Leggende del territorio agrigentino

I giganti di Naro
La leggenda sulle origini del paese di Naro e i riscontri che hanno alimentato notevoli dubbi.
Secondo la leggenda i primi abitatori della Sicilia sarebbero stati i Giganti.
La leggenda vuole Naro edificata dai Giganti dopo il diluvio universale.
L’ipotesi viene avvalorata da Paolo Castelli e da Fra Salvatore Cappuccino.
Fra Salvatore Cappuccino, rifacendosi all’archivio del Regio Ufficio Giuratorio, Foglio 1, riporta la notizia secondo la quale “nel Sec XV quando si doveva costruire il cappellone della chiesa madre, si rinvenne nelle fondamenta abbondanza di crani, cannelle, denti ed altre ossa gigantesche .”
Nel 1782 secondo il dott. Francesco Barone: alcuni contadini nei dintorni del castello trovarono un teschio enorme, tanto da contenere al suo interno un tumulo di grano.
Il sac. Gaspare Licata nel 1784, racconta che nella casina di don. Giuseppe Torricelli, si doveva fabbricare un magazzino e nel suolo fu rinvenuto uno scheletro gigantesco, il cui cranio poteva contenere tre mondelli di frumento.

L’oro rosso di Sciacca.
La leggenda della scoperta del corallo.
L’antica poetica leggenda sulla scoperta del corallo di Sciacca. Nasce con la storia di Alberto Ammareddu, pescatore che amava Tina, una ragazza, che gli aveva donato una medaglia in segno di amore.
Un giorno facendo manovra, la medaglia gli cadde in mare.
Senza pensarci due volte si tuffò per recuperare la medaglia e scoprì il corallo.
Questa è la poetica leggenda sulla scoperta del corallo, che si tramanda da una generazione all’altra.
In verità, nel mese di marzo del 1875 tre pescatori saccensi:Alberto Maniscalco detto Ammareddu ,Alberto Occhidilampa e Giuseppe Muschidda si trovavano a pescare a 8,5 miglia da Capo San Marco e rimasero impigliati con le reti, scandagliando il fondale per verificare la causa per cui si erano impigliati si trovarono uno scoglio del tutto rivestito di corallo.
Furono successivamente trovati diversi banchi di corallo,il primo era di circa 6000mq con profondità da 70 a 125 metri dal quale si ottenne più di 1000 tonnellate di corallo.
Così nacque il periodo dello “oro rosso” di Sciacca.

La Sacra reliquia
Il frammento della Sindone che ad Aragona durante i venerdì di marzo, si tinge del sangue di Cristo.
Giulio Tomasi di Lampedusa, fondatore di Palma, aveva ottenne dai Savoia una copia estratta dall’originale della Sacra Sindone di Torino, nell’anno 1656.
Nel 1684, il principe di Aragona Baldassare IV Naselli, avendo la figlia Melchiorra sposato il figlio di Giulio Ferdinando I Tomasi, ottenne un frammento del sacro lenzuolo.
L’ argentiere palermitano Omodei, modellò per questa preziosa reliquia, un reliquiario a pendente, chiuso in una cornicetta con smalti neri su oro.
Già in una relazione del ‘700, si parla dell’esistenza di “insigni” reliquie, “di due buone pezzetti della Sindone fregiati della tintura del divino sangue” che “in ogni venerdì di marzo quando si espone in chiesa comparisce la tintura assai carica di vermiglio colore”. La reliquia veniva precedentemente custodita nella chiesa madre e successivamente in altre chiese, fino alla fine degli anni ’60, quando scomparve.
Venne successivamente ritrovata nella cripta della Chiesa del Rosario nel corso dell’ultimo restauro.
Sono molte le persone, che assicurano che ogni Venerdì di Marzo, quando la reliquia viene esposta in Chiesa, riappare “la tintura assai carica di vermiglio colore”, la quale è per tutto il resto dell’anno di colore molto tenue.

