcollamenti, schiantando con le sue lame il gelo accumulatosi nella notte. Ad ogni fermata spalancava le porte meccaniche, e lasciava entrare con il vento e il nevischio e l’odore pesante di un fumo di carbone, qualche lavoratore delle fabbriche che non aveva resistito un minuto di più allo squallore notturno della sua abitazione. Nel tempo dopo il Passaggio, perché il tempo si divideva così, prima e dopo la costruzione del Passaggio, ancora si vedeva circolare gente ben vestita, cappotti caldi, colli di pelliccia, scarpe per la neve, e nei luoghi di lavoro elmetti, tute. Ma nulla era stato rinnovato. La città aveva perso i suoi colori, nessuno aveva più restaurato un palazzo, rimesso a posto un giardino, ogni soldo veniva investito nel rafforzare la sicurezza del Passaggio, a tenerli dentro, a consumare all’idolo di cemento ogni sacrificio umano.

Salirono due uomini, e una ragazza. Mi sembrò, osservandola, che fosse l’unico lusso rimasto, guardare una ragazza. A volte andavo nei bar a sedermi ad un tavolo senza vernice, per veder passare la gente. E tra la gente, le donne. Erano l’unica cosa ancora bella da guardare. Resisteva la loro grazia. La loro varietà. Magari se ridevano i denti erano guasti, o ricoperti d’oro, ma ero riuscito a non tenerne conto, a distrarmi guardando il colore dei capelli, quel luminoso effervescente biondo, o il castano profondo, quasi rosso come il loro breve autunno

La ragazza andò a sedersi nel sedile, giusto dietro la postazione del Manovratore. Gli uomini rimasero accanto alle porte. Altri due uomini si alzarono contemporaneamente dal fondo e raggiunsero le uscite. Allora li vidi. Senza scambiarsi uno sguardo, si erano passati un biglietto, o forse una busta, vidi chiaro qualcosa di giallo, se ancora chiudevo gli occhi, riuscivo a concentrarmi sull’inchiostro, un biglietto su cui qualcuno aveva scritto qualcosa. Un indirizzo forse, un telefono una volta passati di là, un numero da mandare a memoria. Guardai le loro scarpe, screpolate, consunte, mi chiesi se avevano solo quelle, se con quelle avrebbero saltato il Passaggio, e prima di arrivare al Muro immenso alto quanto la fiancata d’un bastimento..mi girava la testa, quanto è piccolo un uomo? In quel momento il manovratore fermò il lungo serpente snodato. Era ormai giorno, si faceva strada tra i rami e i cespugli in fila nel Parco Est. Guardai istintivamente nel deflettore che rimandava verso di noi la fisionomia del Manovratore. Non alzò gli occhi verso la strada. Armeggiò un po’ con il freno, pigiò su un pedale, non c’era contatto. La ragazza trasalì. Vedevo le sue spalle, ricoperte da lunghissimi capelli sciolti che spuntavano da un fazzoletto di un rosso sconcio, sfrangiato sulle punte. Nessuno parlava. Le pareti del tram erano tappezzate di  acciaio scrostato di verde. Nessuno sembrava essersi realmente accorto dell’imprevisto. Non era mai accaduto di mattina, quando tutti andavano al lavoro. Non si muovevano, né guardavano gli altri. Tenevano gli occhi fissi oltre i finestrini. Dalla tensione della testa comprendevo che la ragazza desiderava girarsi. Tornai a guardare i quattro uomini, ora più distanti, ognuno fissava un punto diverso, e per un semplice istante uno di loro contattò l’altro con la coda dell’occhio, alzò un rado sopracciglio fulvo, poi l’azzurro degli occhi ritornò a spegnersi sotto le palpebre sottili, arrossate. La ragazza. La ragazza non aveva i guanti, le mani erano gonfie di freddo, screpolate, e strette l’una all’altra. Qualcuno tossì, e continuò a tossicchiare pieno di paura. Cominciai a considerarli uno ad uno, nessuno avrebbe raccolto la mia curiosità, pur sentendola fastidiosa e spaventosa. Qualcuno era riuscito a raccogliere la fronte tra le mani, come se dormisse, ma era per poter nascondere il volto ad una possibile ispezione. Nel silenzio li sentivo respirare, l’aria entrava gelida nei loro polmoni e ne usciva incandescente, sotto forma di vapore a stento trattenuto. Il Manovratore non alzava gli occhi. Forse pensava, o forse dormiva. Così la ragazza perse il controllo e la vidi di profilo che cercava di lanciare uno sguardo oltre la linea  dei suoi occhi, verso il punto dove gli uomini erano fermi. In prossimità di una porta che non poteva aprirsi. Poi con un mezzo giro del busto fece in modo di guardare me, solo me. Ero giovane, ed anche lei lo era. Guardare un uomo con spregiudicatezza, richiedergli un interesse, era favorito al di qua del Passaggio. Quindi lei mi guardò e rapidamente fece una ricognizione sugli altri. Poi tornò a fissarmi. E anche il Manovratore, molto lentamente, dallo specchio.