Canicattì: le leggende
Sono tante le leggende che riguardano il territorio di Agrigento. Molte quelle che parlano di tesori nascosti e fiere incantate, come quella che si svolgerebbe a Businè (Raffadali) o in contrada Macalubbe (Aragona). Canicatti, centro agricolo famoso per la sua uva, poco distante da Agrigento, è comunque forse uno dei posti dove la fantasia popolare ha creato più leggende di quante non ne abbia creato in altri luoghi.Tra le tante storie, create dalla fantasia degli abitanti di Canicattì, ne abbiamo scelto alcune da proporre.
In località “Soldano”, la leggenda vuole che ogni sette anni si tenga una fiera magica. La fiera si svolgerebbe a partire dalla mezzanotte fino alle prime luci dell’alba
Si narra, che notte a un contadino del luogo, fosse scappato uno dei suoi animali.
Svegliato dal latrare dei cani, il contadino si accorse dell’accaduto e prese ad inseguire l’animale fuggito.
Quando lo raggiunse, si ritrovò nel bel mezzo di un mercato, dove molti venditori esponevano le proprie mercanzie.
Viste delle bellissime arance, decise di acquistarne tre.
Tornato in paese, racconto tutto al padrone, il quale intuito di cosa si fosse trattato, offrì una discreta somma in cambio delle arance.
Il contadino soddisfatto dell’offerta, tornò a casa felice per aver fatto un affare, ignaro di aver ceduto tre grosse arance, che si erano nel frattempo trasformate in oro.
Si racconta in paese, che ai primi del 900, nella proprietà denominata “Vito Soldano”, furono rinvenute da contadini del luogo, circa 1000 monete d’oro.
Quello che tutti danno per certo, è che la famigli che ebbe successivamente la proprietà del fondo, rinvenne parecchie monete e monili di epoca romana e bizantina.
Tanto, che uno degli esponenti di questa famiglia, denunciò un furto commesso in suo danno in un noto albergo del nord Italia, nel corso de quale gli furono portati via monili e monete in oro, di particolare pregio e tutte provenienti da quel sito.
Un’altra storia popolare, narra di due fantasmi apparsi in sogno ad un poveraccio del paese, che suggerivano indicazioni su dove trovare sempre in quel luogo, una gran pentola in terra cotta, stracolma di monete d’oro.
Unica condizione era quella di recarsi da solo a fare lo scavo.
Il poveraccio, avendo paura ad andare solo di notte, si recò con un amico, ma ebbe l’amara sorpresa di trovare sì la pentola, ma piena di gusci vuoti di lumache.
C’è chi giurerebbe, che un simile rinvenimento, avvenne ad opera di un tale che fatto lo stesso sogno, trovò un piccolo tesoro sepolto ai piedi di un albero in contrada Corrice.
Diversa la qualità delle storie che si narrano sulla località Casalotti.
Quì si parla infatti, di un’idra incantatrice e di storie di orrori da fare accapponare la pelle.
Esiste una cosa che accomuna i tanti luoghi delle leggende agrigentine.
Essi sono infatti tutti luoghi interessati dalla presenza di insediamenti romani o greci e in ognuno degli stessi sono stati effettuati rinvenimenti di notevole importanza.
Forse la spiegazione alle storie dei tesori, sta nella furbizia di chi avendo depredato i luoghi, ha voluto giustificare con il misterioso suggerimento da parte di fantasmi, l’avvenuto rinvenimento, mettendo a protezione dei siti idre immaginarie, fantasmi e giganti.
La verità è comunque quella che questo territorio, ha ancora molto da regalare.
Le tante leggende di Canicattì, prendono forse spunto dalla più antica, secondo la quale sarebbe sepolto in quel territorio, il tesoro di Troia.

S.Calogero
San Calogero, abbreviato dagli agrigentini come San Calò, viene festeggiato dalla prima alla seconda domenica del mese di luglio.
Santo venerato dagli agrigentini, i quali tributano a lui onori anche superiori a quelli riservati al Santo patrono della città.
La statua che rappresenta il Santo è di colore nero.
Il Santo che visse tutta la sua vita da eremita, arrivò nella città di Agrigento intorno al XVsec.
Giunto in città, dopo essere stato precedentemente a Sciacca, dove aveva già acquistato fama di grande taumaturgo e si era reso protagonista di eventi prodigiosi, quale quello di aver fermato il terremoto del 1578, dedicò la sua opera alla guarigione di molti ammalati.
Conosciuto infatti, quale uomo di grande cultura, abile guaritore e capace di prodigi, ben presto la comunità agrigentina affidò a lui la cura delle anime, ma anche quella della salute.
La sapienza del Santo nero, è simboleggiata dal libro posto tra le mani della statua.
Durante il periodo di festeggiamenti in suo onore, tradizione vuole che chiunque abbia ricevuto dal Santo una grazia, dedichi al medesimo un viaggio “inpiduni”, cioè a piedi scalzi o offra un pane raffigurante la grazia concessa.
Il momento dell’offerta o del viaggio è quello delle prime due domeniche di luglio.
Particolare assai curioso, che i pani offerti, vengono lanciati al Santo, dai balconi delle vie dove si svolge la processione.
La ragione di tale forma di offerta è riconducibile all’attività svolta da San Calo’.Infatti, il Santo nero nel periodo in cui visse, ebbe a prendersi cura degli ammalati di lebbre della città di Agrigento.
Andando pertanto nelle vie cittadine a chiedere la questua, la gente che non osava avvicinarsi per timore di contrarre la terribile malattia, gettava da lontano le proprie offerte.
Il nome Calogero, significa bel vecchio, aggettivo con il quale venivano indicati gli eremiti.
Le spoglie di San Calogero, tumulate inizialmente sul monte Kronio di Sciacca, furono successivamente trasferite nel monastero di San Filippo presso Messina.
La festa in onore di San Calogero, è una delle più importanti della Sicilia Orientale.
La seconda domenica, oltre la processione del Santo lungo le vie cittadine si svolge una sfilata con i tipici carretti siciliani.
Sono carretti trainati da cavalli accuratamente scelti, decorati in maniera particolare, con intarsi raffiguranti gesta epiche, quali quelle dei paladini, dipinti con colori molto vivaci su sfondo giallo.
San Calò, che è anche il Santo protettore delle messi, è quello al quale i fedeli chiedono le grazie di pronta guarigione.
La festa di San Calogero, così come per molte altre feste sacre, raccoglie in sè aspetti della fede cristiana, misti a ritualità più di carattere pagano.

Capo Rossello – u zitu e a zita
Capo Rossello è una località balneare nel territorio di Realmonte in provincia di Agrigento. Un’antica leggenda motiva la presenza di due scogli dall’aspetto caratteristico.
A Capo Rossello, esistono due scogli denominati “u zitu e a zita”.
La leggenda vuole che due innamorati persero la vita proprio in quel luogo.
I due infatti, perirono lì tra le onde del mare.
Fino a quel momento si racconta, che non esisteva sul posto alcuno scoglio.
Fu solo dopo il tragico evento che affiorarono gli scogli oggi denominati u zitu e a zita, ai quali diedero questo nome gli abitanti del luogo, memori della tragedia accaduta e ritenendo di individuare in quegli scogli la sfortunata coppia di innamorati.
Sarà a causa del posto molto suggestivo e della posizione dei due scogli, il motivo per cui la sera al tramonto, si ha l’impressione di intravedere nei medesimi una coppia di innamorati.

La lettera del Diavolo
La Lettera del Diavolo, scritta in caratteri incomprensibili, simili all’arabo ed all’aramaico. Si trova custodita nel Monastero di clausura di Palma di Montechiaro, ma si dice che si tratti di una copia, mentre la lettera originale sarebbe custodita presso la cattedrale di Agrigento
Secondo alcune fonti, la lettera custodita nel Monastero di clausura di Palma di Montechiaro, sarebbe infatti una copia, poichè l’originale si troverebbe nell’archivio della Cattedrale di Agrigento, conservata assieme ad un manoscritto che narra la vita di suor Maria Crocifissa.
Su questa lettera, gli studiosi si sono arrovellati inutilmente, poichè la lingua nella quale è scritta, non risulta tra le lingue conosciute.
Si racconta, che fu il Demonio personalmente, a consegnarla ad una suora benedettina, suor Maria Crocifissa della Concezione (Isabella Tomasi1645-1697), per tentarla.
Quando il Demonio diede alla suora la lettera, gli chiese di firmarla, ma suor Maria Crocifissa, intuiti i contenuti della lettera e le finalità del Maligno, lo trasse in inganno scrivendo solo: ohimè.
In piazza Provenzani a Palma di Montechiaro, si trovano la Chiesa e il Convento benedettino del SS. Rosario, dove sarebbe custodita sia la lettera che un sasso, dato anch’esso dal Diavolo.
Le spoglie mortali della Beata Suor Maria Crocifissa, sono sepolte nella chiesetta del Monastero.
Palma di Montechiaro dista pochi chilometri da Agrigento.