Ogni cosa sembrava ferma. Eravamo vicino al Parco Est. Se il Manovratore avesse potuto aprire le porta, i quattro sarebbero scesi e spariti verso il bosco che confina con il Parco. Non è difficile, ed è il punto debole della città. Il suo ambito selvaggio. Strano non aver mai pensato che ripulire il bosco facesse parte del sostegno alla sicurezza del Passaggio. Chi riesce a sfuggire ai controlli si sperde  dal Parco Est al bosco, e quello si richiude su di lui. Cercare non serve. Ma tanto poi, come dice il Controllo Supremo, è il Passaggio che li raduna, che li caccia via dal bosco. Tutti lì vanno a misurarsi. Ora, che fare. La ragazza mi guardava. Ed anche il Manovratore. Oltre il bosco si dispiega la mia terra, e i suoi confini naturali sono sepolti nella neve. Il passaggio è una barriera contronatura, e l’abbiamo costruita con l’inganno, e chi ci ha lavorato lo ha fatto per il ricatto della fame, e di volta in volta si mentiva: sarà la Grande Porta per l’Occidente, entreranno con ammirazione ad osservare le grandi cose che da soli abbiamo saputo creare. La città era sfavillante, era giovane, era operosa. Il Passaggio non ebbe porte. Mi abbandonai contro il finestrino. Nessuno fuori si curava del grande serpente immobile. Arrancavano nella neve fino al ginocchio, soffrivano. E dentro, quelli che parevano ormai morti, erano invece in silenziosa rivolta. I primi tempi si erano gettati contro il Muro, increduli. Ho visto gente che sembrava avesse le ali. Poi hanno cominciato a scavare, sempre a morire. Qualcuno è passato. Volevo guardare ancora la ragazza. Far finta di essere un ragazzo qualunque, in un mattino qualunque, e aver voglia di amare. Immaginai i capelli così lunghi che le avrebbero coperto i seni. Immaginavo come sarebbero stati i suoi occhi senza paura. Mi avrebbe salvato?

Non sono il Manovratore. Sono l’uomo che guarda. Ma non posso parlare. Posso comprendere ma non so  spiegare. Sono fuori.

Mentre così mi dicevo, molte volte me lo ero detto, tutte le volte che, nel tram al mattino, in un punto qualsiasi della città, avevo dovuto fare un impercettibile cenno al Manovratore, (la vita elettrica defluiva dal corpo della circolare. Tutto si spegneva. E io capivo. I passaggi degli occhi, le mani, come erano diventati abili, si scambiavano linguaggi, affidavano ad un biglietto la speranza. Ma quale speranza, non c’è speranza),mentre così mi dicevo, mi alzai, non prima di aver risposto a mia volta all’intenzione del Manovratore. Gli uomini capirono, la ragazza capì, tutti coloro che stavano appiattiti al ventre del tram capirono. I poliziotti emersero dal gruppo indistinto delle teste chine, presero i quattro che indicavo. Poi mi avvicinai alla ragazza. E lei mi sputò in faccia. E dalle sue mani, che avrebbero potuto carezzarmi la fronte se fossimo vissuti all’ombra di un parco, spuntò una lama, e lei mi uccise.

 Sara Milla

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