La Madonna di Villafranca
Il quadro della Madonna dei Mirti e la sua storia.
A Villafranca Sicula, esiste una piccola chiesa dedicata alla Madonna dei Mirti, posta in piena campagna.
Si racconta di un vecchio frate, il quale rientrava al convento di Burgio, dal quotidiano giro per raccogliera le elemosine , portando in groppa al suo asino due quadri.
Uno di essi, raffigurava la Madonna.
Arrivato nei pressi del convento, il buon frate, si accorse di aver perso quest’ultimo quadro e tornato subito indietro sui suoi passi, lo ritrovò dentro un cespuglio di mirti.
Appena tornato al convento, raccontò l’accaduto agli altri frati, ma volendogli mostrare il quadro della Madonna, si accorse che era nuovamente scomparso.
Il quadro venne ancora una volta rinvenuto dentro lo stesso cespuglio di mirti dove lo aveva ritrovato la volta precedente, lungo la strada per Villafranca.
Fu così che avendo capito che la Madonna voleva essere onorata in quel luogo, venne edificata la chiesetta di campagna della Madonna dei Mirti di Villafranca Sicula.

Siculiana e il Cristo nero
Nel mese di maggio, si festeggia a Siculiana il Cristo nero.
In occasione della festa, ai primi di maggio, gli emigrati tornano in paese e i fedeli sfilano a piedi scalzi.
Si narra, che la statua del Cristo appena spirato, fu commissionato dagli abitanti di Burgio.
Mentre veniva trasportato per essere consegnato, la leggenda vuole, che i due portatori incaricati, si fermassero a riposare presso l’antico casale di Siculiana.
Posata la cassa con il Cristo in una stalla, i due presero a riposarsi.
Passava da lì un cieco, il quale ignorando il contenuto della cassa, vi si sedette sopra.
Arrivati i portatori, ingiunsero al poveraccio di alzarsi immediatamente e fu allora, che costui si accorse che ci vedeva.
Diffusasi la voce del prodigio, gli abitanti del paese portarono il crocifisso in processione alla chiesetta del castello.
Una seconda leggenda, narra di una vecchietta, che sognò il crocifisso che le chiedeva di liberarlo dall’interno di una grotta, dove due ladri che avevano trafugato la cassa, convinti che contenesse preziosi, lo avevano riposto.
Gli abitanti di Burgio, appresa la notizia del rinvenimento del crocifisso da loro commissionato, ne reclamarono la restituzione.
Da ciò ne derivò una disputa tra i due paesi che si contendevano il diritto di possesso della statua.
Non potendo arrivare a soluzione alcuna, i contendenti vennero ad un patto.
La statua sarebbe stata trainata da boui, fino ad oltrepassare il torrente Catania e solo se ciò non fosse accaduto, avrebbero letto in questo evento la volontà del Cristo di restare a Siculiana.
La leggenda vuole che i buoi si rifiutarono di oltrepassare il torrente e così il Cristo rimase ai siculianesi.

La cattedrale di Agrigento e il fenomeno del “portavoce”.
Sapevi che nel presbiterio della Cattedrale di Agrigento, si verifica un fenomeno curioso?
Questo fenomeno, viene detto del ” portavoce”.
E’ infatti così chiamato, perchè dal presbiterio, che è la parte più interna della chiesa, chiunque può sentire quanto viene bisbigliato all’ingresso della Cattedrale di Agrigento.

Empedocle
Empedocle, filosofo agrigentino, amava mostrarsi agli altri come un Dio…
Forse è dalla vanità e dall’egocentrismo di Empedocle, che prende spunto la leggenda che lo vede come protagonista.
Uomo di grandi capacità e che non conosceva vie di mezzo, visse da indiscusso protagonista nell’antica Akragas.
Creò attorno la sua figura un alone di mistero, da farlo assurgere quasi a divinità.
A lui infatti, si attribuisce il miracolo della scomparsa di una pestilenza a Selinunte e la resurrezione di una donna.
Amante della conoscenza diretta delle cose, coraggioso e sicuro, amava strabiliare i suoi contemporanei con gesta impossibili ad altri.
Salito sul vulcano Etna, per studiarne i fenomeni, vi costruì la sua casa.
Sulla sua morte, rimangono comunque dei misteri.
Le fonti storiche infatti, la riportano nella zona del Peloponneso dove andò a seguito del suo esilio.
Ma la leggenda narra, che si gettò all’interno del cratere dell’Etna per dimostrare la sua immortalità, elevandosi a divinità.
Sempre la leggenda, ci dice che il vulcano accettò l’anima del filosofo, ma rifiutandone la materialità, il cratere eruttò uno dei suoi sandali.
Ad Agrigento sono a lui dedicate vie e scuole e la vicina Porto Empedocle prende da lui il proprio nome.

Le macalubbe di Aragona in provincia di Agrigento
Una zona tanto suggestiva e particolare come quella di Macalubbe, non poteva non entrare a far parte delle storie popolari che intere generazioni si tramandano di padre in figlio.
L’area di Mcalubbe, è caratterizzata dalla presenza di coni somiglianti a piccoli crateri vulcanici, dai quali fuoriesce una fanghiglia molto fluida e che secondo i periodi e le quantità di gas che vengono rilasciate dal terreno, da luogo a eruzioni con conseguente lancio in aria di fango, anche per alcuni metri di altezza.
La collina, ricade nel territorio comunale di Aragona, a pochi chilometri da Agrigento.
La mancanza di vegetazione e il colore grigio dell’argilla, unitamente ai piccoli crateri, creano una strana atmosfera, quasi da paesaggio lunare.
Le prime notizie storiche, risalgono al filosofo Platone, il quale già citava nei suoi scritti questo fenomeno.
Nel corso della storia, molte leggende sono nate sulle origini di Macalubbe, come quella che legherebbe la sua nascita ad una battaglia tra Arabi e Normanni.
Fu una battaglia molto cruenta e l’enorme spargimento di sangue, contribuì a creare la leggenda, secondo la quale la fanghiglia nasca dal sangue dei Saraceni.
La leggenda più conosciuta, narra invece dell’esistenza di una città sorta in passato sopra la collina di Macalube.
Una pacifica e ricca città, all’interno della quale sorgeva una bellissima chiesa sul cui campanile era posto un gallo d’oro.
Quando un giorno, scoppiò una rissa tra due fazioni contendenti, la divinità che dimorava nella collina, per punire gli abitanti, fece sprofondare la città, lasciando al suo posto questa grande distesa di fango senza apparenti tracce di vita.
La leggenda vuole, che circa ogni sette anni allo scoccare della mezzanotte, la città riemerge dal fango con tutti i suoi abitanti e con il gallo d’oro.
In quella circostanza, si svolge un mercato e chiunque si trovi casualmente ad assistere a tale evento, può acquistare mercanzie che diventeranno subito d’oro.
Ancora oggi, capita in piena notte di udire potenti boati, causati da spettacolari esplosioni di fango, che riportano alla mente la leggenda della città sepolta.

Il toro
La leggenda di Falaride, tiranno dell’antica Akragas, al quale sono riconducibili molti resti degli edifici sacri della Valle dei Templi di Agrigento.
Falaride fu uno dei grandi tiranni dell’antica Akragas.
Dal 570 a.C.fino alla sua morte, egli si impegnò nel far diventare Akragas, una delle potenze economiche e militari più importanti dell’epoca.
Ma se Falaride fu un grande uomo di governo, capace di avviare gli imponenti lavori pubblici di cui ancora oggi possiamo ammirare i resti, fu anche uno dei tiranni più crudeli della storia.
Secondo la leggenda infatti, il tiranno commissiono all’ateniese Perillo, un gigantesco toro di bronzo vuoto al suo interno.
Si narra, che all’interno del toro, arroventato da una grande fiamma accesa sotto la parte ventrale, Falaride facesse perire i suoi nemici, delle cui urla, simili ad un muggito che fuoriusciva dalla bocca del bronzeo animale, il tiranno si compiaceva.
Affinchè nulla turbasse il suo momento di gioia, si premurò anche che i fumi emessi, profumassero d’incenso.
Si narra inoltre, che una volta riaperto il toro, le ossa delle vittime luccicassero come gioielli e pertanto venissero utilizzate per fabbricare monili.
La crudeltà di Falaride, non risparmiò neppure Perillo, il quale venne fatto entrare all’interno del toro per provare gli effetti sonori e vi fu rinchiuso.
Accesa la fiamma e soddisfatto per le urla di Perillo, prima che l’inventore morisse, Falaride lo fece uscire, ma anzichè risparmiarlo lo scaraventò dall’alto di una rupe.
La leggenda vuole, che il tiranno stesso sia stato condannato a morire nel toro, quando venne rovesciato da Telemaco.
Anche le antiche leggende, fanno parte della città di Agrigento e della Valle dei Templi.

Il mandorlo
Ad Agrigento, famosa nel mondo per la Valle dei Templi, si svolge ogni anno in primavera la “Festa del mandorlo in fiore”. Ma quanti sanno della leggenda del mandorlo?
Quella del mandorlo, è una delle coltivazioni tipiche della nostra isola, ma è ad Agrigento, che si svolge la festa del “Mandorlo in fiore”, dedicata alla primavera.
Con l’inizio della stagione primaverile, ma spesso già sul finire dell’inverno, la Valle dei Templi si ammanta di bianco.
Sono i fiori del mandorlo, che ancor prima che spuntino le nuove foglie, arricchiscono i rami spogli, tingendo di bianco uno dei posti più suggestivi della Sicilia.
Secondo un’antica leggenda, la fioritura del mandorlo, sarebbe da ricondurre alla storia di Acamante e Fillide.
Fillide, giovane e bellissima principessa Tracia, figlia di Sitone, era innamorata di Acamante, figlio di Teseo e Fedra.
Durante la guerra di Troia, Acamante partì con Diomede, al seguito degli Achei.
Trascorsi dieci lunghi anni, durante i quali la bella principessa aveva atteso il ritorno dell’amato, i superstiti tornarono dalla guerra.
La principessa, non vedendo tra loro Acamante, ritenne che fosse morto e presa dalla disperazione, si tolse la vita.
La dea Atena, impietositasi per questa tragedia, trasformò Fillide in un albero; il Mandorlo.
Ma Acamante, non era morto.
Tornato tardivamente in patria, seppe della morte di Fillide e della sua avvenuta trasformazione in mandorlo.
Cosa restava ad Acamante se non abbracciare piangendo l’albero nel quale era stata trasformata la sua amata?
Fu così, che all’improvviso, i nudi rami del mandorlo si ricoprirono di fiori anzichè di foglie, quasi a voler ricambiare il tenero abbraccio di Acamante.
Ancora oggi, nella Valle dei Templi, si ripete il miracolo di una primavera precoce, che con i candidi fiori del mandorlo, ci ricorda la storia d’amore di Acamante e Fillide.

Spettri – Spiriti – Fantasmi
Anche in Sicilia, come da più parti del mondo, si tramandano di generazione in generazione storie di strane apparizioni, di rumori, voci o pianti provenienti dal nulla.
Tali fenomeni, vengono indicati con diversi nomi, spiriti, fantasmi, spettri.
Sono di norma storie ambientate in luoghi che nel passato, furono teatro di tragedie, di vite prematuramente spezzate in maniera violenta e non di rado per ragioni di gelosia.
Spesso, tali storie o leggende, riguardano personaggi storici e i luoghi dove gli stessi vissero.
Il castello chiaramontano che sorge a circa due chilometri da Mussameli, costruito nel 1370 per volere di Manfredi III di Chiaramente, per esempio, è uno di quei luoghi, dei quali si racconta che gli spiriti, manifestino con una certa frequenza la loro presenza.
Accanto alla Sala dei Baroni, posta nel piano inferiore del castello e dove la tradizione vuole che nel 1391 si riunirono tutti i baroni della Sicilia, c’è una piccola saletta, dove secondo un’antica leggenda, sarebbero state murate vive tre giovani ragazze, ad opera di un barone molto geloso.
Ancora oggi, non sono pochi coloro che raccontano di aver visto i loro spettri girovagare tra le rovine del Castello.
Un altro castello, abitato da uno spettro, sarebbe quello di Naro, paese a pochi chilometri da Agrigento.
Qui, si narra, che nelle notti di luna piena, si agiti senza pace il fantasma di Giselda, la bella castellana, morta di crepacuore nella torre del castello, rinchiusavi dal marito Pietro Calvello, perché innamoratasi del paggio Beltrano.
Scendendo da Naro, in direzione della strada che collega Agrigento a Palma di Montechiaro, si arriva alla Serra di Furore.
È qui. che secondo un’altra leggenda, l’avido nobile Blasco Migliaccio di Naro, venne rinchiuso in una grotta piena di ogni ricchezza e ivi lasciato perire.
Ogni sette anni, si sentirebbero ancora le sue urla spezzare la quiete della notte.
Ma anche nella città di Agrigento, non mancano le storie di apparizioni spettrali o dei cosiddetti fenomeni paranormali.
Percorrendo la principale arteria cittadina, la via Atenea, anch’essa non priva di storie di “presenze”, si arriva alla Piazza del Purgatorio, all’angolo della quale, si trova uno degli ingressi del più grande ipogeo agrigentino: il labirinto.
Tra la chiesa di San Lorenzo, che si affaccia sulla piazza, e quella di Santa Rosalia, posta lungo la via Atenea, c’è una stretta viuzza, la via Foderà.
Alcuni decenni or sono, qualcuno narrava di aver visto a notte fonda, una processione di suore, scendere e poi risalire la via Foderà, accompagnando in assoluto silenzio il feretro di una consorella.
Andando oltre, superato il Municipio, inizia la via Garibaldi.
Alla fine della strada, in prossimità della Chiesa dell’Addolorata, c’è un costone calcarenitico, nel quale si vedono ancora realizzate antiche dimore scavate nel tufo.
Non sono pochi coloro che sarebbero pronti a giurare di aver visto passando di notte nella zona, la figura di un uomo vestito con panni ottocenteschi e con un cappello scuro, posto sull’alto del costone.
Si racconta, che in quel luogo, tanto tempo addietro, avvenne un duplice omicidio.
Di un’abitazione vicina, si racconta che nella notte si sentono strani rumori ed in passato, nottetempo, alcuni inquilini hanno abbandonato la casa.
Ma c’è anche, chi in edifici abitati da tali presenze, ci si è trovato tanto bene da non voler mai cambiare di casa.
Storie di case popolate da spiriti, ne esistono tante.
A partire da alcuni vecchi edifici della via Atenea, alla parallela via Pirandello, alla vicina via Santo Spirito, fino a quelle più conosciute che riguardano la via Plebis Rea e via Duomo.
È proprio nei pressi della via Plebis Rea, parte alta del centro storico, dove anche Pirandello ambientò una delle sue novelle, che esiste un’antica costruzione, nella quale si narra che ogni notte più spettri si aggirino senza pace.
Rumori, voci e pianti, non lasciano dormire gli eventuali, quanto improbabili, inquilini.
Qualcuno, racconta anche che in passato scendendo le scale dell’antico orfanotrofio, trovò sugli scalini un bimbo appena nato.
Ma calatosi per prendere la creatura, questa con un sorriso mostrò una dentizione perfetta da essere adulto e dinanzi lo stupore del malcapitato, con voce roca rispose: chi talii i denti? E ancora unnà vistu li scagliuna… (cosa guardi i denti? E ancora non hai visto i canini…).
Recente è la storia di una giovane ragazza, vista più volte in piena notte lungo la Panoramica dei Templi, piangere seduta al bordo della strada.
In molti raccontano di averne udito il pianto o i lamenti.
Si dice anche, che un agrigentino vedendo la ragazza, si fermò con l’auto e le diede un passaggio a casa.
Apprese l’indomani, e in maniera drammatica, che la donna che aveva accompagnato, era morta tragicamente tempo prima.
In un altro luogo, qualcuno racconta di aver udito distintamente la voce di un commerciante, intendo a vendere la sua mercanzia, anni dopo che nello stesso posto era stato assassinato.
Un antico caseggiato ormai in rovina, si trova su una collina di fronte al mare, nelle vicinanze della località balneare di San Leone (Ag).
Tra le tante leggende nate su questo luogo, riportiamo quella che forse diede origine alle altre.
Intorno ai primi del ‘900, uno dei figli della proprietaria della casa, si imbarcò per andare negli USA.
Durante il lungo viaggio, il giovane si ammalò e in punto di morte, consegnò ad una suora che lo assistiva, una lettera da far recapitare alla madre.
Nel frattempo, la madre del giovane, svegliatasi in preda ad uno stato di agitazione, vedeva, o immaginava, la scena del figlio morente e svegliato il marito, raccontò piangendo della strana visione.
Qualche tempo dopo, ricevette la lettera di una suora, che oltre a confortarla per la morte del figlio, allegava alla sua, anche la lettera scritta da quest’ultimo alla madre.
La data dell’avvenuto decesso e l’ora riportata con quella italiana, erano le stesse di quando la donna aveva avuto la strana visione.
Da allora, più volte si parlò dei “fantasmi della casa”.
Molte le storie che si raccontano, spesso nate a seguito di tragici eventi, e forse alimentate da facili suggestioni.
Comunque sia, passano i decenni, i secoli, ma le leggende si tramandano e si rinnovano da una generazione all’altra.

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